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Msf: “Per molti pazienti Ebola è una stregoneria. Ma il sorriso di chi guarisce ci resta nel cuore”

Msf: “Per molti pazienti Ebola è una stregoneria. Ma il sorriso di chi guarisce ci resta nel cuore”

Intervista a Mirella Riccardi, psicologa di Medici Senza Frontiere appena tornata dalla Repubblica del Congo. “Alcune credenze locali possono farci sorridere, ma noi col Covid non abbiamo reagito in modo troppo diverso”

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Ebola non esiste e chi entra in un centro di cura ne esce morto. Sono alcune delle false credenze che rendono più difficile la lotta contro l’ultima epidemia, iniziata ufficialmente nella Repubblica Democratica del Congo il 17 maggio, cento giorni fa.

La vestizione allo specchio
La vestizione allo specchio 

Per affrontare anche queste diffidenze Mirella Riccardi, psicologa di 42 anni di Napoli, è partita con Medici Senza Frontiere a giugno, pochi giorni dopo l’ufficializzazione di un focolaio che oggi conta 5.021 contagi e 2.378 vittime: quasi una su due.

E’ l’epidemia più rapida fra le 17 vissute dall’Africa finora e la seconda più letale. E’ diffusa soprattutto nell’est del paese, ma continua a guadagnare nuove province.

Come viene accolta la vostra presenza?

“Dipende molto dalle comunità. In alcuni territorio incontriamo all’inizio paura e diffidenza. Sono reazioni che vanno comprese anche alla luce della storia del Congo: una colonizzazione violenta, in un territorio ferito da povertà, guerre e guerriglie. Ricordiamoci del Covid. Anche molti di noi all’inizio hanno negato la malattia e le sue cure. Alcuni meccanismi psicologici di fronte alla paura sono simili. Quando riusciamo a superarli, anche le misure preventive e le terapie diventano un po’ più semplici”.

Lei che reazioni ha osservato?

“Ho passato il primo periodo a Goma. E’ una città talmente martoriata da guerre, guerriglie ed epidemie da essere abituata alla presenza delle organizzazioni non governative. Diversa è stata la situazione a Butembo, dove Medici Senza Frontiere è meno conosciuta. Lì la relazione con la popolazione ha richiesto più tempo. Abbiamo incontrato anche persone molto diffidenti e in alcuni casi atteggiamenti minacciosi. Per alcuni Ebola era un’invenzione dei bianchi”.

Ricorda un episodio particolare?

“Una donna molto malata è stata trasferita d’urgenza da un ospedale normale al nostro centro Ebola. Era ferrea nel suo rifiuto di entrare e la famiglia la sosteneva, talvolta con un tono minaccioso, continuavano a ripeterci che nei centri Ebola i pazienti venivano uccisi. Medici, infermieri psicologi, ci siamo messi tutti insieme per ascoltare le loro paure e rispondere alle domande. Così abbiamo convinto la donna a farsi ricoverare. Dopo molte giornate davvero brutte ha iniziato a migliorare. Noi la curavamo sia nella sua stanza, con le tute gialle protettive, sia da una finestra che permette ai pazienti di dialogare sempre con qualcuno, di vedere anche i familiari, visto che i ricoveri sono spesso lunghi. Il suo sorriso quando è guarita è il ricordo più intenso che porto da questa missione. Voleva il gilet di Medici Senza Frontiere per raccontare nel suo villaggio che era guarita. Era una donna piena di allegria ed energia”.

Poi ci sono molte donne che non vogliono lasciare i loro figli e rischiano di ammalarsi con loro.

“A Butembo è arrivata una bambina di circa dieci anni. La mamma non sentiva ragioni, doveva restare accanto a lei. Le abbiamo ricoverate insieme e con nostra sorpresa la madre non si è ammalata. In tre settimane di ricovero si è lamentata per il cibo, per la noia, per i tempi lunghi necessari a ottenere i test, ma poi ci ha ringraziato per tutte le attenzioni che le avevamo rivolto. Quando sono uscite abbiamo organizzato una grande festa”.

Questa diffidenza vuol dire che molti malati muoiono a casa, diffondendo vieppiù la malattia?

“Purtroppo sì. Molti decessi avvengono in comunità e non in ospedali protetti. Le ragioni sono diverse: la distanza dai centri sanitari, la difficoltà degli spostamenti, la paura dell’isolamento o di essere separati dalla propria famiglia. Anche alcune pratiche quotidiane possono aumentare il rischio di trasmissione. Le persone ad esempio continuano a mangiare in cerchio con le mani nello stesso piatto, a eseguire funerali non sicuri. Ho incontrato una donna anziana convinta che la malattia della figlia avesse un’origine diversa da quella indicata dai medici: per lei era stregoneria. Ne discuteva con argomentazioni molto coerenti all’interno del suo sistema culturale e nessuno è riuscito a farle cambiare idea. In genere i pazienti arrivano nei centri Ebola quando stanno davvero male. E’ così che si diffonde la voce che nei nostri ospedali si muoia spesso, ma noi facciamo di tutto per raccontare in giro anche le esperienze positive”.

Questa epidemia, causata da un ceppo meno noto di Ebola chiamato Bundibugyo, colpisce più i bambini?

“Gli studi epidemiologici sono ancora in corso ma nei nostri centri abbiamo ricoverato molti bambini, anche di pochi mesi. E accanto ai bambini quasi sempre si ammalano anche le mamme. Dal punto di vista emotivo questa è stata un’esperienza molto provante. Eppure è la mia seconda epidemia di Ebola, sono stata in Yemen, Haiti, Palestina”.

C’è stato un episodio che l’ha toccata più di altri?

“Due fratelli ricoverati insieme una sera, di 9 e 12 anni. Sono stati messi nella stessa stanza e uno dei due è morto mentre l’altro gli dormiva accanto. E’ rimasto traumatizzato, neanche la madre riusciva a consolarlo. Ci siamo dati da fare tantissimo per aiutarlo, anche con gli psicologi locali”.

Che rapporto avete con i medici del luogo?

“A Butembo ci ha aiutato molto un medico appartenente all’ordine dei guaritori tradizionali. Ci raccontava che la maggior parte dei suoi colleghi accetta l’idea dell’esistenza di Ebola e dell’efficacia delle cure ufficiali. Solo una minoranza nega le tesi scientifiche, ma d’altronde è accaduto anche ad alcuni dei nostri medici con il Covid”.

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