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Dalla Siria alle alleanze, il rischio escalation nella sfida tra Turchia e Israele

Un cartellone elettorale del Likud, a Tel Aviv, con la scritta "Vogliono che Netanyahu perda, non lasciarli vincere" (reuters)

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Tra le due potenze la competizione strategica è andata oltre il Medio Oriente: dalle navi agli arerei, al Patto con i vicini: adesso il confronto è diventato anche militare
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Israele e Turchia sono destinati alla guerra? Pochi lo ricordano, ma giorni prima del 7 ottobre, il 20 settembre del 2023, Erdogan e Netanyahu si incontrarono per la prima volta faccia a faccia, a New York, all’assemblea generale delle Nazioni Unite e in un clima di cordialità e strette di mano si promisero contratti e cooperazione, dal commercio all’energia e persino sulla sicurezza, segno che i rapporti tra due grandi alleati degli Stati Uniti si muovevano su una traiettoria di crescita positiva. Qualche giorno fa, con un’espressione carica di presagi negativi, Naftali Bennet, che in politica estera rappresenta la destra israeliana dura tanto quanto Netanyahu, è arrivato a definire la Turchia «il nuovo Iran».

Il 7 ottobre ha cambiato tutto nel rapporto tra le due potenze della regione. Il sostegno di Erdogan ad Hamas ha fatto infuriare Netanyahu. Le «guerre senza fine» degli israeliani nella regione hanno cambiato l’approccio del Raìs, che ha provato a farsi paladino della causa pal…

Israele e Turchia sono destinati alla guerra? Pochi lo ricordano, ma giorni prima del 7 ottobre, il 20 settembre del 2023, Erdogan e Netanyahu si incontrarono per la prima volta faccia a faccia, a New York, all’assemblea generale delle Nazioni Unite e in un clima di cordialità e strette di mano si promisero contratti e cooperazione, dal commercio all’energia e persino sulla sicurezza, segno che i rapporti tra due grandi alleati degli Stati Uniti si muovevano su una traiettoria di crescita positiva. Qualche giorno fa, con un’espressione carica di presagi negativi, Naftali Bennet, che in politica estera rappresenta la destra israeliana dura tanto quanto Netanyahu, è arrivato a definire la Turchia «il nuovo Iran».

Il 7 ottobre ha cambiato tutto nel rapporto tra le due potenze della regione. Il sostegno di Erdogan ad Hamas ha fatto infuriare Netanyahu. Le «guerre senza fine» degli israeliani nella regione hanno cambiato l’approccio del Raìs, che ha provato a farsi paladino della causa palestinese nel mondo musulmano, per convinzione ideologica e per interesse politico di parte, sapendo che la popolazione turca è contraria in maniera trasversale alla guerra israeliana a Gaza, lo sono gli islamisti ma anche i moderati, i liberali, la sinistra.

La competizione strategica tra i due Paesi si è intensificata su diversi fronti, anche oltre il vicino oriente. Israele ha firmato un piano d’azione trilaterale con la Grecia e Cipro per contenere le ambizioni turche nel Mediterraneo orientale. Nel corno d’Africa, lo Stato ebraico fa sponda con gli Emirati e l’India per contrastare l’influenza di Ankara e mettere in sicurezza i propri interessi nel golfo di Aden. Ma è in Siria che le tensioni rischiano di esplodere.

Pochi giorni fa l’Idf ha bombardato l’aeroporto di Abu al-Duhur, nel nord del Paese, dove secondo l’esercito israeliano Ankara si apprestava a impiantare le sue truppe. In Siria, gli obiettivi di Netanyahu ed Erdogan non potrebbero essere più divergenti. La Turchia vuole espandere la propria presenza militare e vuole un al Sharaa forte. Israele vuole scongiurare un build-up turco ai suoi confini e vuole un al Sharaa debole.

«Erdogan non ha interesse a uno scontro militare con Israele, Netanyahu invece è in campagna elettorale e non avendo un’agenda positiva da offrire ai suoi elettori non può che proporre loro più guerra», dice Gonul Tol, direttrice del programma di studi sulla Turchia del Middle East Institute. «Se Israele continua su questa strada ci possono essere delle conseguenze non desiderate. La Turchia ha migliaia di soldati in Siria, se uno di loro venisse ucciso in un attacco israeliano è alta la possibilità di una escalation».

Ankara rivendica il suo crescente coinvolgimento in Siria e il sostegno al governo dell’ex jihadista Ahmed al Sharaa, vecchia conoscenza dei turchi. Damasco potrebbe persino entrare nel “patto della Mecca”, l’alleanza militare tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan che preoccupa gli israeliani. «Questi Paesi si sentono minacciati dall’espansionismo di Israele nella regione e hanno costruito un meccanismo di contenimento che non è rivolto solo a Israele ma anche all’Iran. Non credo tuttavia che penderanno iniziative militari», ragiona Tol.

Per Israele la Turchia non è uno Stato nemico, ma un Paese in bilico, con il quale le relazioni possono cambiare rapidamente, e una sfida di sicurezza, essendo una potenza militare e il secondo esercito della Nato. La stampa israeliana ha già lanciato l’allarme: la disparità con Ankara «nel teatro navale è sostanziale», scrive Yedioth Abronoth. «La Marina turca ha in dotazione 14 sottomarini, 17 fregate e decine di altre unità navali. Costruisce le proprie navi da guerra e sviluppa capacità navali avanzate. Israele possiede sei sottomarini e una flotta di superficie significativamente più piccola».

A differenza degli altri Paesi, milizie o parastati con cui Israele è entrato in guerra negli ultimi tre anni, da Hamas a Hezbollah all’Iran, la Turchia è anche una seria potenza aerea e da tempo è in trattative con gli americani per acquistare gli F-35 con cui rinnovare la flotta degli F-16 obsoleti. Israele si oppone perché considera vitale per la propria sicurezza la supremazia nei cieli. Trump sembrerebbe disposto a concedere i caccia a Erdogan. Washington gioca un ruolo cruciale, dice Tol: «È il principale e più efficace meccanismo di deconfliction nelle relazioni tra la Turchia e Israele».

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