LONDRA – L’escalation di Putin verso l’Occidente ci sarà, ma a base di attacchi ibridi, non militari. Non userebbe armi nucleari in Europa o in Ucraina, le agita solo per spaventarci. L’Europa però deve aprire un dialogo con il Cremlino, per non lasciare un negoziato nelle mani di Trump quando, forse nella primavera prossima, la guerra potrebbe finire». È l’opinione dello storico Mark Galeotti, il più autorevole esperto britannico della Russia, sulle ultime mosse di Mosca e su cosa può accadere nei prossimi mesi nel conflitto.
Quanto è concreto il rischio di un’escalation russa?
«Ci sarà un continuo aumento di attacchi cibernetici e sabotaggi dei Paesi europei, che secondo Putin combattono una guerra per procura contro la Russia. Non credo, tuttavia, che vedremo incursioni militari o lanci di missili e droni verso Paesi della Nato. Dubito che Putin farà qualcosa che potrebbe essere interpretato come un atto di guerra. Il presidente russo vuole intimorire l’Occidente, ma sa che qu…
LONDRA – L’escalation di Putin verso l’Occidente ci sarà, ma a base di attacchi ibridi, non militari. Non userebbe armi nucleari in Europa o in Ucraina, le agita solo per spaventarci. L’Europa però deve aprire un dialogo con il Cremlino, per non lasciare un negoziato nelle mani di Trump quando, forse nella primavera prossima, la guerra potrebbe finire». È l’opinione dello storico Mark Galeotti, il più autorevole esperto britannico della Russia, sulle ultime mosse di Mosca e su cosa può accadere nei prossimi mesi nel conflitto.
Quanto è concreto il rischio di un’escalation russa?
«Ci sarà un continuo aumento di attacchi cibernetici e sabotaggi dei Paesi europei, che secondo Putin combattono una guerra per procura contro la Russia. Non credo, tuttavia, che vedremo incursioni militari o lanci di missili e droni verso Paesi della Nato. Dubito che Putin farà qualcosa che potrebbe essere interpretato come un atto di guerra. Il presidente russo vuole intimorire l’Occidente, ma sa che qualunque attacco diretto all’Europa avrebbe il risultato di unificarla e di provocare una forte reazione».
E potrebbe esserci un’escalation militare in Ucraina?
«È possibile, in effetti è già in corso, con una campagna di missili e droni contro la rete energetica e idrica ucraina, destinata ad aumentare di intensità con l’approssimarsi dell’inverno. Un’escalation sul terreno però richiede più truppe, una mobilitazione di riservisti che dubito accadrà prima delle elezioni parlamentari russe di settembre».
Crede alla possibilità che usi armi nucleari?
«No. È soltanto uno spauracchio, per spaventare e dividere l’Occidente, per spingere una parte del mondo politico europeo a mettere pressione sull’Ucraina affinché conceda alla Russia tutto quello che vuole, pur di fermare la guerra. Putin sa che Cina e India sono ostili all’idea che Mosca violi il tabù sull’uso delle armi nucleari. Se vi facesse ricorso in Ucraina, o altrove, dovrebbe fare i conti non solo con la reazione militare occidentale ma pure con quella politica di Pechino e Delhi, suoi cruciali partner economici».
Secondo lei perché il direttore della Cia è andato a Mosca?
«Tutte le ipotesi sollevate dalle indiscrezioni sono valide: un monito alla Russia di non attaccare la Nato, uno scambio di prigionieri, una discussione sull’Iran».
Bluff per intimorire l’Occidente o minaccia reale, Putin alza la posta perché è in crisi? Il fronte fermo, le code ai distributori di benzina a Mosca, le elezioni dietro l’angolo…
«Sono tre fattori che spiegano il suo comportamento. Ma non è detto che Putin si senta in crisi. Certo, la tecnologia per missili a più lungo raggio fornita dagli europei a Kiev lo preoccupa. E sul piano militare l’Ucraina riesce di continuo a sorprenderlo. Ma i russi hanno dimostrato di sapersi adattare: nel Donbass le truppe di Mosca avanzano, sia pure lentamente e con enormi perdite; e la carenza di benzina sta andando verso una soluzione. Può darsi che Putin veda più in crisi l’Ucraina, con il licenziamento del ministro della Difesa, l’inchiesta per corruzione tra i collaboratori di Zelensky, la difficoltà a reclutare soldati, il sistema energetico devastato, le difese antiaeree che scarseggiano».
Cosa dovrebbe fare l’Occidente?
«Al di là di continuare un fermo sostegno all’Ucraina, una cosa che l’Europa avrebbe dovuto fare già da lungo tempo è parlare con Putin. Parlare non significa appeasement, non vuol dire fare concessioni al capo del Cremlino. Ma non avere un dialogo con Mosca significa dare a Trump il ruolo di ambasciatore dell’Europa, quando comincerà un negoziato: e prima o poi comincerà, entrambe le parti capiscono che la guerra non può andare avanti all’infinito. La diplomazia al momento è stata abbandonata, Bruxelles e Londra dovrebbero aprire un canale di comunicazione con la Russia».
La guerra finirà solo se l’Europa si stanca di aiutare l’Ucraina o se Putin cade?
«Entrambi questi sviluppi la farebbero finire, ma il messaggio che arriva sempre più chiaro da Mosca è che, una volta presa l’ultima porzione del Donbass, Putin potrebbe dichiarare di aver raggiunto i suoi obiettivi e iniziare a trattare. Naturalmente cambierebbe idea e vorrebbe di più, se l’Ucraina fosse al collasso. Ma lo scenario più probabile è che, a un certo punto della prossima primavera, la guerra finisca e cominci il negoziato».
Allora tanto varrebbe che Zelensky gliela desse subito, quella porzione del Donbass?
«In teoria sì, ma non penso che possa farlo. Quel territorio è inzuppato dal sangue ucraino. Se anche volesse ritirarsi, i militari non gli obbedirebbero. Per cui siamo bloccati in questa situazione».