GRINDAVIK (ISLANDA) – Non si vede l’Europa dal porto di Grindavik. Sicuramente non la vede Pétur Pálsson, l’amministratore delegato della Visir hf, una delle più importanti aziende ittiche dell’Islanda: “Eravamo tra i Paesi più poveri del continente e oggi siamo tra i più ricchi. Nessuno saprebbe fare meglio di noi quello che facciamo qui – ci dice nel suo ufficio affacciato sull’oceano in questa cittadina del Sud che vive di pesca – Quindi perché dovremmo entrare nell’Unione europea?”.
Referendum in Islanda: cosa dicono i sondaggi
Domani l’Islanda vota in un referendum se riaprire i negoziati per l’ingresso nella Ue, ed è l’industria della pesca a guidare il fronte del No verso la rimonta: se a giugno il Sì era avanti di oltre 6 punti, oggi il No procede lento ma inesorabilmente come una lingua di…
GRINDAVIK (ISLANDA) – Non si vede l’Europa dal porto di Grindavik. Sicuramente non la vede Pétur Pálsson, l’amministratore delegato della Visir hf, una delle più importanti aziende ittiche dell’Islanda: “Eravamo tra i Paesi più poveri del continente e oggi siamo tra i più ricchi. Nessuno saprebbe fare meglio di noi quello che facciamo qui – ci dice nel suo ufficio affacciato sull’oceano in questa cittadina del Sud che vive di pesca – Quindi perché dovremmo entrare nell’Unione europea?”.
Referendum in Islanda: cosa dicono i sondaggi
Domani l’Islanda vota in un referendum se riaprire i negoziati per l’ingresso nella Ue, ed è l’industria della pesca a guidare il fronte del No verso la rimonta: se a giugno il Sì era avanti di oltre 6 punti, oggi il No procede lento ma inesorabilmente come una lingua di lava: lo scarto è minimo, 51,3 contro 48,7 a favore del Sì. L’isola del profondo Nord, equidistante da New York e Roma, aveva già aperto i negoziati con l’Ue nel 2009, per poi sospenderli nel 2013 con l’arrivo al governo del centrodestra, vicino alla lobby della pesca.
Le minacce di Trump
Ma se 17 anni fa a spingere alle trattative era stata la crisi finanziaria scatenata dal fallimento di Lehman Brothers, stavolta il discorso si è riaperto grazie a un’altra emergenza: Donald Trump. Nel 2024 il nuovo governo di centrosinistra aveva annunciato l’intenzione di chiedere il parere dei cittadini entro il 2027, ma negli ultimi mesi tutto è precipitato dopo le minacce imperialiste americane contro la Groenlandia, che da qui dista solo 300 chilometri. A gennaio, a Davos, per quattro volte Trump ha confuso “Groenlandia” con “Islanda”, il mese dopo è emerso che il suo nuovo ambasciatore, William “Billy” Long, diceva che stava per diventare il “governatore” del 52° Stato americano (perché il 51° dovrebbe essere la Groenlandia). E se dopo Nuuk – si sono chiesti a Reykjavik – toccasse a noi? Così a marzo il governo ha indetto il referendum.
Usa e Islanda, una storia d’amore in crisi
Tutto è nato insomma da un’esigenza di sicurezza geopolitica, con l’Islanda – Paese Nato senza esercito che si affida per la Difesa alla Guardia Costiera – in cerca di protezione dopo aver per decenni contato sullo Zio Sam, che qui tra il 1951 e il 2006 ha controllato la base di Keflavik, poi lasciata alla Nato, e che nel 1986 scelse il centro di Reykjavik per tenere lo storico summit tra Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev. Perché è vero che la Ue non conta ancora su un esercito, ma ha, oltre a una forza politica, le truppe e le navi dei suoi Stati membri e l’impegno alla protezione comune tramite l’obbligo di mutua difesa. Da invocare magari anche contro le minacce ibride e i sottomarini della Russia.
L’importanza del merluzzo
Con il passare delle settimane, però, il centro del dibattito referendario è stato occupato dalle paure dell’industria della pesca, che rappresenta l’8 per cento del Pil e il 40 per centro dei guadagni dell’export. Per i merluzzi (“Cod”) gli islandesi hanno persino condotto e vinto delle storiche “guerre” negli anni 70, le cosiddette “Cod Wars”, quando i suoi pescherecci respinsero quelli britannici, che sfidavano la decisione di Reykjavik di estendere fino a 200 miglia nautiche la zona economica esclusiva (così oggi il segreto dell’inglesissimo fish and chips è molto spesso il merluzzo islandese). È dunque grazie alla pesca che si è arricchita quest’isola nel Novecento, prima che arrivasse la manna del turismo di massa.
Le paure dell’industria ittica
Ma che cosa teme il settore, in caso di ingresso nella Ue? “Il successo del nostro settore ittico si fonda sul controllo nazionale delle risorse marine e su una gestione della pesca efficace”, ci risponde Fisheries Iceland, la Federazione dell’Industria ittica. La Cfp, la Politica comune della pesca, è competenza esclusiva di Bruxelles e quindi a Reykjavik si pensa che con l’adesione non solo si perderebbe il controllo sulle quote, ma le barche della Ue potrebbero pescare nelle acque islandesi e le loro aziende acquisire quelle locali (ora è vietato): “La pesca è il fondamento della prosperità della nostra nazione e una parte importante della sua identità. Nella Ue il nostro peso nel processo decisionale sarebbe minimo, varierebbe tra lo 0,09% e il 3,57%, a seconda che venga calcolato in base alla popolazione o al numero di Stati membri”.
La linea di Fisheries è che, qualora vincesse il sì, il governo dovrebbe chiedere all’Ue il cosiddetto opt-out: rimanere fuori dalla Politica comune della pesca, così come hanno fatto altri Paesi con l’euro o Schengen.
La posizione del governo
Il governo di centrosinistra ha assicurato che l’Islanda, nell’Ue, manterrà il controllo sovrano sul settore. “Quando si tratta di pesca siamo una superpotenza, rispetto al 2009 oggi siamo in una posizione di forza”, ha detto la ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, liberale, principale volto del sì: “La vita qui è diversa da quella sulla terraferma e la Ue deve tenere conto della nostra specificità”.
Perché l’Europa tifa sì
La Commissione Ue, da parte sua, tifa per l’ingresso. Sarebbe una storia di successo: un Paese di soli 400mila abitanti (sarebbe il più piccolo nella Ue), ma molto ricco (quinto Pil pro capite del mondo), stabile e moderno, in una posizione strategica alle porte dell’Artico, che potrebbe indurre allo stesso passo anche la Norvegia. Per questo Costas Kadis, commissario Ue alla pesca, ha già detto che c’è “sicuramente spazio per la flessibilità” nei negoziati e le “esenzioni” saranno sul tavolo. La commissaria all’Allargamento Marta Kos vede l’Islanda nella Ue nel 2028, anche perché nel 2009-2013 erano già stati chiusi 11 dei 35 capitoli per l’adesione e il Paese già fa parte di Schengen, Erasmus+, Horizon e pure degli accordi economici Eea e Efta: “Sulla pesca e l’agricoltura bisogna tenere conto delle circostanze specifiche, ho fiducia che possiamo trovare delle soluzioni creative che rispettino le sensibilità di Reykjavik e degli Stati membri”.
Gli ostacoli per l’accordo
La strada si prevede però già pieni di ostacoli. L’industria ittica dell’Irlanda, per esempio, ha già detto: “L’opt-out per loro? Benissimo. Poi però lo vogliamo anche noi”. E a Strasburgo l’Ecr, il gruppo conservatore, è già sul piede di guerra.
“Non penso che ci sia spazio per un accordo vicendevolmente accettabile”, ci dice Ragnar Arnason, economista dell’Università dell’Islanda.
Le ragioni del No e del Sì
Il campo del No punta sulla perdita di sovranità di un Paese che ha ottenuto l’indipendenza dalla Danimarca solo nel 1944. Vale per la pesca, ma anche per l’agricoltura, come ci spiega la leader dell’Associazione dei contadini, Margrét Ágústa Sigurðardóttir, che in tv è stata tra i volti del No. Una volta si diceva che qui c’erano più pecore che persone. Ora la gara è più serrata. Il settore rappresenta solo lo 0,8% del Pil, ma è pur sempre un altro orgoglio locale. “Il 95% dei nostri delegati è per il No. Con la Politica comune agricola dell’Ue non avremmo più il pieno controllo sulle decisioni chiave – ci dice – Temiamo l’indebolimento della produzione interna e una dipendenza dalle importazioni. Siamo uno dei Paesi più ricchi d'Europa e puntiamo all’autosufficienza, non siamo interessati all’export”.
Il campo del Sì parla invece la lingua della sicurezza geopolitica e però, anch’esso, ha convincenti argomenti economici. Non di solo merluzzo vive infatti l’islandese. La corona è una moneta volatile e debole, ottima per chi esporta come le aziende ittiche ma pessima per il cittadino: l’Islanda secondo uno studio del sindacato accademico Viska è il Paese più costoso del mondo, l’inflazione è al 5,6 per cento (il doppio dell’area euro): è rapidamente raddoppiato anche il prezzo degli hot dog di Bæjarins Beztu Pylsur, resi famosi da una scorpacciata di Bill Clinton. I tassi d’interesse sono all’8% e con l’euro, anche secondo la Banca centrale di Reykjavik, le cose migliorerebbero. La stabilità finanziaria della Ue è il motivo che spinge anche un pezzo da novanta dell’industria ittica, Guðmundur Kristjánsson dell’azienda Brim, quotata in Borsa, a sostenere invece il Sì.
Il “fidanzamento” con la Ue
Pétur Pálsson scuote la testa: “Mi ha stufato questo discorso sulla paura per Trump, è una sciocchezza. Trump passerà, mentre i regolamenti europei, se entriamo, rimarranno”.
La sua Visir è una azienda di famiglia, fondata nel 1965, che esporta pesce dal Nord Europa fino all’Italia. Dà lavoro a 250 persone in tutto: 100 sui pescherecci e 150 addetti alla lavorazione, tra loro i molti polacchi e asiatici che si aggirano sorridenti qui nella fabbrica. “Chi pensa che può decidere meglio per la sua famiglia? Lei o un’altra famiglia che vive sulla stessa strada? Se vince il sì inizieranno dei lunghi negoziati che ci impediranno di fare altri accordi perché saremo ‘fidanzati’ con la Ue”.
Domani il popolo parlerà. Se vince il No, il discorso si chiude chissà per quante generazioni. Se vince il Sì si andrà ai negoziati e poi l’eventuale accordo dovrà essere approvato da tutti gli Stati membri e, in Islanda, con un secondo referendum.
Grindavik e la faglia dell’Occidente
A Grindavik, dove c’è pure un Museo del pesce salato, sanno bene quanto sia importante il settore ittico, su cui si fonda la sua economia sin dal Medioevo, quando il vescovo locale si faceva pagare con i baccalà i diritti della pesca. L’area è sempre stata ambita: qui pescatori inglesi e tedeschi se ne diedero di santa ragione nel 1532, e nel 1627 i pirati rapirono 12 islandesi e li condussero in Marocco.
Ma a Grindavik sanno anche quanto la Terra sia un posto dannatamente imprevedibile, in cui è pericoloso rimanere come un’isola sola nel mare. A fine 2023 terremoti e eruzioni vulcaniche spettacolari hanno costretto all’evacuazione della popolazione. Solo pochi giorni fa, dopo tre anni, sono state riaperte le scuole.
Tra i posti della zona più gettonati del turismo internazionale, oltre alla Blue Lagoon e alle location del Trono di spade, c’è il ponte sulla dorsale medio atlantica, dove si incontrano le placche tettoniche dell’Eurasia e del Nord America. Un luogo altamente simbolico. Indecisa e spaccata in due, l’Islanda cerca faticosamente una collocazione più precisa in un Occidente che, oggi più che mai, trema nelle sue fondamenta.