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Lo scrittore Ragnar Jónasson: “La mia Islanda ama l’Europa, ma anche il No ha le sue ragioni”

Ragnar Jónasson nel suo studio con i suoi libri "italiani" (foto di Daniele Castellani Perelli) 
Intervista all’autore di bestseller noir a poche ore dal referendum per l’ingresso nella Ue: “Siamo europei ma siamo anche vicini all’America. E la nostra ansia geopolitica è aumentata, sentiamo di aver bisogno di protezione”
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REYKJAVIK (ISLANDA) - Ragnar Jónasson, il più famoso autore islandese di noir, ha venduto cinque milioni di libri in 36 Paesi del mondo. In Italia è tradotto da Marsilio, che ha pubblicato sei dei suoi romanzi, incluso l’ultimo, Reykjavik, scritto a quattro mani con la ex premier Katrín Jakobsdóttir. Ragnar Jónasson è nato nel 1976 ed è anche avvocato e traduttore. Lo abbiamo incontrato nel suo studio al centro della capitale per parlare dell’Islanda a poche ore dal referendum per la riapertura dei negoziati di adesione alla Ue.

Come le è sembrata questa campagna referendaria?

“Tossica, più di quanto mi aspettassi. Speravo che ci sarebbe stato un dibattito più fondato sui fatti, e invece tante persone si sono sentite intimidite a parlare, soprattutto sui social. È un peccato, perché tutti e due i campi avevano ottime ragioni di natura politica, finanziaria e sentimentale, che andavano al di là della tradizionale divisione tra destra e sinistra”.

Cosa la convince degli argomenti del campo del sì?

“L’idea di entrare nell’euro. Non ci vuole molto a capire che permetterebbe di abbassare tassi d’interessi che ora sono all’8%”.

E cosa la convince del campo del no?

“Capisco il senso di orgoglio nazionale di una piccola nazione che ha ottenuto l’indipendenza dalla Danimarca soltanto nel 1944. È figlio dell’orgoglio che provava la generazione dei miei nonni. E capisco la paura di chi teme di perdere il controllo sulla pesca, per noi storicamente cruciale”.

Che cosa è l’Europa per gli islandesi e per lei?

“L’Islanda è parte dell’Europa, noi siamo europei e con la Ue abbiamo grandi rapporti commerciali. Andiamo in Europa a studiare e lavorare, anche chi vota No ne ha una opinione positiva, tutti la amiamo”.

Sullo sfondo del suo libro “Reykjavik” c’è lo storico summit del 1986 tra Reagan e Gorbachev. Cosa ha rappresentato l’America per l’Islanda? E anche per lei, da quando era bambino?

“Ecco, siamo europei ma siamo molto legati anche gli Stati Uniti, sin dai tempi del Marshall Plan. Abbiamo con loro un accordo di difesa che risale al 1951 e fino a pochi anni fa stazionavano qui anche le loro truppe. Bastano cinque ore per volare a New York, e infatti avrà notato quanti turisti americani viaggiano in Islanda”.

Quanto conta in questo referendum la sensazione che l’America di Trump non sia più affidabile come una volta?

“La guerra in Ucraina ha aumentato la nostra ansia geopolitica. Siamo una piccola isola di 400mila abitanti e sentiamo di aver bisogno di protezione”.

Lei è stato influenzato da Agatha Christie, ha un legame speciale con l’Inghilterra come si vede anche su Instagram. Direbbe che culturalmente l’Islanda è più vicina al Regno Unito o alla Scandinavia?

“A entrambe. Siamo legati alla Danimarca, la nostra ex colonia, dove tanti sono emigrati. Ma andiamo a Londra a studiare e lavorare, è la metropoli a noi più vicina, anch’io ci ho passato tanto tempo”.

I suoi noir sono letti in tutto il mondo. L’Islanda però, a differenza di altri Paesi nordici, sembra un Paese molto tranquillo, con pochi omicidi. È così? Lei trae comunque ispirazione dalla cronaca?

“È vero, l’Islanda è forse il Paese più pacifico al mondo, quello più improbabile per ambientare dei noir. Infatti solo dall’inizio di questo secolo si è sviluppata la possibilità di scrivere in modo credibile storie crime. È stata una sfida, e per quanto mi riguarda l’ispirazione è arrivata spesso da alcuni cold case, da episodi di persone scomparse. Anche una storia italiana, quella di Emanuela Orlandi, ha ispirato il mio libro Reykjavik”.

Lei è cofondatore del festival Iceland Noir. C’è qualcosa che distingue il noir islandese da quello di altri Paesi del Nord Europa?

“Sicuramente il tempo, il clima, che crea anche situazioni più pericolose. C’è più oscurità in inverno e più freddo in estate. E c’è più natura. Abbiamo Reykjavik, ma non grandi metropoli, non abbiamo Stoccolma. E così la natura diventa più facilmente protagonista delle storie. Adoro il mio Paese, qui c’è la mia famiglia e non posso comunque trasferirmi. Certo fa molto freddo, troppo, l’estate è bello andare in Italia”.

Anche questo referendum è un mistery, thriller… Come finirà?

“Parlando con tanti amici ho la sensazione che vincerà il Sì. Ma non sarà un Sì definitivo. Sarà per vedere cosa può venire fuori dai negoziati”.

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