Lukashenko a sorpresa da Vladimir: “Risolveremo il problema ucraino”
di Gianluca Di FeoNei momenti decisivi Putin lo ha sempre chiamato al suo fianco. È l’unico su cui può contare, perché non è un alleato ma un vassallo: non può dirgli di no. Per questo nel clima di tensione e di escalation degli attacchi sull’Ucraina, la visita improvvisa a Mosca di Aleksander Lukashenko sta aprendo più di un interrogativo. Oggi incontrerà lo Zar e tutti si chiedono se parleranno di un allargamento della guerra o di un percorso di pace.
Le dichiarazioni rese ieri dal despota di Minsk dopo il colloquio con il premier russo Mikhail Mishustin sono ambigue. La Tass ha evidenziato proprio la frase sull’Ucraina: «Guardando al futuro, discuteremo del nostro problema comune, che stiamo affrontando nel sud della Bielorussia e nell’ovest della Russia – ha detto Lukashenko -. È un problema reale, ma lo risolveremo, a prescindere da quanto alcuni lo desiderino. E che vi piaccia o no, abbiamo già capito questi desideri e comprendiamo molto bene cosa sta succedendo intorno a noi».
La domanda è:…
Nei momenti decisivi Putin lo ha sempre chiamato al suo fianco. È l’unico su cui può contare, perché non è un alleato ma un vassallo: non può dirgli di no. Per questo nel clima di tensione e di escalation degli attacchi sull’Ucraina, la visita improvvisa a Mosca di Aleksander Lukashenko sta aprendo più di un interrogativo. Oggi incontrerà lo Zar e tutti si chiedono se parleranno di un allargamento della guerra o di un percorso di pace.
Le dichiarazioni rese ieri dal despota di Minsk dopo il colloquio con il premier russo Mikhail Mishustin sono ambigue. La Tass ha evidenziato proprio la frase sull’Ucraina: «Guardando al futuro, discuteremo del nostro problema comune, che stiamo affrontando nel sud della Bielorussia e nell’ovest della Russia – ha detto Lukashenko -. È un problema reale, ma lo risolveremo, a prescindere da quanto alcuni lo desiderino. E che vi piaccia o no, abbiamo già capito questi desideri e comprendiamo molto bene cosa sta succedendo intorno a noi».
La domanda è: come intendono risolvere il «problema comune»? Il tono del discorso è inquietante. Anche in questo caso, però, i segnali sono contraddittori. Per l’intera estate le truppe di Minsk hanno condotto esercitazioni straordinarie con il richiamo di riservisti. Si sono addestrate a combattere in un cielo infestato di droni, quello che serve per sopravvivere nei campi di battaglia ucraini, e l’ultima “ispezione di prontezza operativa” è stata ordinata quattro giorni fa.
L’esercito bielorusso non fa particolarmente paura. È piccolo e con pochi mezzi moderni ma da tre anni viene continuamente potenziato: come istruttori ci sono parecchi veterani della Wagner, esiliati lì dopo il fallimento del golpe di Evgenij Prigozhin. Si tratta di un altro dei favori che Lukashenko ha concesso allo zar, contribuendo a sbrogliare una delle crisi più difficili. Il più importante, però, resta quello del febbraio 2022 quando ha aperto le porte del suo Paese all’armata russa scagliata contro Kiev. Un’operazione per cui sono stati decisivi i treni, sfruttati per trasferire rapidamente masse di soldati e tank. Ora l’opposizione bielorussa lancia l’allarme sui lavori in corso per migliorare l’efficienza della rete ferroviaria: parla di duplicazione delle centrali di controllo, in modo da farle funzionare anche sotto i bombardamenti.
Sono elementi che sembrano corroborare i timori dei servizi segreti ucraini, sottolineati pure dal presidente Zelensky, sulla possibilità che il Cremlino voglia scatenare una nuova offensiva dalla Bielorussia: ipotizzano un’avanzata verso Chernihiv, per spezzare la linea difensiva e isolare la capitale dalle regioni orientali di Kharkiv e Sumy. Sulla carta, sarebbe un incubo. Una manovra devastante per fare leva sul punto debole di Kiev: l’inferiorità numerica del suo esercito, che si troverebbe a dovere gestire un altro fronte di lotta senza avere più riserve di fanti.
Se si allarga l’analisi allo scenario di una provocazione russa contro le Repubbliche baltiche per mettere alla prova la coesione della Nato – quello che secondo diverse fonti sarebbe stato al centro della missione a Mosca del direttore della Cia John Ratcliffe – allora il sostegno di Minsk pare inevitabile: la geografia mostra come la Bielorussia sia fondamentale se non indispensabile.
Questi sono i fattori di preoccupazione discussi nelle riunioni delle intelligence occidentali. Si devono però misurare con la complessità della situazione. Lukashenko è sempre stato attento ad evitare il coinvolgimento diretto nel conflitto. Da mesi mette a disposizione del Cremlino le sue raffinerie, le scorte di carburante e persino forniture alimentari per dare sollievo ai danni dei raid ucraini. Ma ha evitato gli scontri, arrivando persino nello scorso giugno a spegnere i ponti radio dei droni russi dopo l’ultimatum di Zelensky. Non solo. Il dittatore di Minsk ha realizzato un vero disgelo con l’amministrazione Trump. Contro il parere dell’Ue, ha ottenuto la revoca di parte delle sanzioni in cambio della liberazione di cinquecento prigionieri politici. Ed è addirittura stato accettato dalla Casa Bianca nel “Board of Peace” per Gaza mentre il presidente americano lo ha definito «un leader rispettato».
Insomma, il despota bielorusso può mettere questa relazione al servizio di una mediazione per evitare sviluppi disastrosi. Oppure piegarsi ancora alla volontà del suo zar. A sole tre settimane dalle elezioni e con il consenso interno sgretolato dalle incursioni ucraine, Putin non appare disposto ad accettare rifiuti: ha bisogno di una soluzione rapida al «problema comune».