L'Islanda resta fuori dalla Ue: il No vince al referendum con il 52,8%
dal nostro inviato Daniele Castellani PerelliREYKJAVIK (ISLANDA) – L’Islanda ha deciso di non riaprire i negoziati per entrare nella Ue. Le sei circoscrizioni hanno decretato la vittoria del No con poco più di 12.701 voti di scarto e il 52,8% a livello nazionale contro il 47,2% del Sì, dopo un testa a testa durato tutta la notte che mostra la divisione del Paese.
I risultati
Nella circoscrizione Sud – la prima delle sei da cui sono arrivati i voti – il No ha raggiunto il 60,5% e il Sì il 39,5%. È in linea con le attese, ma secondo il modello di previsione della tv pubblica RÚV il Sì doveva sperare in un dato sopra al 41% per vedere crescere le proprie speranze di una vittoria nazionale. Stesso discorso per il Nord-Ovest, dove il No arriva al 62,9 e il Sì si fer…
REYKJAVIK (ISLANDA) – L’Islanda ha deciso di non riaprire i negoziati per entrare nella Ue. Le sei circoscrizioni hanno decretato la vittoria del No con poco più di 12.701 voti di scarto e il 52,8% a livello nazionale contro il 47,2% del Sì, dopo un testa a testa durato tutta la notte che mostra la divisione del Paese.
I risultati
Nella circoscrizione Sud – la prima delle sei da cui sono arrivati i voti – il No ha raggiunto il 60,5% e il Sì il 39,5%. È in linea con le attese, ma secondo il modello di previsione della tv pubblica RÚV il Sì doveva sperare in un dato sopra al 41% per vedere crescere le proprie speranze di una vittoria nazionale. Stesso discorso per il Nord-Ovest, dove il No arriva al 62,9 e il Sì si ferma al 37,1%. Anche nel Nord-Est il No vince: 61.2%, con il 38,8%. A Reykjavik Sud, il Sì come previsto ha vinto, la capitale è il suo feudo: 54,5% contro il 45,5%. Così come a Reykjavik Nord: 57,5% contro 42,5%. Nella circoscrizione Sud-Ovest, l’ultima a fornire i dati definitivi, il No è arrivato al 53%.
L’affluenza e i sondaggi
La campagna è stata intensa, il Paese si è spaccato in due ma ha risposto con una partecipazione record alle urne. Ben il 23%, e non era mai successo, si è espresso tramite il voto anticipato. E ieri fino al pomeriggio si è registrata un’affluenza altissima per un referendum, simile a quella delle elezioni politiche del 2024.
I sondaggi hanno visto calare settimana dopo settimana il vantaggio del Sì, che era dato al 51,3% contro il 48,7% del No, e un ultimo rilevamento annunciava addirittura il sorpasso. I risultati sono cominciati ad arrivare solo in tarda notte.
I merluzzi, Trump e l’euro: l’Islanda al referendum per l’ingresso nella Ue
La Ue entusiasma, la Ue fa paura, certamente non lascia indifferente questa ricca nazione del Nord. Già nel 2009 erano stati aperti i negoziati con sull’onda della gravissima crisi finanziaria che aveva colpito l’isola, ma nel 2014 erano stati chiusi dal nuovo governo di centrodestra, legato alla lobby della pesca. Con il No si chiude subito il dibattito.
Il fronte del Sì
Il Sì era guidato dai due principali partiti di governo – i socialdemocratici della premier Kristrún Frostadóttir e i liberali – che puntavano sulla stabilità geopolitica in un Occidente minacciato dalla Russia e indebolito dalle minacce degli Stati Uniti, i quali hanno sempre rappresentato il principale alleato dell’Islanda in termini di sicurezza ma oggi con le mire sulla vicina Groenlandia rischiano di essere non più affidabili (l’Islanda è membro fondatore della Nato ma non ha un esercito); sulla necessità di entrare nell’euro per sostituire una moneta debole, la corona, responsabile di una inflazione al 5,6% e di tassi di interesse all’8%; e sul bisogno di contare di più a Bruxelles, visto che l’Islanda fa parte di Schengen e rispetta le regole europee in materia economica per gli accordi Eea e Efta ma essendo fuori dall’Ue non ha potere a Bruxelles.
Il fronte del No
Il centrodestra e le forze estrema di destra e sinistra sono invece per il No, ma a guidare il fronte era la potentissima lobby della pesca, che rappresenta l’8% del Pil e teme che le barche europee potranno pescare nelle acque islandesi e che le aziende del Vecchio continente fagociteranno quelle locali.
La Ue sperava nel Sì: l’Islanda ha il quinto Pil pro capite al mondo, è stabile, strategica nell’Artico e sarebbe una storia di allargamento di successo in tempi di crisi dell’Occidente.