Quindici anni. Da tre lustri, un presidente del Consiglio italiano non diserta l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Dovesse davvero decidere di farlo “inviando” Antonio Tajani, come non si esclude al vertice dell’esecutivo in queste ore, Giorgia Meloni sfiderebbe una tradizione consolidata. Ad eccezione del 2020 e 2021 - anni funesti di Covid e videoconferenze – bisogna risalire al 2011 per imbattersi in un altro premier che manda un suo delegato a New York. Ai tempi, il Cavaliere cancellò l’appuntamento nel pieno della crisi politica che lo costrinse poi alle dimissioni.
Eppure, Meloni medita il forfait. Finirà così, raccontano fonti a lei vicine, a meno che non si realizzi una specifica condizione: un vertice tra leader presieduto da Donald Trump. Proprio attorno al…
Quindici anni. Da tre lustri, un presidente del Consiglio italiano non diserta l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Dovesse davvero decidere di farlo “inviando” Antonio Tajani, come non si esclude al vertice dell’esecutivo in queste ore, Giorgia Meloni sfiderebbe una tradizione consolidata. Ad eccezione del 2020 e 2021 - anni funesti di Covid e videoconferenze – bisogna risalire al 2011 per imbattersi in un altro premier che manda un suo delegato a New York. Ai tempi, il Cavaliere cancellò l’appuntamento nel pieno della crisi politica che lo costrinse poi alle dimissioni.
Eppure, Meloni medita il forfait. Finirà così, raccontano fonti a lei vicine, a meno che non si realizzi una specifica condizione: un vertice tra leader presieduto da Donald Trump. Proprio attorno alla figura del tycoon ruota buona parte di questa storia. Ragioni diverse che si mescolano e che meritano di essere raccontate nel dettaglio, dopo aver consultato fonti informate.
Partiamo da ciò che è certo e che risulta a tutti i soggetti a vario titolo coinvolti nell’eventuale missione: al momento il programma provvisorio dell’Assemblea prevede l’intervento di Tajani subito prima del russo Lavrov. Ciononostante l’agenda di Meloni è libera tra il 18 e il 22 settembre. O meglio, non c’è nulla che non si possa cancellare o rinviare senza troppa difficoltà. È una misura precauzionale decisa tenendo conto dell’estrema volatilità dello scenario internazionale: nessuno può escludere un cambio di programma legato a una delle numerose crisi in corso. In quel caso, il viaggio a New York sarebbe preceduto da una tappa istituzionale in Norvegia. Ma torniamo al dilemma: da cosa dipende la scelta?
Il fattore decisivo, si diceva, risponde al nome di Trump. Nella sede del governo si è fatto il punto della situazione, pesando costi e benefici di una rinuncia. E lo si è fatto rispondendo ad alcuni quesiti. Primo: quanto costa politicamente cancellare la missione a New York? Poco, è stato il ragionamento, visto che il tycoon è il primo a mal sopportare gli organismi multilaterali. Secondo dubbio: come giustificare un’assenza a un evento che ospiterà riunioni sulla riforma del Consiglio di sicurezza (pallino della diplomazia italiana da decenni), sulla guerra in Ucraina e in Medio Oriente, ma soprattutto sul Libano? A dicembre, è bene ricordarlo, scade la missione Unifil dell’Onu e Roma spinge da mesi per prorogarla. È un dossier cruciale per il Paese. Se riunioni del genere dovessero essere organizzate a livello di leader, è stato deliberato, Meloni si collegherà da remoto.
Fin qui, tutto gestibile. Politicamente scomodo e scivoloso, certo, visto che soprattutto Unifil è una priorità, ma comunque gestibile. Diverso, invece, è se fosse Trump a guidare le danze. C’è un’ipotesi che circola da settimane. Riguarda la possibilità che il presidente degli Stati Uniti sfrutti la presenza dei principali big del globo sul suolo americano - anche Xi Jinping sarà alla Casa Bianca in quei giorni, il 24 settembre - per presiedere vertici di massimo livello. In quel caso, è la linea decisa a Palazzo Chigi, Meloni volerà negli Usa. Stravolgendo così i piani a cui la diplomazia lavora da tempo.
Un viaggio negli Stati Uniti, infatti, è al centro delle strategie meloniane da mesi. Con discrezione e mantenendosi a distanza di sicurezza, per evitare nuovi incidenti. La questione, in sintesi, è la seguente: la premier vorrebbe ricucire con Trump, ma senza rischiare di scottarsi di nuovo. E senza mostrarsi all’inseguimento dell’alleato. Si spiega così l’intervista al New York Times: bastone e carota, risposte gelide alternate a segnali di pace al resto dell’amministrazione.
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L’occasione sarebbe fornita dalla possibile presentazione di fronte alla Niaf (la lobby degli italo-americani) della versione in inglese di “Io sono Giorgia”, quella con prefazione firmata da Trump Jr., il figlio del tycoon. A questo evento potrebbe agganciarsi un eventuale incrocio chiarificatore con il Presidente Usa. Faccia a faccia esclusivo, con i riflettori tutti puntati sulla leader. Il piano ha subito diverse brusche frenate, a causa delle sortite imprevedibili di “Donald”. Ma ci lavorano varie figure, raccontano fonti diplomatiche: innanzitutto l’ambasciatore americano a Roma, Tilman J. Fertitta, ma anche il vicepresidente J.D. Vance, che presenzierebbe all’eventuale incontro con il suo capo.
C’è infine un’altra ragione capace di condizionare il forfait della premier all’Onu: la politica interna. Si avvicinano le elezioni e intende concentrarsi sui dossier nazionali. Girare il Paese, favorire riscontri d’immagine immediati. Per rispondere anche alla sfida di Roberto Vannacci. Il quale, per paradosso, progetta a sua volta un viaggio negli Usa per accreditarsi con la galassia Maga.