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L'Islanda dice "nei" all'Unione Europea: fallito il referendum sulle trattative per l’ingresso

(AP Photo/Marco Di Marco) 

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Con il 52,84% dei voti gli islandesi hanno rifiutato la riapertura dei negoziati con Bruxelles. Boom di affluenza: ai seggi va l’82,5%
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REYKJAVIK – Alla fine l’Islanda ha detto Nei. Al termine di una lunghissima notte, dove il Sì era stato per molte ore in vantaggio, è arrivato il risultato definitivo del referendum per la riapertura dei negoziati per l’ingresso nell’Unione europea. Ha vinto il No, con un margine anche abbastanza netto, considerando quelle che erano le previsioni: 52,84% contro 47,16%, per 12.701 voti di differenza. L'affluenza è stata altissima, dell’82,5%, 2,3% in più rispetto alle elezioni politiche del 2024: hanno votato 225.031 persone su 272.690 iscritti nelle liste elettorali.

Luccicano commossi gli occhi della premier Kristrún Frostadóttir, tra i vetri della modernissima sala concerti Harpa. L’adesione all’Unione era la bandiera politica dei suoi alleati liberali, della ministra degli Esteri Katrín Gunnarsdóttir, ma Frostadóttir si è caricata l’impresa sulle spalle e ha girato il Paese per spiegare le ragioni del Sì. Invano. La premier difende il suo “governo delle valchirie” (così detto per …

REYKJAVIK – Alla fine l’Islanda ha detto Nei. Al termine di una lunghissima notte, dove il Sì era stato per molte ore in vantaggio, è arrivato il risultato definitivo del referendum per la riapertura dei negoziati per l’ingresso nell’Unione europea. Ha vinto il No, con un margine anche abbastanza netto, considerando quelle che erano le previsioni: 52,84% contro 47,16%, per 12.701 voti di differenza. L'affluenza è stata altissima, dell’82,5%, 2,3% in più rispetto alle elezioni politiche del 2024: hanno votato 225.031 persone su 272.690 iscritti nelle liste elettorali.

Luccicano commossi gli occhi della premier Kristrún Frostadóttir, tra i vetri della modernissima sala concerti Harpa. L’adesione all’Unione era la bandiera politica dei suoi alleati liberali, della ministra degli Esteri Katrín Gunnarsdóttir, ma Frostadóttir si è caricata l’impresa sulle spalle e ha girato il Paese per spiegare le ragioni del Sì. Invano. La premier difende il suo “governo delle valchirie” (così detto per la presenza di sole donne come leader di partito e nei ministeri chiave) e spiega che per ora il tema Ue è chiuso: «Abbiamo chiesto il parere ai nostri cittadini. Non è una nostra sconfitta, è una vittoria della democrazia, la campagna ci è servita per dibattere su chi siamo – dice – Gli elettori si sentono sicuri e soddisfatti con gli accordi attuali e lo rispettiamo. In questa legislatura non riapriremo le trattative di adesione».

(AP Photo/Marco Di Marco) 

Su cosa era il referendum

Il messaggio, arrivato quando qui erano le 9:28 di mattina, è chiarissimo soprattutto se si pensa che il quesito non chiedeva l’accesso diretto, ma di andare a trattare a Bruxelles per portare a casa un accordo che poi sarebbe stato sottoposto a un secondo referendum. Una curiosità che gli islandesi non si sono voluti togliere. Soprattutto quelli delle zone rurali, mentre le due circoscrizioni della capitale sono le uniche che hanno votato in maggioranza per il Sì, come da previsioni.

(reuters)

L’attesa nei due quartier generali

I due opposti campi hanno atteso i risultati a 200 metri l’uno dall’altro. I promotori del Sì – capeggiati dal Movimento europeista e da Já til að sjá (Sì per vedere) – al Museo di arte moderna di Reykjavik. Il fronte del No – guidato da Afram Iceland, cioè Forza Islanda – al Kolaportid, il mercato delle pulci affacciato sul porto. Due location che non potevano essere più diverse e che già nella scelta segnalavano la distanza tra i due campi, come era possibile constatare con una facile spola. “Siamo avanti, ma nelle circoscrizioni più rurali siamo andati ancora peggio del previsto. C’è chi prevede che i risultati arriveranno tra due ore e tutto potrebbe risolversi con uno scarto di mille voti”, ci diceva alle 3 di notte Gréta María Grétarsdóttir, imprenditrice e tra i leader di Já til að sjá, mentre il leader del Movimento europeista Magnus Skjolt, professore di politica all’Università di Bifröst, compulsava il telefono e non suonava convinto nel professare ottimismo.

La sconfitta del governo

È una sconfitta grave per il governo e soprattutto per le due forze europeiste che lo compongono, i liberali della ministra degli Esteri Katrín Gunnarsdóttir (associati nella Ue ai macroniani di Renew, e non a caso a Reykjavik è volato a luglio il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot) e i socialdemocratici della premier Kristrún Frostadóttir (mentre il terzo partito della coalizione, populista, era contrario al referendum).

(AP Photo/Marco Di Marco) 

E la sconfitta di Bruxelles

Ed è una sconfitta grave per l’Unione europea, che puntava a far entrare quest’isola ricca e in una posizione strategica nell’Artico per poter mostrare quanto sia attrattiva, sedurre anche la Norvegia e poter bilanciare con questa storia di successo l’allargamento ai Paesi dei Balcani, più complicato e difficile da vendere all’opinione pubblica e ai governi dell’Unione. Per questo obiettivo la commissaria Ue all’Allargamento Marta Kos si era spinta a ipotizzare flessibilità e esenzioni nel campo della pesca e dell’agricoltura.

(reuters)

La vittoria della lobby della pesca

I sondaggi avevano dato il Sì in vantaggio per mesi, ma l’ultimissimo rilevamento aveva registrato il sorpasso poi avvenuto nelle urne. Hanno vinto il centrodestra e le forze radicali di destra e sinistra (come i Verdi e la ex premier Katrín Jakobsdóttir) che si opponevano all’accordo. Hanno vinto le paure e la potenza mediatica della lobby della pesca, che rappresenta l’8% del Pil e temeva – anche con buoni argomenti – che le barche europee avrebbero rubato i pesci agli islandesi e che le aziende della Ue si sarebbero comprate quelle locali.

Quali erano le ragioni del Sì

Sono state ragioni più forti degli argomenti del Sì: ovvero la stabilità geopolitica in un Occidente minacciato dalla Russia e indebolito dagli Stati Uniti, i quali hanno sempre rappresentato il principale alleato dell’Islanda in termini di sicurezza, ma che oggi con le mire sulla vicina Groenlandia rischiano di essere non più affidabili (l’Islanda è membro fondatore della Nato ma non ha un esercito); la necessità di entrare nell’euro per sostituire una moneta debole, la corona, responsabile di una inflazione al 5,6% e di tassi di interesse all’8%, rovinosi per i tanti giovani che devono pagare dei mutui per studiare o comprarsi una casa; e il bisogno di contare di più a Bruxelles, visto che l’Islanda fa parte di Schengen e deve rispettare le regole europee in materia economica a causa degli accordi Eea e Efta ma essendo fuori dall’Ue non ha potere nella Commissione, nel Consiglio e nell’Europarlamento. Già nel 2009 erano stati aperti i negoziati sull’onda della gravissima crisi finanziaria che aveva colpito l’isola, ma nel 2014 erano stati chiusi dal nuovo governo di centrodestra.

Nella notte i due quartier generali, complici i dj set, si sono trasformati in due vere e proprie discoteche e sono stati inondati da giovani. Un ambiente più alto e borghese e un po’ “posh” quello del Sì, con la musica che si fermava quando la tv annunciava nuovi dati e i leader che sono rimasti fino alla fine. Atmosfera più “ruspante” invece nel quartiere generale del No, più indifferente alla diretta sul maxischermo, preso d’assalto da tanti diciottenni e abbandonato presto dai vertici del movimento. Ma in entrambi i casi colpiva l’assenza di bandierine europee (se ne contavano pochissime) e la generale allegria. L’Islanda, nonostante le tensioni internazionali e una moneta debole, è ricca e solida e non ha sentito la necessità di una svolta che ai più è sembrato un rischio. Rimarranno tuttavia le scorie di una campagna aspra che ha spaccato tra liti e disinformazione la nazione, il secondo Paese più felice al mondo secondo il World Happiness Report.

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