Islanda, la paura dell’esercito europeo: così le fake news hanno spinto il Paese verso il “No”
di Natasha CaragnanoUn esercito europeo pronto a chiamare alle armi i ragazzi islandesi. Giovani costretti ad arruolarsi in una forza militare comune e a partire per combattere contro la Russia. È stata una delle principali paure agitate durante la campagna per il referendum sulla riapertura dei negoziati di adesione all’Unione europea, una delle fake news che hanno contribuito ad alimentare il fronte del “No”.
A pesare sulla bocciatura del referendum, passato con il 52,84% dei voti, sono state soprattutto ragioni economiche e la difesa della sovranità nazionale. In particolare, il timore di perdere il controllo sulla pesca, uno dei pilastri dell’economia islandese. Ma attorno al voto si è sviluppato anche un intenso clima di disinformazione che ha alimentato paure infondate. A denunciare la campagna di disinformazione è stata anche la ministra degli Esteri, Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir. In un’intervista a Politico, ha accusato gli oppositori di aver ingannato gli elettori, raccontando “ogni sorta di s…
Un esercito europeo pronto a chiamare alle armi i ragazzi islandesi. Giovani costretti ad arruolarsi in una forza militare comune e a partire per combattere contro la Russia. È stata una delle principali paure agitate durante la campagna per il referendum sulla riapertura dei negoziati di adesione all’Unione europea, una delle fake news che hanno contribuito ad alimentare il fronte del “No”.
A pesare sulla bocciatura del referendum, passato con il 52,84% dei voti, sono state soprattutto ragioni economiche e la difesa della sovranità nazionale. In particolare, il timore di perdere il controllo sulla pesca, uno dei pilastri dell’economia islandese. Ma attorno al voto si è sviluppato anche un intenso clima di disinformazione che ha alimentato paure infondate. A denunciare la campagna di disinformazione è stata anche la ministra degli Esteri, Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir. In un’intervista a Politico, ha accusato gli oppositori di aver ingannato gli elettori, raccontando “ogni sorta di sciocchezze” sull’eventuale adesione all’Ue. Tra queste, appunto, l’idea che gli islandesi sarebbero stati chiamati a prestare servizio in un esercito europeo.
È una paura particolarmente efficace da agitare in un Paese che è, allo stesso tempo, uno dei fondatori della Nato e uno Stato senza un esercito permanente. L’Islanda ha aderito all’Alleanza nel 1949, ma non dispone di proprie forze armate: la sua sicurezza si basa sulla Guardia costiera, sulla Nato e sulla cooperazione con gli alleati. Ma un esercito europeo nel quale i cittadini degli Stati membri vengano automaticamente arruolati non esiste. La difesa resta principalmente una responsabilità dei singoli Stati. L’Unione europea dispone di una Politica di sicurezza e di difesa comune, attraverso la quale coordina missioni di mantenimento della pace, assistenza umanitaria, addestramento e cooperazione militare. La partecipazione alle operazioni viene decisa dagli Stati membri: non esiste un meccanismo che consenta a Bruxelles di imporre a un Paese di mandare i propri cittadini a combattere.
Dall’invasione russa dell’Ucraina, la cooperazione europea sulla difesa si è effettivamente rafforzata. Con il piano “ReArm Europe/Readiness 2030”, Bruxelles ha previsto nuovi strumenti per aumentare gli investimenti militari e rafforzare le capacità di difesa degli Stati membri. L’Ue ha inoltre sviluppato una capacità di dispiegamento rapido fino a 5.000 militari. Ma si tratta di forze messe a disposizione volontariamente dagli Stati membri e non della nascita di un esercito permanente dell’Unione sotto un comando centralizzato.
Per l’Islanda, dunque, l’eventuale adesione non avrebbe significato automaticamente arruolare i propri giovani. Il Paese avrebbe continuato a organizzare autonomamente la propria difesa e a mantenere i propri legami con la Nato. Avrebbe potuto, se avesse scelto di farlo, contribuire alle missioni europee con personale civile o specializzato, come già avviene nella cooperazione internazionale.
E c’è un ultimo paradosso. Il referendum non chiedeva nemmeno di entrare nell’Unione europea. Agli islandesi veniva chiesto soltanto se riaprire i negoziati con Bruxelles. In caso di vittoria del Sì, il governo avrebbe potuto tornare al tavolo con l'Ue e negoziare i termini dell'eventuale adesione. Solo una volta concluso il negoziato, e raggiunto un accordo, gli islandesi sarebbero stati chiamati a esprimersi nuovamente con un secondo referendum.