New York – Il vice presidente Vance dice che in Iran non c’è una guerra, perché i veri combattimenti sono durati sei settimane e ora sono in corso solo scaramucce, poi però si rifiuta di prevedere se il conflitto sarà finito entro le midterm, perché «dipende da quando Teheran smetterà di sparare sulle navi commerciali» nello Stretto di Hormuz. Il presidente Trump dice che è soddisfatto di come vanno le cose, ma poi si chiede «quando la popolazione insorgerà e combatterà», mentre il capo del Pentagono Hegseth prolunga almeno fino al prossimo anno il dispiegamento dei militari americani nella regione.
Dalle dichiarazioni contraddittorie dei vertici dell’amministrazione Usa, si riceve l’impressione che non esista una vera strategia coerente per uscire dallo stallo attuale. Tranne evitare iniziative che possano avere un impatto negativo sulle elezioni del 3 novembre, già condizionate dal malcontento degli elettori per la guerra e dall’aumento del prezzo della benzina provocato dalla crisi…
New York – Il vice presidente Vance dice che in Iran non c’è una guerra, perché i veri combattimenti sono durati sei settimane e ora sono in corso solo scaramucce, poi però si rifiuta di prevedere se il conflitto sarà finito entro le midterm, perché «dipende da quando Teheran smetterà di sparare sulle navi commerciali» nello Stretto di Hormuz. Il presidente Trump dice che è soddisfatto di come vanno le cose, ma poi si chiede «quando la popolazione insorgerà e combatterà», mentre il capo del Pentagono Hegseth prolunga almeno fino al prossimo anno il dispiegamento dei militari americani nella regione.
Dalle dichiarazioni contraddittorie dei vertici dell’amministrazione Usa, si riceve l’impressione che non esista una vera strategia coerente per uscire dallo stallo attuale. Tranne evitare iniziative che possano avere un impatto negativo sulle elezioni del 3 novembre, già condizionate dal malcontento degli elettori per la guerra e dall’aumento del prezzo della benzina provocato dalla crisi petrolifera nel Golfo Persico.
Trump ha scritto questo sui social riguardo gli ayatollah: «Mi piace molto di più la nostra posizione ora, con il controllo quasi totale dello Stretto di Hormuz e la loro economia che crolla totalmente. Stanno solo giocando l’inevitabile. Quando il popolo iraniano si ribellerà e combatterà?». Pensa che la nuova pressione economica possa far cadere il regime, ma poi invita i cittadini ad insorgere per rovesciarlo. Il premier israeliano Netanyahu assicura che il collasso è vicino: «Il regime iraniano sta combattendo per la propria sopravvivenza», ma lo Stato ebraico «ha la capacità di eliminare questa minaccia una volta per tutte. Vale a dire, di farlo cadere. È la principale missione che ci resta, ma è vicina, non è impossibile, è a portata di mano».
A questo scopo, o quanto meno per lasciare tutte le opzioni possibili sul tavolo di Trump, secondo il Wall Street Journal Hegseth ha prolungato fino al prossimo anno lo spiegamento dei 50.000 soldati, le 19 navi e le decine di aerei schierati nella regione. Segno della determinazione a proseguire la missione, ma anche del fatto che non è terminata, nonostante il quotidiano finanziario di Manhattan scriva che il presidente sta discutendo con i collaboratori l’ipotesi di dichiarare vittoria e chiudere l’intervento.
«Non la chiamerei guerra», ha detto Vance, tenendo ieri un briefing alla Casa Bianca, perché «i combattimenti principali sono durati sei settimane» e ora avvengono solo scontro sporadici. Se le cose stanno così, però, non si capisce perché non se la senta di indicare quando il conflitto potrà essere dichiarato concluso. Ha spiegato che «dipende da quando gli iraniani smetteranno di bombardare le navi commerciali», ma in questo modo ha concesso agli ayatollah il potere di decidere il futuro della guerra, anche se gli americani stanno aiutando le petroliere ad attraversare Hormuz. Ieri infatti Teheran è tornata a colpire il Kuwait e gli Emirati, chiarendo che non è finita.