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“Mladic, nostro eroe”. In migliaia a Belgrado per i funerali del boia

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Migliaia di nazionalisti ed ex soldati del generale serbo condannato per crimini di guerra: “Ha soltanto difeso la sua Patria”
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BELGRADO – “Generale, mio generale». Nikolas Seslija è commosso: «Ero un ufficiale agli ordini di Ratko Mladic. Sono qui con i miei compagni, facevamo parte della Prima Brigata Motorizzata delle Guardie dell’Esercito della Republika Srpska» dice parlandoti a nome del suo gruppo, una ventina di omoni over 60, le maglie nere e i baschi rossi di sbieco sul capo col fregio ben in vista. È il più alto in grado e l’unico che accetta di parlare: «Ci hanno descritti come criminali. Abbiamo ucciso, sì, ma solo al fronte. Trattavamo i prigionieri secondo le convenzioni. Nutriti e curati dalla Croce Rossa». Amnesia o revisionismo? Le conclusioni del tribunale dell’Aja sono state ben altre.

Variante prolissa, di quel che nel corso della veglia funebre tenuta ieri a Belgrado, ti ripete chiunque accetti di dirti perché aspetta pazientemente in fila sotto il sole a picco, pur di dare l’ultimo saluto a colui che mezzo mondo ricorda com…

BELGRADO – “Generale, mio generale». Nikolas Seslija è commosso: «Ero un ufficiale agli ordini di Ratko Mladic. Sono qui con i miei compagni, facevamo parte della Prima Brigata Motorizzata delle Guardie dell’Esercito della Republika Srpska» dice parlandoti a nome del suo gruppo, una ventina di omoni over 60, le maglie nere e i baschi rossi di sbieco sul capo col fregio ben in vista. È il più alto in grado e l’unico che accetta di parlare: «Ci hanno descritti come criminali. Abbiamo ucciso, sì, ma solo al fronte. Trattavamo i prigionieri secondo le convenzioni. Nutriti e curati dalla Croce Rossa». Amnesia o revisionismo? Le conclusioni del tribunale dell’Aja sono state ben altre.

Variante prolissa, di quel che nel corso della veglia funebre tenuta ieri a Belgrado, ti ripete chiunque accetti di dirti perché aspetta pazientemente in fila sotto il sole a picco, pur di dare l’ultimo saluto a colui che mezzo mondo ricorda come «il boia di Srebrenica»: morto in carcere lo scorso 27 agosto mentre scontava l’ergastolo cui era stato condannato nel 2017 per l’atroce massacro di 8.372 musulmani e bosniaci. Ma chi era Mladic per loro te lo spiegano, spesso, con pochissime parole: «Eroe», «soldato», «cristiano», «difensore della Patria dai musulmani e dagli Ustaše: i fascisti croati».

A migliaia si sono inerpicati di buon mattino fino alla cima della collina di Filmski Grad, periferia sud della capitale serba: radunandosi in un’ondeggiante e grossa fila nel piazzale antistante la chiesa ortodossa di San Luca, fra venditori d’acqua e candele (100 dinari, 80 centesimi l’una) pur di vedere la bara chiusa. Piantonata da sei militari che si danno il turno ogni mezz’ora — gli uomini del 9º corpo speciale della Jna, quelli della 39 brigata di fanteria, il Corpo degli Altopiani Orientali, fra gli altri — e ornata da una corona di fiori rossi blu e bianchi, i colori della Serbia e dalla sua foto in divisa, le medaglie, il berretto da ufficiale con la visiera rigida e pure la spada, poi presa in consegna dal figlio Darko che prima di trasportarla fino al cimitero ha urlato ai presenti: «Eroe o criminale?» e un coro da stadio gli ha risposto: «Eroe».

Un popolo di irriducibili nazionalisti nostalgici arrivati da tutta la Serbia e pure dalla Republika Srpska, l’entità della Bosnia ed Erzegovina di cui Mladic guidò l’esercito. Il loro credo espresso sulle t-shirt: quelle col faccione del generale declinato in decine di modi e perfino incorniciato su una finta copertina di Vogue: insieme a quelle che ricordano la battaglia del Kosovo del 1389: il cruciale scontro tra turchi e cristiani che segnò l’inizio dell’egemonia ottomana sui Balcani, che Mladic evocò esplicitamente dopo il massacro di Srebrenica nel luglio del 1995.

Tanti: ma non gli 80mila sbandierati fino alla sera prima, il numero reale inferiore a 20mila. Forse anche per il ridimensionamento delle esequie inizialmente annunciate come “di Stato”, ma poi, davanti all’indignazione internazionale e dell’Unione Europea, trasformate dal presidente Aleksandar Vucic. Che, alla fine, non ha partecipato adducendo impegni precedentemente presi: la visita dell’omologo uzbeco Shavkat Mirziyoyev — ma ha cercato di salvare la faccia mandando al suo posto, il figlio Danilo. Assente anche il premier Djuro Macut: che però proprio ieri ha chiesto lo scioglimento delle Camere, aprendo la strada a elezioni anticipate che dovrebbero tenersi già il prossimo 25 ottobre. Una coincidenza, secondo gli analisti locali, tutt’altro che casuale. Il governo, comunque rappresentato dal ministro della Giustizia Nenad Vujic e della Difesa Bratislav Gašić.

Funerali governativi a metà, dunque, ma sorretti da altri due pilastri del nazionalismo serbo: quei militari, che al defunto hanno rivolto pure l’onore delle armi, sparando in aria. E i vertici della Chiesa ortodossa, con l’omelia funebre pronunciata dal patriarca Porfirije: «Mladic rimarrà impresso nella memoria del popolo serbo», ha detto. Aggiungendo che «al di là delle sentenze dei tribunali umani, il verdetto definitivo sulle azioni del generale spetta al tempo, alla Storia e al giudizio divino».

Dopo le benedizioni e le lunghe invocazioni dei santi, il corteo si è infine mosso, silenzioso, quando ormai era passata l’una. Il percorso fino al cimitero di Topčider, 4 chilometri più in là, affrontato da molti presenti. Secondo la sua precisa volontà, Mladic è stato tumulato nella tomba accanto a quella in granito nero della figlia Ana, morta suicida nel 1994 in circostanze mai del tutto chiarite. La banda militare gli ha suonato un’ultima marcia. Il via vai di seguaci che hanno lasciato fiori, stemmi militari e bandierine con l’aquila bicipite, è proseguito fino a sera.

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