Nella sua campagna elettorale Benjamin Netanyahu era finora riuscito in un’impresa che pareva impossibile: far dimenticare agli elettori – o almeno, ai suoi elettori – il 7 ottobre 2023. Complici i successi economici – qualche giorno fa il ministero dell’Economia ha annunciato una crescita del Pil del 3.2 per cento nella prima metà del 2026 e un aumento del 78 per cento degli investimenti stranieri nel 2025 rispetto all’anno prima – il congelamento della situazione a Gaza, i continui attacchi in Libano, il primo ministro da settimane andava ripetendo il mantra di un Paese forte, in grado di tenere sotto controllo i nemici esterni e di prosperare, anche grazie alla strettissima alleanza con gli Stati Uniti. Alleanza, ben inteso, di cui lui stesso era l’unico garante.
La strategia, va riconosciuto, finora aveva avuto successo: i sondaggi in vista del voto del 27 ottobre mostravano che nonostante il calo di seggi il suo Likud era il primo o il secondo partito del Paese. E Netanyahu l’uni…
Nella sua campagna elettorale Benjamin Netanyahu era finora riuscito in un’impresa che pareva impossibile: far dimenticare agli elettori – o almeno, ai suoi elettori – il 7 ottobre 2023. Complici i successi economici – qualche giorno fa il ministero dell’Economia ha annunciato una crescita del Pil del 3.2 per cento nella prima metà del 2026 e un aumento del 78 per cento degli investimenti stranieri nel 2025 rispetto all’anno prima – il congelamento della situazione a Gaza, i continui attacchi in Libano, il primo ministro da settimane andava ripetendo il mantra di un Paese forte, in grado di tenere sotto controllo i nemici esterni e di prosperare, anche grazie alla strettissima alleanza con gli Stati Uniti. Alleanza, ben inteso, di cui lui stesso era l’unico garante.
La strategia, va riconosciuto, finora aveva avuto successo: i sondaggi in vista del voto del 27 ottobre mostravano che nonostante il calo di seggi il suo Likud era il primo o il secondo partito del Paese. E Netanyahu l’unico in grado di arginare la corsa al potere del capo dell’opposizione, il generale Gadi Eisenkot. Uno scenario impensabile due anni fa, quando tutti gli analisti davano per scontato che il premier non sarebbe riuscito a sfuggire all’ombra lunga del 7 ottobre 2023.
L’inchiesta di Haaretz è una crepa in questa costruzione. E per quanto venga da un giornale di sinistra, additato come “nemico dello Stato” dal primo ministro e dai suoi, riporta oggi al centro della scena una domanda a cui nessuno – compresi i fedelissimi di Netanyahu - in Israele in questi anni è potuto sfuggire: di chi è la colpa di quello che accaduto in quel sabato nero? Un interrogativo su cui Eisenkot, Naftali Bennett e Yair Golan – gli altri capi dell’opposizione – hanno basato la loro campagna elettorale. E su cui continueranno ora a spingere con nuovo vigore, facendo sanguinare ulteriormente quella che è l’unica vera spina del fianco del primo ministro: a discapito di chi pensa che possano essere temi come le violenze dei coloni in Cisgiordania, la leva degli ultraortodossi, la reputazione del Paese all’estero per le accuse di genocidio a Gaza o la fuga dei cervelli a far tramontare l’era del leader più longevo della Storia di Israele (fatte salve breve interruzioni, Netanyahu è al potere dal 1996). Per questo le rivelazioni di ieri sono tanto importanti.
A tutto questo c’è da aggiungere che anche per uno abituato a combattere come lui, il colpo non poteva arrivare in un momento peggiore. Da giorni Netanyahu è nel mirino: non solo dei suoi rivali, ma per una volta anche dei compagni di partito. E dei suoi alleati di governo, quei movimenti di ultradestra che per settimane ha cercato di spingere verso una fusione che avrebbe potuto garantire alla coalizione qualche seggio in più, evitando la dispersione dei voti: ma avrebbe fatto perdere ai suoi riottosi protagonisti quel peso specifico che in questi anni gli ha garantito un potere mai visto prima. E che per questo né Itamar Ben Gvir né Bezalel Smotrich hanno accettato.
Ieri sera Netanyahu ha presentato gli ultimi nomi dei candidati del Likud – quelli che ha scelto lui personalmente - due ore prima della chiusura delle liste, sfidando l’apparato del partito che da giorni gli intimava di condividere le sue scelte: avvocati, giornalisti, la madre dell’ultimo ostaggio a tornare (cadavere) da Gaza. Tutte persone che negli ultimi tre anni non hanno messo in discussione le sue scelte – come hanno fatto invece alcuni parlamentari e ministri, ora rimasti fuori dalle liste – e che dovrebbero nelle sue intenzioni nutrire quella voglia di “volti nuovi” che uno dei principali commentato israeliani, Nahum Barnea qualche giorno fa su Yedioth Ahronoth vedeva come uno dei fili rossi delle elezioni: «Ogni pezzo di elettorato ha i suoi motivi di essere stufo: che sia il fallimento del 7 ottobre, la guerra che si trascina senza soluzione, l’assenza di governance e sicurezza personale o l’alto costo della vita». L’inchiesta pubblicata ieri da Haaretz rischia di offuscare il tentativo di Netanyahu di dare nuova linfa alla sua lista e di riportare lo sguardo su ciò che più di tutto il primo ministro vorrebbe eludere: il tema delle responsabilità della strage peggiore della Storia del Paese. La domanda da farsi è cosa potrà fare ora per farla passare in secondo piano.