È l’incubo supremo, a cui molti pensano ma che nessuno vuole prendere in considerazione. E che adesso il film “Jupiter” presentato alla Mostra del cinema di Venezia mette davanti agli occhi di tutti. Stiamo parlando dell’ipotesi che il conflitto ucraino inneschi una guerra nucleare in Europa. “Jupiter” è il nome del bunker che si trova sotto il palazzo dell’Eliseo: il ritratto sopra la porta corazzata ci ricorda che a volerlo è stato Charles De Gaulle, il padre dell’arsenale atomico francese, ma recentemente Emanuel Macron l’ha potenziato.
La trama é specchio del presente: descrive le posizioni sull’Ucraina, quelle di chi vuole sostenerla, di chi la detesta, di chi pensa sia meglio abbandonarla al suo destino pur di non provocare la Russia. Ci sono leader ritagliati su quelli attuali, anche se con nomi diversi, ed è facile riconoscere la linea di Putin, Trump, Meloni, Merz, Burnham. E c’è uno scenario fin troppo reale, che proietta la situazione avanti nel tempo: russi e ucraini hanno…
È l’incubo supremo, a cui molti pensano ma che nessuno vuole prendere in considerazione. E che adesso il film “Jupiter” presentato alla Mostra del cinema di Venezia mette davanti agli occhi di tutti. Stiamo parlando dell’ipotesi che il conflitto ucraino inneschi una guerra nucleare in Europa. “Jupiter” è il nome del bunker che si trova sotto il palazzo dell’Eliseo: il ritratto sopra la porta corazzata ci ricorda che a volerlo è stato Charles De Gaulle, il padre dell’arsenale atomico francese, ma recentemente Emanuel Macron l’ha potenziato.
La trama é specchio del presente: descrive le posizioni sull’Ucraina, quelle di chi vuole sostenerla, di chi la detesta, di chi pensa sia meglio abbandonarla al suo destino pur di non provocare la Russia. Ci sono leader ritagliati su quelli attuali, anche se con nomi diversi, ed è facile riconoscere la linea di Putin, Trump, Meloni, Merz, Burnham. E c’è uno scenario fin troppo reale, che proietta la situazione avanti nel tempo: russi e ucraini hanno stabilito un cessate il fuoco lungo la linea del fronte. Mosca però freme per andare oltre e accumula truppe. A quel punto, tutto comincia a correre.
Sparano al presidente russo, che si salva, e l’attentatore sotto tortura dice di essere ucraino. Il Cremlino pretende la resa incondizionata di Kiev, minacciando «una distruzione rapida e totale»: sono le parole dell’ultimatum lanciato al Giappone nel 1945 che ha preceduto l’orrore di Hiroshima e Nagasaki. La Francia, unica potenza nucleare autonoma del Continente, cerca di dissuaderlo e ottiene una risposta inequivocabile: un fungo atomico nel Mar Nero. Kiev invoca uno scudo sulla popolazione; Washington si fa da parte. Parigi tenta da sola la strada della deterrenza: si mostra pronta alla ritorsione in difesa dell’Ucraina. E quando parte un missile verso Odessa, pur senza certezza che sia atomico, il presidente francese si ritrova a prendere la decisione più difficile di tutte.
Il presidente francese e i suoi ministri sono figure di fantasia che riproducono le differenti visioni sull’Ucraina. Il capo dello Stato Paul Archambault - interpretato da Denis Ménochet, che fisicamente è l’opposto di Macron ed è stato scelto proprio perché non ricorda nessuno degli inquilini dell’Eliseo - è tormentato dalla morte dell’unica figlia; la premier sospetta che non sia più lucido e c’è un tentativo di destituirlo. Il rigore costituzionale dei militari lo impedisce e inizia il conto alla rovescia. Non sveliamo il finale. Ma “Jupiter” non è un film d’azione: è un thriller psicologico, claustrofobico nelle dinamiche del bunker. Il regista Alexandre Smia ha diretto alcuni episodi della serie Tv “Le Bureau”, una delle fiction che meglio descrive l’attività dei servizi segreti contemporanei ed è ricca di sequenze mozzafiato. In questa pellicola segue un registro completamente diverso: sono volti e sguardi a trasmettere la tensione. Può ricordare le situazioni di “A House of Dynamite”, diretto da Kathryn Bigelow lo scorso anno per Netflix, che però come il libro “Nuclear War. A scenario” di Annie Jacobsen affonda le radici nell’incertezza globale generata dalla proliferazione delle testate nucleari ed è focalizzato sugli Stati Uniti. Questa invece è una storia tutta europea: una prospettiva che nessuno aveva affrontato prima. E che è terribilmente concreta.
Il vero protagonista è la deterrenza, la disciplina sviluppata durante la Guerra Fredda per evitare la mutua distruzione assicurata dalla falange di missili nucleari: non a caso, l’acronimo inglese per indicarla è Mad, ossia “pazzo”. Una partita a poker con l’apocalisse in cui bisogna sapere esibire fermezza ma evitare di superare il limite, dosando forza e diplomazia. Il generale – un magistrale André Dussollier – sottolinea: «La deterrenza è un linguaggio. Se parli piano, non dici nulla. Se Mosca pensa sia un bluff, non è più credibile». Una sfida in cui più delle armi contano le persone, con i loro traumi e i loro difetti: esseri umani su cui ricade il peso di una scelta senza ritorno.
In Francia “Jupiter” sarà nelle sale a novembre e a destra viene già considerato un attacco contro la candidatura di Marine Le Pen. La pellicola però lascia il giudizio in sospeso: affida allo spettatore il compito di formarsi la sua idea su cosa sia giusto fare. «In una stagione di semplificazioni - ha dichiarato Smia -, i film sull’ambiguità morale, sulla difficoltà di trovare la propria strada, sono molto importanti».