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Trump: "La guerra con Teheran finirà dopo il voto di midterm". E stanotte parla alla convention

(reuters)
Il presidente inaugura la kermesse di Dallas ma tra i candidati c’è chi è assente perché teme che la vicinanza al tycoon non aiuti
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DALLAS – Trump è convinto che la guerra con Teheran «finirà subito dopo le elezioni midterm, perché gli iraniani non possono più resistere. Sono disperati e cercano di influenzare il voto». Il problema per lui è come andrà quel voto, perché potrebbe indebolirlo al punto di non poter più andare avanti, e magari diventare prono alle volontà del leader russo Putin, che «vuole fare un accordo». Perciò ieri ha parlato alla Convention di Dallas, la prima mai convocata in vista delle midterm, per ribaltare i pronostici di sconfitta.

In genere i presidenti sottolineano che il loro nome non è sulla scheda delle elezioni per rinnovare Camera e Senato, perché così possono scaricare la colpa della eventuale sconfitta sui candidati. Trump ha preferito sfidare la consuetudine. Non solo ha chiesto agli americani di fare finta che sia in corsa lui stesso, nella convinzione di essere una calamita di consensi, ma ha stampato il proprio nome sull’intera consultazione, ideando l’inusuale Convention. “Tru…

DALLAS – Trump è convinto che la guerra con Teheran «finirà subito dopo le elezioni midterm, perché gli iraniani non possono più resistere. Sono disperati e cercano di influenzare il voto». Il problema per lui è come andrà quel voto, perché potrebbe indebolirlo al punto di non poter più andare avanti, e magari diventare prono alle volontà del leader russo Putin, che «vuole fare un accordo». Perciò ieri ha parlato alla Convention di Dallas, la prima mai convocata in vista delle midterm, per ribaltare i pronostici di sconfitta.

In genere i presidenti sottolineano che il loro nome non è sulla scheda delle elezioni per rinnovare Camera e Senato, perché così possono scaricare la colpa della eventuale sconfitta sui candidati. Trump ha preferito sfidare la consuetudine. Non solo ha chiesto agli americani di fare finta che sia in corsa lui stesso, nella convinzione di essere una calamita di consensi, ma ha stampato il proprio nome sull’intera consultazione, ideando l’inusuale Convention. “Trumpapalooza” l’hanno chiamata i detrattori, ossia il festival della personalità, per non dire il culto, che a suo avviso dovrebbe riavvicinare gli elettori stanchi di guerra, inflazione e caos.

È una scelta coraggiosa, perché dopo averci messo la faccia così, sarà difficile scaricare sugli altri le colpe. Lui però è convinto che i sondaggi con la popolarità al 30% mentano, e appena ricorderà alla gente i risultati dei primi due anni di mandato, il referendum su se stesso diventerà un trionfo, invece di una trappola.

Non ci crede la first lady Melania, assente a Dallas. Trump ha detto che«la Convention è un tutto esaurito», ma non ci sarà neppure la candidata al Senato in Maine, Susan Collins, impegnata in una corsa chiave per conservare la maggioranza al Senato. Come altri assenti, teme che farsi vedere sul palco in Texas con Trump non l’aiuti nel New England, turbato dall’aumento della benzina anche più della guerra in Iran.

Trump ha parlato ieri sera, dopo le 3 del mattino in Italia, perché pensa così di attirare il massimo dell’attenzione. Oggi toccherà al vice Vance, ma Donald terrà le conclusioni. Partecipano i big dell’amministrazione e alcuni candidati dei distretti e Stati più in bilico, 35 secondo il calcolo di Trump, che sperano di brillare di luce riflessa. Non mancano però i repubblicani che temono l’effetto boomerang. È vero che lui resta popolare nella base Maga e spesso ha smentito le previsioni pessimistiche dei sondaggi, però quella popolarità calata intorno al 30% rischia di trascinare verso il fondo l’intero partito.

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