11 settembre 2001: il prima e il dopo
di Carlo BoniniCi fu un prima e ci fu un dopo. E in quel martedì di un altro mondo, il prima si fermò intorno alle tre di un pigro pomeriggio romano. Le 8 e 46 del mattino di New York. Rientravo al giornale da un pranzo complicato con un allora alto dirigente del Viminale in una trattoria di via Castelfidardo, a due passi da piazza Indipendenza, dove Repubblica aveva la sua casa. Un pranzo cominciato male e finito peggio. La ferita del G8 di Genova era il centro del mio mondo. Continuavo a chiedere e le risposte che ascoltavo non avevano mai il suono rassicurante non dico della verità, ma neppure della verosimiglianza. A trentaquattro anni, quanti ne avevo allora, quel buco nero in cui frugavo e in cui il Paese era precipitato neppure due mesi prima mi sembrava il confine oltre il quale non si potessero immaginare altre frontiere.
Ci fu un prima e ci fu un dopo. E in quel martedì di un altro mondo, il prima si fermò intorno alle tre di un pigro pomeriggio romano. Le 8 e 46 del mattino di New York. Rientravo al giornale da un pranzo complicato con un allora alto dirigente del Viminale in una trattoria di via Castelfidardo, a due passi da piazza Indipendenza, dove Repubblica aveva la sua casa. Un pranzo cominciato male e finito peggio. La ferita del G8 di Genova era il centro del mio mondo. Continuavo a chiedere e le risposte che ascoltavo non avevano mai il suono rassicurante non dico della verità, ma neppure della verosimiglianza. A trentaquattro anni, quanti ne avevo allora, quel buco nero in cui frugavo e in cui il Paese era precipitato neppure due mesi prima mi sembrava il confine oltre il quale non si potessero immaginare altre frontiere.
Entrando nell’open space della redazione esteri ancora semideserto, salutai il mio amico Alberto Flores D’Arcais, il magnifico caporedattore di allora della redazione esteri, senza ottenere risposta. Pensai dovesse essere incazzato per starsene lì muto al centro dell’ufficio davanti al televisore appoggiato su una mensola a mezza altezza. Mi avvicinai. La diretta della Cnn inquadrava la Torre Nord del World Trade Center in un cielo blu cobalto. Fumava dai piani alti come un camino. «Dicono sia stata colpita da un aereo da turismo o un elicottero», disse Alberto, senza togliere lo sguardo dal televisore. Ce ne rimanemmo imbambolati davanti a quell’immagine fissa per un tempo che mi sembrò lunghissimo, ma che invece non durò che pochi minuti. Quelli necessari all’impatto del Boeing 767 della United Airlines contro la Torre Sud.
In quel mondo ancora analogico, rimasi aggrappato all’unica voce e al solo sguardo del nostro tempo reale di allora: la Cnn. E a quel sipario che velocemente si alzava su un canovaccio inimmaginabile. Il volto terreo di George W.Bush annunciava da un improvvisato set in una scuola di Sarasota, Florida, che l’America era sotto attacco («Viviamo una tragedia nazionale. Due aerei si sono schiantati sul World trade center. È probabile si tratti di un attacco terroristico»). Mentre le tracce di quelle due bombe piovute dal nulla a 500 chilometri orari contro il simbolo dell’America e dell’Occidente cominciavano a prendere forma. A colpire le Torri erano stati due aerei dirottati: lo United 175 Boston-Los Angeles e l’American Airlines 11 Boston-Los Angeles. Ma solo per scoprire, in una manciata di minuti, che non erano due. Che non era finita. Alle 9.45 del mattino ora di Washington si sarebbe diretto in picchiata sul Pentagono l’American Airlines 77, decollato poco più di mezz’ora prima dall’aeroporto di Dulles e diretto a Los Angeles. E dieci minuti dopo lo United 93 Newark-San Francisco si sarebbe schiantato al suolo nelle campagne della Pennsylvania, costretto dal sacrificio umano dei passaggeri a bordo a rinunciare a colpire un altro degli obiettivi designati di quel martedì di sangue e terrore.
Nella fissità delle inquadrature tv, le Torri del World Trade Center bruciavano delle migliaia di litri di cherosene sversati dai serbatoi a pieno carico degli aerei che le avevano colpite, perdevano pezzi che precipitavano nel vuoto. Finché non fu chiaro che a cadere da centinaia di metri di altezza non erano solo le cose. Ma esseri umani. Costretti alla scelta se ardere vivi o consegnarsi alla fine in un vuoto per sempre liberatorio. Don DeLillo li avrebbe un giorno consegnati per sempre alla memoria e alla letteratura con il suo “Falling man”. Continuavo a osservare l’orrore di quelle due torri popolate da migliaia di esseri umani al lavoro e improvvisamente trasformate in gigantesche pire, scoprendomi incapace di organizzare un qualunque pensiero. Che non fosse quello di provare inutilmente a tentare di raggiungere telefonicamente quel pezzo di vita che solo qualche anno prima mi ero lasciato dietro a New York: gli amici e i colleghi della redazione di Newsweek in cui, non ancora trentenne, ero entrato da “intern” per una lunga esperienza che avrebbe cambiato per sempre la mia vita. Il mio adorato e squinternato amico irlandese Seamus, attore di teatro off-off, nel cui bilocale, un porto di mare di ogni genere di umanità a neanche un chilometro dal World Trade Center, avevo imparato a conoscere e ad amare davvero New York. Non rispondeva nessuno, perché l’America era improvvisamente tagliata fuori dal mondo. Quella politica era corsa nei bunker. Il suo presidente sarebbe rimasto in volo circolare per ore. Mentre la sua gente, che ora la tv mostrava assiepata nelle strade di lower Manhattan, continuava a contemplare quell’Armageddon. Finché le Torri non ce le fecero più. Liquefatto dal calore, l’acciaio che armava il loro cemento armato smise di assicurarle portanza e le trasformò in castelli di carta. Alle 9.55 collassò su se stessa la Torre Sud. Alle 10.29 toccò alla Torre Nord. Un immane sarcofago di macerie che stritolò 2.606 esseri umani e liberò in quel cielo cobalto una spaventosa nuvola di polvere, detriti e resti umani che si depositò come un sudario su ciò che erano state New York e l’America.
«Ti vuole il direttore». La voce dolce di Fausta Mattei in segreteria di direzione mi strappò a quello spettacolo osceno. Erano ormai le cinque del pomeriggio e l’America aveva chiuso i suoi cieli al mondo. E nel silenzio della macchina del giornale che a velocità folle portava me, Giuseppe D’Avanzo, Stefania Di Lellis e Maurizio Ricci verso l’aeroporto di Fiumicino per un volo verso Francoforte, l’ultimo da cui i voli per il nord America risultavano non ancora cancellati, mi chiesi verso che cosa davvero stessi andando.
Naturalmente, da Francoforte non decollò alcun aereo di linea per il Nord America. Ma Ezio Mauro e Marco Benedetto, allora amministratore delegato del gruppo Espresso, non erano inclini a rassegnarsi alla riapertura dei cieli a data da destinarsi. Soprattutto, i giornali erano macchine formidabili che scoppiavano di salute e per cui nulla era in fondo impossibile. Mentre a Francoforte faceva buio e a New York il sindaco Rudolph Giuliani ordinava l’evacuazione di lower Manhattan, mi ritrovai con Peppe e Maurizio su un volo di linea notturno per Milano. Ezio lo aveva comunicato come una cosa normale: «Arrivate a Milano, aspettate qualche ora, e salite a Linate su aereo privato di una società svizzera che il nostro gruppo ha affittato insieme al Corriere della Sera per portare voi e i loro inviati a New York».
Non ho mai saputo o capito per quale ragione Repubblica e il Corriere della Sera si fossero convinti che quel salotto volante svizzero, che all’alba europea del 12 settembre dirigeva a 11 mila piedi di altezza verso l’Islanda, ci avrebbe sul serio depositati sulla pista di White Plains, piccolo scalo nella contea di Westchester a poche miglia dal cuore di Manhattan. Ma ricordo il confabulare con Peppe, Maurizio, Stefania e con i colleghi a bordo del Corriere di ciò che con il passare delle ore cominciava a delinearsi: la mano di Al Qaeda e Osama Bin Laden in quella immane strage. In quel settembre del 2001, il terrorismo islamico era materia per iniziati. E dunque appariva un enigma inestricabile in che modo dal fondo di una spelonca di Tora Bora, nelle montagne tra Afghanistan e Pakistan, un uomo e un’organizzazione di poche migliaia di militanti, potessero aver concepito e portato a termine una vendetta contro l’America e l’Occidente che metteva un punto definitivo al secolo che si era chiuso nel segno della pace, della crescita e dell’ottimismo che ispirava l’alba digitale.
In ogni caso, in quell’alba del 12 settembre il problema principale restava un altro. Superare l’Atlantico. Entrare nell’altro mondo. Anche perché il nostro tappeto volante, atterrato per fare carburante a Reykjavik, lì sarebbe rimasto. White Plains era off-limits come ogni altro aeroporto americano. Ma gli islandesi seppero essere generosi. Un addetto dello scalo ci avvicinò suggerendoci una corsa a perdifiato tra lo scalo privato e il terminal dei voli di linea dove – disse – un Boeing della Icelandair stava completando il rifornimento e aveva avuto la clearance per volare su Montreal, Canada.
La sera di Montreal era mite. Se ne stava andando il 12 settembre. E il nuovo mondo, con la stessa rapidità del passaggio dalla notte al giorno, si manifestava per ciò che sarebbe diventato. La Banca centrale di Tokyo aveva immesso duemila miliardi di yen (18 miliardi di euro di allora) per impedire il tracollo dei mercati. La Bce, di miliardi di euro, ne aveva pompati 69. La Federal Reserve aveva raggiunto i 50 miliardi dollari. Gli attentatori avevano un nome. A cominciare dal loro ring leader: Mohamed Atta. George W. Bush pronunciava per la prima volta quella parola: «Guerra».
«E ora?», mi chiese Peppe fuori dal terminal guardando il cielo nero di Montreal. Alzai un braccio e un taxi accostò. «Andiamo a New York», dissi. Il tassista, un canadese di origini libanesi, si voltò per essere sicuro di aver capito.
Di quella notte in taxi attraverso la frontiera terrestre Canada-Usa e la I-87 diretta a sud verso New York ricordo le gambe divaricate e il palmo delle mani appoggiati ai montanti del taxi mentre venivamo perquisiti al confine da agenti del servizio immigrazione convinti che i due passaporti italiani e i tesserini di giornalisti che mostravamo nascondessero due musulmani mediorientali. E poi il vuoto assoluto delle strade, come se un Paese intero fosse stato inghiottito dall’epicentro di quel cataclisma. Finché il taxi, all’alba del 13 settembre, non imboccò il George Washington bridge. Abbassai il finestrino e mi investì un odore spaventoso. Appiccicava la faccia, ingrassava la bocca, urticava la gola. I miasmi di ciò che era stato il World Trade center soffocavano l’intera penisola di Manhattan. Avevano viaggiato per decine di miglia intasando ogni interstizio della città. Avevano il sapore dolciastro del gasolio, della plastica e della gomma bruciate. Sapevano di morte.
Mentre il taxi la attraversava, mi sembrò di non riconoscere nulla della mia New York. A cominciare dallo spaventoso silenzio in cui era avvolta e da quella che all’inizio confusi per foschia, ma che era la polvere delle torri e dei crolli che continuava a depositarsi come nevischio su ogni escrescenza della città: strade, palazzi, auto in sosta.
Il taxi fermò la sua corsa alle transenne della 14esima strada. Dove cominciava la “frozen zone”, la zona di rispetto oltre il quale era cominciata l’immane corsa di scavo tra le macerie, di recupero di corpi, di ricerca dei dispersi. Mi ritrovai con Peppe sul marciapiede, insieme a quei due ridicoli trolley che ci trascinavamo dietro da oltre due giorni. Intorno a me un brulicare di vigili del fuoco, agenti di polizia, curiosi, telecamere, uomini e donne disperati in cerca di notizie di chi avevano salutato un’ultima volta la mattina dell’11 settembre. Ora ero anche io un naufrago nell’epicentro di un naufragio. Che ora aveva anche un nome. Ground zero. Punto zero.
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