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Dai libri ai film, la missione impossibile di narrare il disastro dell’11 settembre

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Don DeLillo, Jonathan Safran Foer, John Uodike, Michael Moore, Oliver Stone, Sean Penn… Tra tentativi riusciti e non, così scrittori e registi hanno provato a misurarsi con l’evento che ha traumatizzato l’America
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È stata la vera mission impossible della finzione letteraria e cinematografica degli ultimi 25 anni: raccontare l’11 settembre. Meglio: trovare il punto di vista che consentisse di comprendere l’accaduto. Si era detto che, dopo, non ci sarebbero più stati disaster movie, ma ovviamente non è andata così (anche quando non dimentichiamo andiamo velocemente oltre) e ci sono stati molti film su quel disastro, dal patetico “World Trade Center” di Oliver Stone al sopravvalutato (Palma d’oro a Cannes sull’onda emotiva) “Farenheit 9/11” di Michael Moore. Si era anche sostenuto non ci fossero parole per dirne, ma sono usciti molti romanzi intorno al cratere di Ground Zero, dallo struggente “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer all’ingiustamente trascurato “Windows on the world” di Frederic Beigbeder (e ammetto: ho tentato perfino io, con “Un tuffo nella luce”).

Ci si è provato perché, come dice in “L’uomo che cade” di Don De Lillo il personaggio che esce vivo dalle Torri…

È stata la vera mission impossible della finzione letteraria e cinematografica degli ultimi 25 anni: raccontare l’11 settembre. Meglio: trovare il punto di vista che consentisse di comprendere l’accaduto. Si era detto che, dopo, non ci sarebbero più stati disaster movie, ma ovviamente non è andata così (anche quando non dimentichiamo andiamo velocemente oltre) e ci sono stati molti film su quel disastro, dal patetico “World Trade Center” di Oliver Stone al sopravvalutato (Palma d’oro a Cannes sull’onda emotiva) “Farenheit 9/11” di Michael Moore. Si era anche sostenuto non ci fossero parole per dirne, ma sono usciti molti romanzi intorno al cratere di Ground Zero, dallo struggente “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer all’ingiustamente trascurato “Windows on the world” di Frederic Beigbeder (e ammetto: ho tentato perfino io, con “Un tuffo nella luce”).

Ci si è provato perché, come dice in “L’uomo che cade” di Don De Lillo il personaggio che esce vivo dalle Torri e torna a casa dalla moglie da cui si era separato: “Ora siamo pronti ad affondare nelle nostre piccole esistenze”. A riprendere grandi sfide con piccoli mezzi, come narrare qualcosa che non abbiamo conosciuto. Prendendolo di rimbalzo, allora. Scrittori e registi hanno inventato meravigliose trovate laterali. Le migliori? Su carta: De Lillo fa creare a tre bambini un mito malvagio chiamato Bill Lawton che i genitori pensano sia un vicino finché capiscono che è Bin Laden frainteso, metafora dello spaesamento americano nel dare un volto e un significato alla minaccia. Su pellicola: l’episodio di Sean Penn contenuto nella raccolta “11’ 09” 01”, quello in cui un vedovo senza speranza si alza tardi un mattino e scopre stupito che la pianta sul davanzale si sta riprendendo, la bacia il sole, è caduta la torre che lo copriva, quale modo più poetico per convincerci che dentro ogni male ci sia il seme di un bene e non sia mai da sminuire?

La visione frontale resta un problema. Rielaborare l’attentato era impossibile: lo hanno insuperabilmente fissato le riprese in diretta. Spiegarlo, altrettanto. Al netto dei complottismi, non esiste una verità inconfutabile. Interpretare attraverso l’arte significa lanciarsi fuori dal perimetro, trovare prospettive più alte e inattese. Ad esempio di tutta la fatale saga dei Kennedy dice di più il film “Bobby”, i cui eventi predicono l’attentato a Los Angeles, di “JFK”, inteso a fornire una verità su quello di Dallas. Per l’11 settembre ci sono state riuscite sineddochi, parti per il tutto che, se accostate, ci avvicinano alla comprensione. “Terrorista” di John Updike indaga le motivazioni che spingono al gesto. “Il fondamentalista riluttante” di Mohsin Hamid la reazione, lo scatto da integrato ad avversario. “Il secondo aereo” di Martin Amis ci ricorda che “l’11 settembre continua, va avanti, con tutto il suo mistero, la sua instabilità e il suo atroce dinamismo”. E infatti siamo ancora qui a cercarne il senso e a viverne le conseguenze.

Dovessi scegliere un’opera per tutte, quella che più si avvicina al nocciolo, indicherei un film poco noto, volutamente senza grandi attori, back stories, veri protagonisti. Si intitola “United 93”, racconta il volo i cui passeggeri si rivoltarono contro i kamikaze, precipitando senza colpire i bersagli designati. Si apre mostrando una folla nella sala dell’aeroporto. E un tipo con i tratti mediorientali che telefona e dice tre volte: “Ti amo”. È il libanese che non doveva esserci, quello che anche la sera prima, mentre faceva testamento, chiamava la moglie e progettava il futuro, convinto di poter arrivare a un bivio e prendere due strade. Non sapendo scegliere, si era affidato al destino: uscito dal motel, aveva commesso un’infrazione per eccesso di velocità e sperato di essere arrestato. Aveva rimediato solo una multa. Il film non te lo spiega e anche questa è la sua forza: quelli che vedi sono uomini e donne in una capsula del tempo. Nel piano più temerario, perfino nella cosmogonia, entra il caso. A bordo, il libanese temporeggia prima di dare il via all’operazione: la sua esitazione diventa universale, appartiene a tutti, eroi e assassini. Poi va, vanno. Uccidono i piloti, prendono i comandi. Due in cabina e due a minacciare i passeggeri. Tra questi uno riesce a telefonare, viene informato di quel che è accaduto alle Torri Gemelle, capisce. Dice: “Questo aereo non atterrerà da nessuna parte. È una missione suicida”. Per te spettatore restano degli sconosciuti, li hai visti per un paio di scene a testa. La forza di “United 93” è lì: quelli che stanno per morire sono passeggeri del tuo stesso volo, sono te. E a te conviene ricordare quel che ha scritto Don De Lillo: “Il momento in cui bisogna avere paura è quando non c’è motivo di averne. Ora è troppo tardi”.

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