“Mio fratello l’11/9 fu tra gli eroi del volo 93, con il processo giustizia sarà fatta”
di Anna LombardiVorrei che mio fratello Joey venisse ricordato per ciò che è stata la sua vita, non per il suo ultimo giorno. Il volo 93 non fu il momento decisivo della sua esistenza, solo la fine. Per 42 anni è stato una persona fantastica e quanto accadde quel giorno lo dimostra. Quando capirono di essere stati dirottati, i 37 passeggeri e 7 membri dell’equipaggio, persone normali, si unirono. Nel momento più estremo usarono i cellulari per ottenere informazioni, fecero un piano, addirittura lo votarono democraticamente: e lo misero in atto. Impedirono a quell’aereo di trasformarsi in un’arma micidiale, come era appena accaduto a New York. I dirottatori puntavano su Capitol Hill, il loro sacrificio glielo impedì».
Kenneth Nacke, 64 anni, detective ormai in pensione della squadra omicidi di Baltimora, ha la voce ferma. Suo fratello Louis, detto “Joey”, aveva 42 anni quando salì sul volo che da Newark, New Jersey - dove lavorava come…
Vorrei che mio fratello Joey venisse ricordato per ciò che è stata la sua vita, non per il suo ultimo giorno. Il volo 93 non fu il momento decisivo della sua esistenza, solo la fine. Per 42 anni è stato una persona fantastica e quanto accadde quel giorno lo dimostra. Quando capirono di essere stati dirottati, i 37 passeggeri e 7 membri dell’equipaggio, persone normali, si unirono. Nel momento più estremo usarono i cellulari per ottenere informazioni, fecero un piano, addirittura lo votarono democraticamente: e lo misero in atto. Impedirono a quell’aereo di trasformarsi in un’arma micidiale, come era appena accaduto a New York. I dirottatori puntavano su Capitol Hill, il loro sacrificio glielo impedì».
Kenneth Nacke, 64 anni, detective ormai in pensione della squadra omicidi di Baltimora, ha la voce ferma. Suo fratello Louis, detto “Joey”, aveva 42 anni quando salì sul volo che da Newark, New Jersey - dove lavorava come responsabile della distribuzione di un’azienda di giocattoli - doveva portarlo a San Francisco. Aveva due figli adolescenti, si era appena risposato. Stava per traslocare in un posto chiamato beffardamente New Hope, nuova speranza. «Il 9 settembre avrebbe compiuto 67 anni. Come ogni anno tutta la famiglia è tornata in questi giorni sul campo di Shanksville, Pennsylvania, dove l’aereo si schiantò».
Sono passati 25 anni. Il dolore si è trasformato in qualcos’altro?
«Non importa quanto tempo è passato, il vuoto lasciato da Joey è sempre uguale. Lo ricordo ogni giorno. L’obiettivo della mia vita è diventato mantenerne viva la memoria. Ho cercato di farlo anche con i miei nipoti, i suoi figli ormai uomini adulti. Con i miei fratelli abbiamo voluto trasmettere loro gli ideali che aveva lui. Per il maggiore accettare la morte del padre è stata dura; il piccolo, invece, si sta costruendo una buona vita».
Ci parli di Joey.
«A 5 anni, pedalando in casa vestito da supereroe, si schiantò contro una vetrata. Gli misero 100 punti, ma non ne fu traumatizzato. Risalì in bici, coraggioso come sempre. Su quella cicatrice, anni dopo, si fece tatuare un Superman. Ecco chi era mio fratello. Era il maggiore di noi quattro e non si fermava mai. Non mi sorprese scoprire che fu fra gli eroi di quel giorno. Anche se servì la tempra di ciascuno di loro, per portare a termine quella valorosa impresa».
È stata fissata la data per il processo ai presunti ideatori di quell’atroce attacco, Khalid Sheikh Mohammed e altri tre imputati andranno a processo, sì, ma nel giugno 2028. Troppo tardi?
«Non m’importa se mancano ancora due anni. Giustizia, prima o poi, sarà fatta. Quelle persone devono certo pagare per quel che fecero, ma anche così nulla riporterà indietro i nostri cari. E comunque sono da un quarto di secolo a Guantanamo, non hanno avuto una buona vita. A loro non penso mai. M’importa solo sapere che non faranno altro male, che non causeranno ad altre famiglie il dolore atroce che abbiamo provato noi».
A New York 300 familiari delle vittime hanno chiesto che il sindaco Mamdani non partecipi alla cerimonia del 25° anniversario perché ritengono non abbia condannato con abbastanza forza gli autori. Condivide?
«No. I politici hanno il compito di governare e garantire la sicurezza. Ma mantenere vivo il ricordo delle persone che morirono quel giorno è un dovere di tutti. Come nazione dovremmo fare un lavoro migliore e, invece di rinfocolare polemiche, dovremmo sforzarci di essere tutti più uniti. È la lezione dei passeggeri del volo 93. Quelle persone avevano storie diverse, venivano da ceti sociali differenti, ciascuna con la propria identità, fede, ideologia. Ma furono capaci di superare ogni cosa, mettere da parte ogni discrepanza e diventare un unico gruppo di persone, che unite seppero trasformarsi in strumento di giustizia. Scofissero i terroristi col loro eroismo».