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Il regista Lapid: “La tragedia di Israele nel mio ‘Yes’, boicottato da Netanyahu e dai pro-Pal”

Il regista Lapid: “La tragedia di Israele nel mio ‘Yes’, boicottato da Netanyahu e dai pro-Pal”

Da lunedì arriva nei cinema italiani – dopo molte polemiche – il film grottesco anti-bellico dell’autore di Tel Aviv, detestato dal governo ma costretto a dimettersi dal festival di Marsiglia per le proteste dei filopalestinesi. “Sono sconvolto dalla catastrofe che il mio Paese continua ad alimentare a Gaza. E dalla totale indifferenza di tanti ‘bravi israeliani’”, dice in quest’intervista

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“Le differenze tra Netanyahu e i suoi principali rivali mi sembrano solo tecniche. Sarà come una battaglia tra cugini”. Non vede speranze per Israele in vista delle elezioni del 27 ottobre, Nadav Lapid, 51 anni, pluripremiato regista il cui ultimo e controverso film Yes arriva da lunedì 14 settembre nei cinema italiani dopo diverse peripezie grazie a Wanted Cinema, già distributore di No Other Land. “Sono sconvolto dalla catastrofe che il mio Paese continua ad alimentare a Gaza. E dalla totale indifferenza di tanti ‘bravi israeliani’”, dice Lapid, che è stato al centro di molte polemiche. Anti-bellico e anti-Netanyahu, il suo “Yes” è odiato dalla destra e dal governo israeliano ma è anche boicottato dai Pro-Pal – paradossale e triste segno dei tempi – a causa di un piccolo finanziamento statale (non governativo) ricevuto: una campagna promossa anche da alcuni colleghi – ma contestata da star come Louis Garrel e Natalie Portman – che a luglio ha costretto Lapid a dimettersi dalla giuria del Festival di Marsiglia. Già vincitore dell’Orso d’oro a Berlino e del premio della giuria a Cannes, Lapid vive a Parigi da cinque anni, ma dopo il 7 ottobre tornò nel suo Paese per girare “Yes”, film grottesco che in Europa in tanti si sono rifiutati di distribuire per paura di polemiche e ritorsioni. “Yes” racconta la storia di un musicista che per motivi economici accetta di comporre un nuovo inno nazionale che celebra i crimini dell’Idf a Gaza.

Con quello che sta succedendo a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, come si sente da israeliano?

“Sono sconvolto dalla catastrofe che il mio Paese continua ad alimentare. E sono scioccato dalla totale indifferenza del mondo, in particolare dei governi occidentali che faticano a imporre a Israele delle vere sanzioni, che oggi potrebbero essere l’unica vera speranza, visto che come vediamo Israele non cambia, da dentro non può arrivare il cambiamento”.

Userebbe le parole "genocidio" e "apartheid"?

“Quando si vede un elefante bisogna chiamarlo “elefante”. È un sistema di apartheid quello in cui dei cittadini, come i palestinesi, sono sottoposti a un sistema di leggi diverso a causa delle loro origini etniche. Perché chi decide davvero la loro vita nei territori occupati? Non certo l’Anp, ma Israele. Sul genocidio c’è un ampio dibattito e io non sono un giurista, ma a me sembra che non stiamo combattendo una guerra contro Hamas, ma contro i palestinesi. E sono in tanti gli israeliani che fantasticano sulla possibilità di sbarazzarsi di loro”.

Ciò che sta accadendo oggi è una naturale evoluzione di ciò che Israele era prima, o c'è stata una svolta?

“Questo tema è al centro di un dibattito in quella estrema minoranza che si chiama sinistra israeliana. Ma io non sono tra quelli che vagheggiano con nostalgia un tempo andato in cui Israele sarebbe stato un posto migliore. Ciò a cui stiamo assistendo ora è l’essenza di questa creatura chiamata Israele. Non ne rappresenta una perversione o un errore. È la stessa cosa, solo ancora peggiore. Un Paese che non cerca nemmeno più di sembrare una democrazia liberale, ma vuole essere solo uno Stato potente, violento e vendicativo”.

Come valuta ciò che sta accadendo in Cisgiordania?

“Cisgiordania e Gaza sono due facce della stessa medaglia. Anzi l’occupazione della Cisgiordania è la stella polare della politica israeliana, l’ha guidata anche quando c’è stato il disimpegno da Gaza voluto da Ariel Sharon nel 2005 e si basa su un’idea di supremazia etnica”.

Nel suo film, che qualcuno ha paragonato a “The Zone of Interest”, racconta israeliani comuni, istruiti e perbene, che accettano l'orrore di Gaza senza battere ciglio.

“Può sembrare strano, ma la sento come una vergogna persino superiore a quella degli orrori di Gaza. Vedere tanti “bravi israeliani”, giovani talentuosi e liberi, rimanere indifferenti. È una macchia morale terribile che mi interessa di più di quella dei ministri e dei soldati e la cui descrizione, a mio parere, rende i miei film più radicali di quelli più tradizionalmente “politici”. Perché le proteste per il ritorno degli ostaggi o contro il governo sono cose completamente diverse: da noi non esiste un movimento anti-guerra come esisteva in America al tempo del Vietnam o in Francia per l’Algeria. C’è qualcosa di profondamente malato nella società israeliana”.

Cosa pensò il 7 ottobre?

“Ero ovviamente scioccato da tanta crudeltà. E sì, persi anch’io amici e conoscenti. Ma questo non mi ha acciecato. Già tre giorni dopo dissi in un’intervista che non potevamo stupirci se, dopo che avevamo trasformato Gaza in un posto mostruoso, ne vedevamo uscire dei mostri. Opinioni che mi sono costate molte amicizie e l’accusa di tradimento, mentre l’unica voce ammessa era di chi gridava alla guerra contro “i nazisti di Gaza””.

Vede qualche speranza per Israele, ad esempio se pensa alle elezioni di ottobre?

“Le differenze tra Netanyahu e i suoi principali rivali mi sembrano solo tecniche. Sarà come una battaglia tra cugini”.

Parliamo del suo film. Perché finora non era stato distribuito in Italia fino ad ora e ha trovato tante difficoltà anche in altri Paesi, come la Spagna?

“Perché il tema Israele-Palestina è il più esplosivo del mondo, provoca reazioni emotive fortissime anche a chi non sa collocarli su una mappa. I burocrati del cinema se ne tengono alla larga non per motivi ideologici, ma perché sono terrorizzati dalle possibili reazioni. Chiudono gli occhi, per loro è troppo. Ho ricevuto una quantità infinita di messaggi da parte di distributori, mi dicevano che il film era bellissimo ma troppo rischioso. Parliamo di signori di sessant’anni, per i quali toccare il fuoco dovrebbe essere parte del loro lavoro ma anche del loro esistere nel mondo. Anche le istituzioni europee si sono tenute alla larga dal mio film, perché era troppo critico verso Israele. Tutti preferirebbero una sorta di equidistanza, al modo in cui Jean-Luc Godard definiva l’ “oggettività”: “Dare cinque minuti agli ebrei e cinque minuti a Hitler”.Ma il cinema dovrebbe far casino, come quello di Lars von Trier, e invece è diventato molto conservatore. Sono contento che il mio film arrivi finalmente da voi perché gli italiani conoscono bene questo gemellaggio di volgarità e oscenità da un lato e fascismo dall’altro che racconto nel mio film, e che in qualche modo si ritrova anche nel cinema di Fellini e Sorrentino”.

Attribuisce quanto le è accaduto a Marsiglia – con i Pro-Pal che l’hanno costretta a dimettersi dalla giuria del festival – all'antisemitismo?

“Sarebbe troppo facile. Gli antisemiti e i razzisti esistono in tutto il mondo e sono anche a sinistra. Ma non è questo il punto. Tanti Pro-Pal sono persone frustrate, che si sentono senza potere e che però a mio modo di vedere sono intellettualmente pigre, dei narcisi che peraltro paradossalmente portano avanti una protesta da consumatori capitalisti: vi boicottiamo non comprando i vostri prodotti. Dedicano tempo ed energia a cose che non cambiano in nulla la vita dei palestinesi di Nablus o Gaza, mentre potrebbero dedicarli a iniziative politiche più concrete. Preferiscono la politica simbolica a quella reale. Preferiscono dare la caccia agli impuri piuttosto che mostrarsi davvero coraggiosi ed efficaci”.

Ad esempio?

“Una campagna per la liberazione di Marwan Barghouti o per sanzioni contro Israele come quelle per il Sudafrica dell’apartheid. Per non parlare del fatto che pensano a boicottare a Marsiglia un regista anti-guerra invece di contestare l’expo delle armi di Parigi, dove gli stand di Israele sono stati tra i più popolari”.

Nadav Lapid accompagnerà “Yes” in un tour di presentazioni speciali in Italia. Il 14 settembre alle 20.30 al Cinema Troisi di Roma, il regista presenterà il film insieme al regista Gianfranco Rosi e a Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento Europeo. Il 15 settembre a Milano sarà invece al fianco di Luca Guadagnino, mentre il 16 settembre al Cinema Massimo di Torino presenterà la pellicola con Carlo Chatrian

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