Gli Houthi a Bab el-Mandeb, vola il greggio. Ecco perché il conto più salato è per Riad
di Francesco Manacorda , -Non serve chiudere Bab el-Mandeb per incendiare il prezzo del petrolio. Basta controllarlo e instillare nei mercati il timore che attraversarlo sia diventato più pericoloso. Un timore rafforzato ieri dalla decisione dell’Arabia Saudita di chiudere il suo maggiore oleodotto dopo gli attacchi dallo Yemen. Del resto l’impennata del petrolio è la prima conseguenza economica dell’avanzata degli Houthi sulla costa yemenita e sulle isole dello stretto che sbocca a sud del Mar Rosso, nel Golfo di Aden. Con la principale alternativa allo Stretto di Hormuz improvvisamente strozzata, il Brent, che giovedì ha chiuso sopra 107 dollari al barile, resta oltre quota 100 e si avvia a guadagnare più dell’8% nella settimana. Ma il petrolio è solo la prima riga del conto: i noli delle grandi petroliere in Medio Oriente sono arrivati a livelli record e ogni incremento dei rischi si trasferisce in diretta sulle assicurazioni, quindi sul costo finale del trasporto.
Gli Houthi assicurano che la navigazi…
Non serve chiudere Bab el-Mandeb per incendiare il prezzo del petrolio. Basta controllarlo e instillare nei mercati il timore che attraversarlo sia diventato più pericoloso. Un timore rafforzato ieri dalla decisione dell’Arabia Saudita di chiudere il suo maggiore oleodotto dopo gli attacchi dallo Yemen. Del resto l’impennata del petrolio è la prima conseguenza economica dell’avanzata degli Houthi sulla costa yemenita e sulle isole dello stretto che sbocca a sud del Mar Rosso, nel Golfo di Aden. Con la principale alternativa allo Stretto di Hormuz improvvisamente strozzata, il Brent, che giovedì ha chiuso sopra 107 dollari al barile, resta oltre quota 100 e si avvia a guadagnare più dell’8% nella settimana. Ma il petrolio è solo la prima riga del conto: i noli delle grandi petroliere in Medio Oriente sono arrivati a livelli record e ogni incremento dei rischi si trasferisce in diretta sulle assicurazioni, quindi sul costo finale del trasporto.
Gli Houthi assicurano che la navigazione internazionale nel Mar Rosso resterà sicura e che il loro embargo riguarda solamente le navi saudite, visto che Riad è il loro nemico giurato nella lotta per il controllo dello Yemen. Può anche essere vero. Il problema è che a decidere quanto valga quella promessa non sono le milizie finanziate dall’Iran, ma armatori e assicuratori. Già a luglio, con l’aumento della tensione nell’area, i premi di guerra per attraversare il Mar Rosso meridionale erano balzati dallo 0,3% del valore della nave fino all’1-2%: percentuali che su una grande petroliera significano centinaia di migliaia di dollari per un singolo viaggio. E adesso chi deve mandare una nave attraverso quel braccio di mare sa che su una delle due sponde ci sono gli Houthi e che nelle loro mani c’è anche Perim, l’isola che divide i due canali di navigazione.
La nuova strozzatura colpisce le monarchie del Golfo in modo molto asimmetrico. Sul Qatar pesa poco o nulla in più: Doha ha già un problema molto più grave a monte. Dopo i danni all’impianto di Ras Laffan e con Hormuz ancora praticamente chiuso al gas naturale liquefatto, una parte importante della capacità di esportazione è ferma; 12,8 milioni di tonnellate annue potrebbero restare fuori uso per anni. Per gli Emirati l’esposizione è intermedia: Abu Dhabi dispone già dell’oleodotto verso Fujairah, sull’Oceano Indiano, che può trasportare circa 1,8 milioni di barili al giorno evitando Hormuz. È una polizza infrastrutturale che oggi vale parecchio, ma che funziona soprattutto verso l’Asia. Per andare verso il Mediterraneo, invece, resta la scelta tra il Mar Rosso e la lunga circumnavigazione dell’Africa.
Il punto davvero delicato è l’Arabia Saudita. Da quando Hormuz è diventato quasi impraticabile, Riad ha spostato una quota crescente del greggio dall’est del Paese fino a Yanbu, sul Mar Rosso, attraverso i circa 1.200 chilometri dell’East-West Pipeline. La capacità dell’oleodotto è stata portata a 7 milioni di barili al giorno e fino a 5 milioni possono alimentare l’export da Yanbu. Non è un dettaglio: secondo l’amministrazione Usa proprio lo spostamento dei flussi sauditi ha contribuito a far salire il petrolio transitato da Bab el-Mandeb da 5,4 milioni di barili al giorno alla fine del 2025 a 8,1 milioni nel secondo trimestre di quest’anno. Ancora nei primi giorni di settembre da Yanbu partivano, secondo le società di tracciamento, tra 2,9 e 3,7 milioni di barili al giorno. Carichi che adesso rischiano di essere cancellati proprio perché appartengono ai sauditi.
Insomma, Riad ha costruito e poi utilizzato una gigantesca deviazione per evitare il casello iraniano di Hormuz e adesso scopre che all’uscita della deviazione può essercene un altro, controllato dagli alleati di Teheran. È anche così che si spiegano i numeri drammatici di agosto: esportazioni saudite scese attorno a 3 milioni di barili al giorno e produzione ai livelli più bassi da oltre trent’anni, dice l’Agenzia internazionale per l’energia.
Resta infine l’incognita dell’East-West. Riad ha annunciato la chiusura dell’oledotto «dopo attacchi nelle aree di Riad e di Medina». Se anche l’attacco non arrecasse danni duraturi, il segnale è pesante: non più soltanto il rischio sullo stretto e sulle navi, ma quello sull’infrastruttura terrestre costruita proprio per sottrarre il petrolio saudita al ricatto di Hormuz. Per l’Arabia Saudita si restringono simultaneamente due porte di uscita. Per il mercato mondiale dell’energia un altro elemento negativo da incorporare nei prezzi.