Il premier scozzese Swinney: “Il decentramento non basta, l’addio a Londra è maturo”
dal nostro inviato Antonello GuerreraCARDIFF – John Swinney, 62 anni, due mogli, tre figli, voce pacata e non da Braveheart, uomo profondamente cristiano (Church of Scotland), è il nuovo premier a Edimburgo nonché paladino degli indipendentisti dello Scottish National Party (Snp), dopo lo scandalo dei fondi di partito che ha affossato l’ex leader Nicola Sturgeon. Con alcuni giornalisti britannici, lo incontriamo nel palazzo del governo gallese a Cardiff insieme al “first minister” locale Rhun ap Iorwerth, dopo il patto firmato ieri con Irlanda del Nord e Galles per diventare indipendenti da Londra.
Swinney, perché volete diventare indipendenti e tornare nella Ue? Solo per l’economia?
«Non solo. Innanzitutto, deve ricordarsi che nel 2016 la Scozia votò a grande maggioranza contro l’uscita del Regno Unito dalla Ue (il 62 contro il 38 per cento, rispetto al 48-52% nazionale, ndr). Siamo stati cacciati contro la nostra volontà. Nel frattempo, la Brexit ha causato danni economici straordinari dalle nostre parti». …!-->
CARDIFF – John Swinney, 62 anni, due mogli, tre figli, voce pacata e non da Braveheart, uomo profondamente cristiano (Church of Scotland), è il nuovo premier a Edimburgo nonché paladino degli indipendentisti dello Scottish National Party (Snp), dopo lo scandalo dei fondi di partito che ha affossato l’ex leader Nicola Sturgeon. Con alcuni giornalisti britannici, lo incontriamo nel palazzo del governo gallese a Cardiff insieme al “first minister” locale Rhun ap Iorwerth, dopo il patto firmato ieri con Irlanda del Nord e Galles per diventare indipendenti da Londra.
Swinney, perché volete diventare indipendenti e tornare nella Ue? Solo per l’economia?
«Non solo. Innanzitutto, deve ricordarsi che nel 2016 la Scozia votò a grande maggioranza contro l’uscita del Regno Unito dalla Ue (il 62 contro il 38 per cento, rispetto al 48-52% nazionale, ndr). Siamo stati cacciati contro la nostra volontà. Nel frattempo, la Brexit ha causato danni economici straordinari dalle nostre parti».
Quali?
«Basti pensare al crollo del Pil, ma anche all’inflazione e al costo della vita. Quindi vogliamo riavvicinarci sempre di più, e al più presto, ai nostri amici nella Ue e agli altri partner internazionali: in Scozia molte aziende hanno dovuto mollare o cambiare perché non potevano più commerciare con la Ue, dopo la Brexit. Ma ci sono altre ragioni: vogliamo più immigrati, perché servono alla nostra economia e perché abbiamo una età media lavorativa alta. E siamo anche a favore della circolazione di studenti e ricercatori europei nel campo accademico, perché la nostra crescita ne beneficerà».
«Il primo incontro che abbiamo avuto è stato positivo. A me e agli altri ha assicurato che da Londra non legifererà sulle nostre teste, ed è aperto a una devolution delle nazioni del Regno ancora più marcata. Ma non è sufficiente. Perché in questo status quo ci sono troppe cose che ci danneggiano. Mentre la Scozia ha bisogno di flessibilità, anche fiscale, per la crescita. Questo può avvenire davvero solo con l’indipendenza».
La giornata di oggi, con Scozia, Galles e Irlanda del Nord per la prima volta insieme sulle barricate contro Londra, segna l’inizio della fine del Regno Unito?
«È certamente un giorno estremamente significativo. Burnham sarà l’ultimo premier britannico del Regno. In Scozia oramai tutti i sondaggi sono a favore dell’indipendenza. Voglio che la mia nazione abbia gli stessi diritti e opportunità di altri Paesi. Continueremo a fare pressione, affinché ci venga concesso un nuovo referendum sull’indipendenza (nel 2014 vinse il no con il 55% ma allora il Regno Unito era ancora nella Ue, ndr). È solo questione di tempo».