✕

Patto tra Scozia, Galles e Irlanda del Nord: “Decidiamo noi il nostro futuro”

Ascolta l'audio

Tre delle quattro nazioni del Regno si sono riunite a Cardiff con l’obiettivo di perseguire l’indipendenza dal Regno Unito
2 minuti di lettura

CARDIFF – La rivoluzione delle periferie del Regno inizia in un hotel a cinque stelle sulla baia di Cardiff. Alle dieci di mattina, i quattro moschettieri dell’indipendenza entrano nel lussuoso hotel St Davids per «un evento storico»: un vertice per sbrindellare il Regno Unito, mai visto prima, che sfocia in un memorandum comune di intesa che non solo solca la strada verso l’indipendenza delle singole nazioni ma anche l’ingresso nell’Unione Europea: «Crediamo che esista una strada migliore. Westmimster non può fermarci. Siamo noi a decidere il nostro futuro. Per questo vogliamo cooperare su economia, risorse, cooperazione e ingresso in Ue». Ci sono i tre primi ministri (first minister) di Scozia, Galles e Irlanda del Nord, ovvero John Swinney, Rhun ap Iorwerth e Michelle O’Neill, e anche la madrina politica di quest’ultima, Mary Lou McDonald, la leader di Sinn Féin, ex braccio politico dell’Ira.

CARDIFF – La rivoluzione delle periferie del Regno inizia in un hotel a cinque stelle sulla baia di Cardiff. Alle dieci di mattina, i quattro moschettieri dell’indipendenza entrano nel lussuoso hotel St Davids per «un evento storico»: un vertice per sbrindellare il Regno Unito, mai visto prima, che sfocia in un memorandum comune di intesa che non solo solca la strada verso l’indipendenza delle singole nazioni ma anche l’ingresso nell’Unione Europea: «Crediamo che esista una strada migliore. Westmimster non può fermarci. Siamo noi a decidere il nostro futuro. Per questo vogliamo cooperare su economia, risorse, cooperazione e ingresso in Ue». Ci sono i tre primi ministri (first minister) di Scozia, Galles e Irlanda del Nord, ovvero John Swinney, Rhun ap Iorwerth e Michelle O’Neill, e anche la madrina politica di quest’ultima, Mary Lou McDonald, la leader di Sinn Féin, ex braccio politico dell’Ira.

È il loro momento. Del resto, non era mai successo che i leader delle tre nazioni del Regno Unito (oltre all’Inghilterra) fossero tutti nazionalisti e soprattutto independentisti. Se non ora, quando? L’unione fa la forza, quindi tutti ruggiscono contro Burnham e Londra. Ap Iorwerth: «Westminster non funziona». Swinney: «Burnham sarà l’ultimo premier britannico». O’Neill: «Spezzeremo la catene di Londra».

Non solo. Nel pomeriggio, incontriamo Swinney e Ap Iorwerth, nell’enorme edificio squadrato del governo gallese a Cathays Park. Qui i due firmano da soli un vero e proprio accordo tra Edimburgo e Galles, ovvero il Cardiff Agreement, che certifica la volontà di sovvertire l’ordine e la costituzione del Regno. L’Irlanda del Nord non c’è solo perché quello di Belfast è un esecutivo «confessionale», secondo gli accordi del Venerdì Santo del 1998, e dunque la leader O’Neill e tantomeno McDonald non possono fare come gli pare: per firmarlo, serve anche il consenso del Dup, il massimo partito unionista e protestante. La cui vicepremier Emma Little-Pengelly nordirlandese sbotta: «Senza di noi, non ha alcun valore!».

Critici anche il governo Burnham, i tories e Farage: «Sciocchezze». Il primo ministro non si è espresso per la morte del padre Roy, 85 anni, che lo iniziò alla politica, al Labour e all’anti-thatcherismo e che, causa Alzheimer, non ha mai saputo che fosse diventato premier. In suo luogo e in nome del governo - che ha l’ultima parola su qualsiasi referendum - si è espresso il ministro per la Scozia, Douglas Alexander: «Queste sono solo distrazioni».

Di certo, la devolution, innescata da Tony Blair oltre vent’anni fa, non ha raffreddato i bollenti spiriti indipendentisti. Ma anche Burnham ha commesso un errore. La settimana scorsa ai Comuni si è lasciato sfuggire che, non solo per l’Irlanda del Nord (come da accordi di pace del Venerdi Santo) ma anche per Scozia e Galles, conta «il peso del consenso popolare per la valutazione di un referendum sull’indipendenza». Belfast, Edimburgo e Cardiff hanno visto il sangue e si sono lanciati all’assalto, a maggior ragione dopo le parole di Donald Trump a favore della riunificazione irlandese.

Gli alleati del premier hanno cercato di ritrattare: «I referendum non sono affatto sul tavolo». Ma c’è un altro problema. Come può essere credibile, o meglio influente sull’argomento, un primo ministro “nordista” e antagonista come Burnham, che ha lanciato una campagna contro Londra e il sud dell’Inghilterra che succhierebbero risorse, potere e soldi al resto del Paese? Scozia, Galles e Irlanda del Nord dicono più o meno la stessa cosa. Come conferma a Repubblica il leader gallese Ap Iorwerth: «Abbiamo qualcosa in comune con Burnham».

Leggi i commenti