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Il sindaco di Gaza City: “La guerra è finita, ma viviamo tra macerie e rifiuti”

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Yahya al Sarraj racconta: “Restiamo sotto occupazione, l’Idf non fa entrare ciò che ci serve, siamo senza acqua e servizi”
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Yahya al Sarraj è un sindaco senza mezzi, soldi, strade, case, discariche, illuminazioni, acquedotti, uffici, personale. Ma è pur sempre il sindaco di Gaza City, un ingegnere prestato all’amministrazione, che non appartiene a nessuna fazione politica. Non se n’è andato, non è scappato: è rimasto nella sua città durante tutta la guerra. E quando all’una di notte lo scheletro di un palazzo si è accartocciato su una dozzine di famiglie palestinesi a cui il destino non ha risparmiato nulla, è corso per provare a dare una mano. Ci risponde al telefono mentre è davanti alle macerie.

Come sta sindaco?

«Sono molto triste».

Quel palazzo era stato colpito durante la guerra?

«Era stato parzialmente danneggiato ma era ancora in piedi. Non era sicuro, ma le persone qui non ce la fanno più a vivere in tenda e non hanno alternative: sono disposte a rischiare anche la vita per avere un posto dove stare. Le tende non sono vivibili: fa molto caldo d’estate e molto freddo d’inverno, e tante sono ormai l…

Yahya al Sarraj è un sindaco senza mezzi, soldi, strade, case, discariche, illuminazioni, acquedotti, uffici, personale. Ma è pur sempre il sindaco di Gaza City, un ingegnere prestato all’amministrazione, che non appartiene a nessuna fazione politica. Non se n’è andato, non è scappato: è rimasto nella sua città durante tutta la guerra. E quando all’una di notte lo scheletro di un palazzo si è accartocciato su una dozzine di famiglie palestinesi a cui il destino non ha risparmiato nulla, è corso per provare a dare una mano. Ci risponde al telefono mentre è davanti alle macerie.

Come sta sindaco?

«Sono molto triste».

Quel palazzo era stato colpito durante la guerra?

«Era stato parzialmente danneggiato ma era ancora in piedi. Non era sicuro, ma le persone qui non ce la fanno più a vivere in tenda e non hanno alternative: sono disposte a rischiare anche la vita per avere un posto dove stare. Le tende non sono vivibili: fa molto caldo d’estate e molto freddo d’inverno, e tante sono ormai logore. Di nuove ne arrivano poche. Servono case mobili o case vere».

Avete i mezzi per scavare?

«No, abbiamo pochissime attrezzature molto vecchie, non sono adatte a salvare persone intrappolate sotto le macerie».

Ha chiesto alle autorità israeliane di consentire l’ingresso di più attrezzature per scavare?

«È da circa tre anni che continuiamo a chiedere; nessuno ascolta, non ci danno il permesso. Abbiamo bisogno di tutto: materiali edili, pezzi di ricambio. Se li avessimo avuti avremmo potuto riparare quegli edifici a rischio crollo. Questa mattina abbiamo chiamato le organizzazioni internazionali chiedendo che venisse autorizzato l’ingresso di tutto questo materiale. Stiamo scavando a mani nude».

È passato quasi un anno dal cessate il fuoco: com’è la situazione a Gaza City?

«Abbiamo più cibo, non c’è più la carestia, ma molte cose fondamentali non arrivano. È sopravvivenza, non vita vera e propria. La maggior parte delle macerie della guerra è ancora lì, con i morti sotto. Siamo riusciti a sgomberare solo le strade principali. Abbiamo un problema con i rifiuti, perché non ci è consentito trasportarli verso le discariche che sono nella parte orientale di Gaza, ancora sotto occupazione israeliana. Siamo costretti a gestire i rifiuti all’interno delle aree residenziali, con tutti i rischi per la salute che questo comporta».

Avete acqua pulita?

«La disponibilità idrica è pari a circa il 30% del fabbisogno. Riusciamo a procurarci acqua potabile pulita grazie ad alcune organizzazioni internazionali. Tuttavia, molti pozzi non funzionano».

E i servizi igienici? Ai gazawi è consentito almeno fare una doccia?

«Questo è uno dei problemi principali. Gli israeliani non permettono l’ingresso di nuovi servizi igienici e la gente cerca di arrangiarsi: adibisce una parte della tenda a bagno o semplicemente scava una buca nel terreno, la copre in qualche modo e fa lì i propri bisogni. Ma questa non è una vita dignitosa».

Come si ci guadagna da vivere a Gaza?

«La disoccupazione supera probabilmente il 70-80%, le persone dipendono dagli aiuti».

I bambini vanno a scuola?

«Si ma a giorni alterni, perché non abbiamo abbastanza posto per tutti. Molti non frequentano le lezioni».

Ha chiesto aiuto al governo tecnico palestinese istituto dal Consiglio per la Pace di Trump?

«Certo, ma sembrano paralizzati. Il piano Trump sta fallendo, non è stato attuato quasi nulla, se non una riduzione del numero di vittime quotidiane. Il valico di Rafah è chiuso: solo circa 150 persone possono entrare o uscire ogni giorno, tra molte restrizioni».

Hamas ha accettato di disarmarsi e di lasciare il potere: lei ci crede?

«Hanno dichiarato più volte di essere pronti ad andarsene, e alcuni di loro lo hanno effettivamente fatto. Ma se ora dovessero andarsene tutti, si creerebbe un vuoto di potere che potrebbe causare scontri, disordini. Serve qualcuno che prenda il loro posto ma nessuno è pronto a subentrare. Una forza internazionale di stabilizzazione dovrebbe intervenire a Gaza, separare palestinesi e israeliani e porre fine alle uccisioni, che avvengono ogni giorno».

Perché dice che senza Hamas scoppierebbe il caos?

«Perché ci sono molti gruppi armati, milizie che collaborano con gli israeliani, se dovesse sorgere un problema tra due persone, chi lo risolverebbe? Serve la polizia. Serve l’autorità. Non si può vivere senza un governo».

Cosa chiede alla comunità internazionale?

«Di considerare gli abitanti di Gaza come esseri umani, non come numeri. Noi palestinesi siamo una risorsa, non una minaccia. Abbiamo tra le popolazioni più istruite al mondo. Vogliamo lavorare, non dipendere dagli aiuti. Vogliamo ricostruire una vita in pace, una vita dignitosa».

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