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Riad, la vetrina della rivoluzione di Mbs ora sfiorata dalla guerra

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In pochi anni la capitale saudita è diventata il simbolo della trasformazione voluta dal principe ereditario. Il fatto che ieri sia stata sfiorata per la prima volta dal conflitto con gli Houthi, è simbolico
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All’aeroporto di Riad una serie di nuovissimi totem accoglie il visitatore. Non c’è fila: basta passare un QR code del visto – che si ottiene on line – sul lettore ottico e i cancelli elettronici si spalancano, lasciando passare il viaggiatore. Una cosa inconcepibile fino a qualche anno fa, quando per andare in Arabia Saudita occorrevano lettere di invito e colloqui e all’arrivo i funzionari aprivano i bagagli alla ricerca – fra l’altro - di cioccolatini che potessero contenere alcool, vietato nel Regno: il tutto rigorosamente diviso in file distinte, donne da una parte, uomini dall’altra. Anche per questo, per i totem e il senso di libertà che regalano, la capitale è il luogo che più di ogni altro rappresenta visivamente i cambiamenti che Mohammed bin Salman ha imposto all’Arabia Saudita. E il fatto che ieri sia stata sfiorata per la prima volta, seppur solo da lontano, dal conflitto con gli Houthi, è simbolico.

L’erede al trono non l’ha mai amata: ma dalla città che prima di es…

All’aeroporto di Riad una serie di nuovissimi totem accoglie il visitatore. Non c’è fila: basta passare un QR code del visto – che si ottiene on line – sul lettore ottico e i cancelli elettronici si spalancano, lasciando passare il viaggiatore. Una cosa inconcepibile fino a qualche anno fa, quando per andare in Arabia Saudita occorrevano lettere di invito e colloqui e all’arrivo i funzionari aprivano i bagagli alla ricerca – fra l’altro - di cioccolatini che potessero contenere alcool, vietato nel Regno: il tutto rigorosamente diviso in file distinte, donne da una parte, uomini dall’altra. Anche per questo, per i totem e il senso di libertà che regalano, la capitale è il luogo che più di ogni altro rappresenta visivamente i cambiamenti che Mohammed bin Salman ha imposto all’Arabia Saudita. E il fatto che ieri sia stata sfiorata per la prima volta, seppur solo da lontano, dal conflitto con gli Houthi, è simbolico.

L’erede al trono non l’ha mai amata: ma dalla città che prima di essere il cuore del regno saudita è stata la capitale della tribù degli Al Saud, fondatrice della nazione, più di tanto non può allontanarsi. Qui ci sono il governo, il parlamento, le ambasciate e quell’hotel Ritz Carlton trasformato nel simbolo fisico del suo potere, quando vi ha rinchiuso decine di familiari e uomini d’affari in una mega operazione anti-corruzione. Così anche se appena può scappa nel deserto o sul Mar Rosso, è Riad la vetrina del progetto di rivoluzione dell’Arabia saudita voluto da Mohammed bin Salman.

Ieri dal centro le colonne di fumo nero che hanno avvolto il deposito di Aramco andato a fuoco erano a malapena visibili, ma chi abita nella capitale racconta del senso di incertezza che ha avvolto una città che in pochi anni si è trasformata da luogo sonnecchioso e dimenticato, in un posto quasi normale e affollato di stranieri. Ci sono i cinema a Riad, riaperti nel 2018 dopo un divieto durato 35 anni, le donne sfrecciano al volante di auto enormi (anche in questo caso dal 2018: prima non lo avevano potuto fare per 40 anni), e nei ristoranti possono sedersi accanto agli uomini che non sono loro familiari (anche questo, proibito per decenni). Nonostante le leggi abbiano abolito i divieti, in molte aree del Paese ancora non è così.

Anche per questo moltissimi stranieri che lavorano in Arabia Saudita vivono nella capitale. Non soltanto quelli che stanno rinchiusi fra le mura del quartiere diplomatico – nuovo centro della movida, colpito in primavera da missili iraniani puntati con tutta probabilità contro l’ambasciata americana – ma le migliaia di persone che a Riad si sono trasferite per avere accesso a qualche fetta della grande torta della modernizzazione saudita: trasporti, cultura, formazione, turismo. Settori che negli ultimi anni hanno arricchito italiani, francesi, inglesi e americani: la maggior parte dei quali sogna Gedda e la sua atmosfera liberale, ma poi fa base a Riad perché qui ci sono i ministeri e gli uffici principali delle società principali.

Il King Abdullah Financial District è il quartiere generale dei grandi gruppi e dei loro dipendenti: una zona di grattacieli per anni abbandonata che da quando Mbs è arrivato al potere è rifiorita, con costruzioni sempre più ardite e prezzi alle stelle. A lungo, la vicinanza con l’autostrada che arriva all’aeroporto è stata uno dei punti di forza dell’area. Ora rischia di trasformarsi in una debolezza.

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