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Kupchan: “L’Onu serve ma andrebbe rinforzata con istituzioni regionali”

Charles Kupchan

 

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L’ex consigliere di Obama: “Il Palazzo di Vetro dimostra di essere ancora utile, ma sulla sicurezza è bloccata dai veti delle potenze”
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NEW YORK – «Un Trump sulla difensiva, tanto su crisi specifiche come Iran e Ucraina, quanto in generale sul multilateralismo. Forse perché la guerra non è andata bene e la sua popolarità crolla, in vista delle elezioni midterm». Così ha letto il discorso del presidente all’Onu Charles Kupchan, già direttore per l’Europa nella Casa Bianca di Obama e oggi professore alla Georgetown University, autore del nuovo libro “Bringing Order to Anarchy” che parla proprio di come ricostruire la stabilità attraverso le istituzioni internazionali.

Che impressione le ha fatto il presidente?

«Nel complesso, il discorso è stato difensivo. Secondo gli standard di Trump, piuttosto mite. Ha difeso i suoi risultati, anche se la nuova età dell’oro non è arrivata ed è lontana dalla realtà vissuta dagli americani. Sull’Iran mi ha colpito che anche se ha parlato di annientarlo, poi si è concentrato su un accordo, avvertendo che ci vorrà tempo perché gli iraniani stanno aspettando le elezioni midterm. Non era u…

NEW YORK – «Un Trump sulla difensiva, tanto su crisi specifiche come Iran e Ucraina, quanto in generale sul multilateralismo. Forse perché la guerra non è andata bene e la sua popolarità crolla, in vista delle elezioni midterm». Così ha letto il discorso del presidente all’Onu Charles Kupchan, già direttore per l’Europa nella Casa Bianca di Obama e oggi professore alla Georgetown University, autore del nuovo libro “Bringing Order to Anarchy” che parla proprio di come ricostruire la stabilità attraverso le istituzioni internazionali.

Che impressione le ha fatto il presidente?

«Nel complesso, il discorso è stato difensivo. Secondo gli standard di Trump, piuttosto mite. Ha difeso i suoi risultati, anche se la nuova età dell’oro non è arrivata ed è lontana dalla realtà vissuta dagli americani. Sull’Iran mi ha colpito che anche se ha parlato di annientarlo, poi si è concentrato su un accordo, avvertendo che ci vorrà tempo perché gli iraniani stanno aspettando le elezioni midterm. Non era un discorso in cui minacciava shock and awe, e questo è indicativo del fatto che non vuole tornare ad usare la forza, come ha dimostrato anche rifiutando la richiesta dell’Arabia di attaccare gli Houthi».

Lo fa perché la guerra non ha funzionato, o per non perdere le midterm?

«Tutti questi motivi. Prima c’è stato il piano A, che era rovesciare il regime; poi il piano B, bombardare gli iraniani fino alla sottomissione; quindi il piano C, aprire lo Stretto di Hormuz scortando le navi. Non hanno funzionato e ora siamo al piano D, ossia lasciare che l’economia iraniana continui a indebolirsi e guadagnare tempo finché non otterrà un accordo. Poi ci sono altri tre fattori: le scorte di armi stanno finendo e l’esercito è esausto; il prezzo del petrolio sale; le midterm stanno arrivando».

Lui dice che non gli importa delle elezioni.

«Mente. La verità è che se ci sarà una grande vittoria per i democratici, rappresenterà un enorme atto di accusa contro Trump».

Ha detto a Putin di chiudere la guerra: sta cambiando qualcosa?

«Ci sono un paio di pezzi aggiuntivi nel puzzle: gli ucraini hanno mostrato una nuova capacità di portare la guerra in Russia, e il disegno di legge sulle nuove sanzioni Usa. Non credo che Trump le applicherà, perché non vuole scontentare il cinese Xi che è il primo acquirente di petrolio russo, ma almeno è tornato a prestare attenzione all’Ucraina».

Oggi Xi arriva a Washington: cosa si aspetta da lui Trump?

«Nessuno al mondo ha più forza per fare pressione su Russia e Iran. Il presidente vuole che il collega cinese lo aiuti su questi due fronti. In cambio offrirà l’alleggerimento dei dazi e una linea più morbida riguardo gli interessi di Pechino nel Nordest asiatico».

Ha rifiutato ogni accordo sull’intelligenza artificiale e vuole chiudere la Corte penale internazionale. Cosa dice questo sul suo approccio al multilateralismo?

«Su questo punto è stato un po’ più mite del solito. La sua amministrazione non crede nel multilateralismo, ma piuttosto nelle coalizioni di volontari come il Board of Peace, idea coraggiosa gestita male. Lui però si è persino complimentato col Palazzo di Vetro».

Perché?

«L’ipotesi più logica è che stato più mite perché la sua popolarità è in calo. Il pubblico americano è stanco della sua presidenza e i consiglieri gli hanno suggerito di essere meno conflittuale».

Nel suo nuovo libro lei propone di rilanciare il multilateralismo attraverso istituzioni regionali. Ci spiega come?

«Se l’Onu non esistesse dovremmo crearla. Fa molto bene ogni giorno, fornendo assistenza umanitaria, combattendo le malattie, creando un quadro per contrastare il cambiamento climatico. Il punto su cui è debole è la sicurezza, a causa del potere di veto dei paesi membri in contrasto fra loro. Per superarlo servirebbero istituzioni simili al Concerto europeo del Diciannovesimo secolo, in modo da integrare l’Onu con la spinta dal basso delle organizzazioni regionali informali, coadiuvata da quella che viene dall’alto dalle grandi potenze».

E Trump accetterebbe una soluzione di questo tipo?

«Penso che gli piacerebbe davvero questo sistema, perché vuole più capacità regionale, e delegare più responsabilità alle grandi potenze. Non gli piacciono invece gli accordi internazionali vincolanti. Il problema è che la sua amministrazione non funziona in modo coerente con un piano strategico. Il presidente è impulsivo e si circonda di sicofanti, non di esperti. Quindi non credo avrà mai un piano strategico globale, perché non ha questa capacità di pensiero».

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