Giudice Usa a Trump: “Riammetta i media banditi”. Dopo ore l’amministrazione ripristina l’accesso
di Anna LombardiNemmeno le sentenze giudiziarie fermano la furia di Donald Trump. La Casa Bianca, a cui il giudice distrettuale Jim Kelly aveva ordinato di ripristinare gli accessi per i giornalisti di Cnn, Politico e MsnNow, ha negato stamattina l’accesso ai reporter delle testate bandite. Due giornalisti che lavorano per MsnNow e Politico e una troupe della Cnn si sono presentati ai cancelli della presidenza per riprendere il lavoro, ma sono stati respinti.
La decisione di Kelly, peraltro, se la aspettava perfino Donald Trump, che, prima ancora di apprendere della sentenza del giudice, aveva già promesso: «Farò ricorso». Dando per scontato la sconfitta in tribunale del suo bando a Cnn, MsNow e Politico: le testate messe fuori dalla Casa Bianca d’impulso, dopo che la sua assistente Natalie Harp gli aveva mostrato alcune coperture negative, accusate di diffondere “Fake News”. E infatti il giudice distrettuale Tim Kelly, nominato proprio dal tycoon durante il suo primo mandato, – lo stesso che nel 20…
Nemmeno le sentenze giudiziarie fermano la furia di Donald Trump. La Casa Bianca, a cui il giudice distrettuale Jim Kelly aveva ordinato di ripristinare gli accessi per i giornalisti di Cnn, Politico e MsnNow, ha negato stamattina l’accesso ai reporter delle testate bandite. Due giornalisti che lavorano per MsnNow e Politico e una troupe della Cnn si sono presentati ai cancelli della presidenza per riprendere il lavoro, ma sono stati respinti.
La decisione di Kelly, peraltro, se la aspettava perfino Donald Trump, che, prima ancora di apprendere della sentenza del giudice, aveva già promesso: «Farò ricorso». Dando per scontato la sconfitta in tribunale del suo bando a Cnn, MsNow e Politico: le testate messe fuori dalla Casa Bianca d’impulso, dopo che la sua assistente Natalie Harp gli aveva mostrato alcune coperture negative, accusate di diffondere “Fake News”. E infatti il giudice distrettuale Tim Kelly, nominato proprio dal tycoon durante il suo primo mandato, – lo stesso che nel 2018 restituì le credenziali al corrispondente della Casa Bianca Jim Acosta “colpevole” di aver fatto una domanda scomoda - ha ordinato, almeno per ora (la decisione vale per le prossime due settimane, in attesa di una sentenza definitiva) la restituzione degli accrediti ai tre media che lunedì avevano presentato ricorso denunciando la «violazione diretta del Primo Emendamento» della Costituzione. Quello che garantisce la libertà di stampa e di parola, definendo la censura nei loro confronti una «flagrante violazione dei principi costituzionali fondamentali».
A difendere le testate ieri in aula erano stati gli avvocati Ted Boutrous, Katie Townsend e Connors Sullivan, tutti esperti di libertà di parola: e infatti al centro della discussione c’è stata quella che in termini legali si chiama “viewpoint discrimination”, discriminazione del punto di vista. Una posizione ben diversa da quella sostenuta dall’avvocato del Dipartimento di Giustizia Michael Velchik, lo stesso che ha condotto la causa contro Harvard, secondo cui il Presidente ha il diritto di negare l'accesso dei media alla Casa Bianca, a sua esclusiva discrezione: «L'accesso è un privilegio, non un diritto». In pratica le stesse argomentazioni usate contro l'Associated Press, l’agenzia di stampa considerata un pilastro del giornalismo americano, cui nel 2025 fu vietato l'accesso allo Studio Ovale per essersi rifiutata di adottare il nome “Golfo d'America” al posto di “Golfo del Messico”. Una causa tuttora in corso, nonostante le credenziali siano state nel frattempo restituite. L’avvocato ha sostenuto pure che l’esclusione non costituisce una «ritorsione» verso la copertura negativa dell'amministrazione Trump da parte dei tre media, perché «il presidente non ha revocato l'accesso a nessun altro media che lo ha criticato». Tentando di mirare più in alto: la decisione di Trump riguarda la «sicurezza nazionale» ha affermato. Secondo lui Cnn, MsNow e Politico avrebbero addirittura «pubblicato informazioni sensibili o classificate» coi loro articoli sulla diminuzione dei missili Patriot a causa della guerra in Iran negli arsenali delle forze armate Usa - una notizia successivamente confermata da un rapporto pubblicato dal Pentagono a settembre - sia occupandosi della violazione di certe regole nella costruzione della nuova sala da ballo della Casa Bianca fortemente voluta da Trump. Fornendo al giudice pure una lista di articoli presumibilmente «pericolosi».
Gli avvocati della Difesa hanno contestato le accuse: «All'improvviso, è diventata una questione di sicurezza nazionale», aveva affermato Boutrous, aggiungendo che il post del tycoon parlava invece «di un divieto motivato dal suo personale disprezzo» per le testate nel mirino. Aggiungendo che «il primo riferimento alla sicurezza nazionale in questa vicenda è arrivato solo dopo il deposito del ricorso», come se «all'amministrazione sia venuta solo in corsa l'illuminazione di cambiare la motivazione del provvedimento».
La decisione del giudice Kelly, che inizialmente aveva chiuso la sessione prendendosi tempo per deliberare, è arrivata diverse ore dopo, quando in America era già l’una di notte: ed era quella che tutti si aspettavano, il ripristino immediato dell’accesso, in attesa di una sentenza definitiva: «La regola generale prevede che i giornalisti debbano ricevere una notifica e avere l'opportunità di essere ascoltati prima che il governo li privi di un interesse costituzionalmente tutelato», ha scritto, riferendosi a quello che legalmente è definito «giusto processo». La regola, si legge ancora nel documento, è che i giornalisti «debbano ricevere un preavviso e l'opportunità di essere ascoltati prima che il governo li privi di un interesse costituzionalmente protetto». Il giudice Kelly, in realtà, non poteva far altro che applicare la legge in base ai precedenti. Per cambiare le cose, l’amministrazione dovrà rivolgersi a tribunali più alti.
Intanto, la decisione presa da Trump di allontanare le tre testate sta già avendo un effetto boomerang. Diverse tv e agenzie fotografiche hanno infatti deciso di boicottare la copertura del presidente come atto di solidarietà verso i colleghi. Fra queste, tutte le emittenti che compongono il pool televisivo, compresa la conservatrice Fox News.
L'accesso è stato poi ripristinato. La svolta è arrivata dopo che i legali delle tre testate giornalistiche si sono rivolte di nuovo al giudice per denunciare il fatto che la Casa Bianca non stava rispettando l'ordine emesso la scorsa notte con cui è stato sospeso il bando. Citando consiglieri e funzionari della Casa Bianca, la Cnn rivela che questa mattina nessuno aveva idea di come rispondere all'ordine emesso dal giudice, ed in questa situazione gli agenti della sicurezza hanno continuato a negare l'accesso ai giornalisti.
Nella risposta inviata dagli avvocati dell'amministrazione Trump al giudice federale che gli ha chiesto d'urgenza chiarimenti riguardo al mancato rispetto del suo ordine, è stato scritto che ai team operativi della Casa Bianca è stato comunicato alle 7.10 di ripristinare l'accesso per i media banditi e che i badge confiscati erano disponibili dalle 9.55. Ma le testate coinvolte denunciano che ai loro giornalisti è stato negato l'accesso fino alle 11.