«Trent’anni fa a essere prese di mira erano le compagnie aeree israeliane, come l’El Al, i terroristi puntavano al dirottamento. Ora invece cercano di colpire i viaggiatori israeliani, qualsiasi sia la compagnia su cui volano. Questo significa che un incidente può accadere ovunque nel mondo. E dopo il caso della Flydubai ci possono essere atti di emulazione». A parlare è il capitano Hagai Meyer, 60 anni, 10 mila ore di volo su apparecchi militari e civili. Tuttora in servizio, è da poco diventato presidente di Isralpa, l’associazione dei piloti di linea israeliani.
I protocolli di sicurezza dello Stato ebraico sul traffico aereo sono da sempre rigidissimi, soprattutto quando gli israeliani entrano ed escono dal Paese. Come è stato possibile ciò che è successo ieri?
«Noi abbiamo degli accordi in base ai quali le compagnie aeree straniere non devono impiegare, per voli in Israele, piloti con passaporto di uno Stato a noi ostile. Ad esempio, comandanti iraniani. Però noi non sappiamo chi…
«Trent’anni fa a essere prese di mira erano le compagnie aeree israeliane, come l’El Al, i terroristi puntavano al dirottamento. Ora invece cercano di colpire i viaggiatori israeliani, qualsiasi sia la compagnia su cui volano. Questo significa che un incidente può accadere ovunque nel mondo. E dopo il caso della Flydubai ci possono essere atti di emulazione». A parlare è il capitano Hagai Meyer, 60 anni, 10 mila ore di volo su apparecchi militari e civili. Tuttora in servizio, è da poco diventato presidente di Isralpa, l’associazione dei piloti di linea israeliani.
I protocolli di sicurezza dello Stato ebraico sul traffico aereo sono da sempre rigidissimi, soprattutto quando gli israeliani entrano ed escono dal Paese. Come è stato possibile ciò che è successo ieri?
«Noi abbiamo degli accordi in base ai quali le compagnie aeree straniere non devono impiegare, per voli in Israele, piloti con passaporto di uno Stato a noi ostile. Ad esempio, comandanti iraniani. Però noi non sappiamo chi sono i piloti che poi effettivamente mandano, perché non tutto è sotto il controllo dei nostri apparati».
Cosa vi può sfuggire?
«All’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv chiunque scenda da un velivolo atterrato deve passare i controlli di sicurezza. Quelli sono molto stretti e accurati. Ma a volte i piloti rimangono a bordo perché ripartono dopo poco. In quel caso non vengono controllati. E i fatti di ieri dimostrano che un problema esiste».
Si aspetta che le misure di sicurezza si irrigidiranno ulteriormente?
«Qualcosa mi aspetto, sì. So che intelligence e responsabili della sicurezza, non solo israeliani, stanno valutando cosa fare. Anche se non penso che il problema possa essere risolto al cento per cento».
Gli air marshal, le guardie in borghese, sono presenti a bordo degli aerei delle vostre compagnie o su quelli che percorrono le rotte più a rischio per viaggiatori israeliani?
«È una domanda troppo delicata. Posso dire però che i nostri protocolli di sicurezza sono molto severi, ce ne sono da quando un passeggero entra nello scalo a quando scende dall’aereo. A volte, ne siamo consapevoli, non rendono comodo il viaggio».
Che idea si è fatto di quanto è successo sul volo FZ1073?
«Il co-pilota può aver agito o per motivi di odio nei confronti degli israeliani, per ideologia o per problemi mentali. Anche se dopo lo schianto dell’aereo della Germanwings nel 2015 gli ufficiali vengono sottoposti ad analisi psicologiche che dovrebbero impedire questo tipo di incidenti».
Venticinque anni dopo l’attacco all’America dell’11 Settembre, come funziona l’accesso alla cabina di pilotaggio di un volo di linea?
«La porta è ad alta sicurezza. L’equipaggio può aprirla con delle procedure particolari che sono, e devono rimanere, segrete. Però nella cabina di pilotaggio c’è un “pulsante di deny”: se viene premuto dal comandante o dal primo ufficiale, sigilla la porta. È una misura antiterrorismo, quando i terroristi sono tra i passeggeri. Azionato il pulsante, l’accesso è chiuso per tutti».