Quarantotto ore dopo, il punto non è più stabilire cosa sia successo nella cabina di pilotaggio del volo Flydubai FZ1073. È capire perché. Ma sul movente che ha spinto il primo ufficiale omanita ad aggredire il pilota Smit Machchhar con un oggetto tagliente, forse un coltello o forse un’ascia da emergenza, sono più le domande che le risposte. Terrorista che odia gli ebrei, come indicherebbe l’analisi dei suoi profili social, o persona con disturbi psichiatrici che ha tentato il suicidio facendo schiantare l’aereo? E se è un terrorista, è un lupo solitario o l’esecutore del piano elaborato da una rete organizzata?
L’indagine è appena cominciata. Gli inquirenti sauditi (competenti perché l’aereo, dopo una spaventosa picchiata di 5 mila metri in meno di un minuto e l’intervento provvidenziale di quattro passeggeri e dell’equipaggio di riserva, è stato fatto atterrare a Tabuk) insieme a quelli emiratini (Flydubai è una low cost di proprietà del governo di Dubai) per ora non si sbilanciano…
Quarantotto ore dopo, il punto non è più stabilire cosa sia successo nella cabina di pilotaggio del volo Flydubai FZ1073. È capire perché. Ma sul movente che ha spinto il primo ufficiale omanita ad aggredire il pilota Smit Machchhar con un oggetto tagliente, forse un coltello o forse un’ascia da emergenza, sono più le domande che le risposte. Terrorista che odia gli ebrei, come indicherebbe l’analisi dei suoi profili social, o persona con disturbi psichiatrici che ha tentato il suicidio facendo schiantare l’aereo? E se è un terrorista, è un lupo solitario o l’esecutore del piano elaborato da una rete organizzata?
L’indagine è appena cominciata. Gli inquirenti sauditi (competenti perché l’aereo, dopo una spaventosa picchiata di 5 mila metri in meno di un minuto e l’intervento provvidenziale di quattro passeggeri e dell’equipaggio di riserva, è stato fatto atterrare a Tabuk) insieme a quelli emiratini (Flydubai è una low cost di proprietà del governo di Dubai) per ora non si sbilanciano. Lo fanno, al posto loro, Netanyahu e Trump.
Il primo ministro di Israele, intervistato da Fox News, sostiene la pista della radicalizzazione. «Sappiamo che il primo ufficiale è stato sottoposto a un indottrinamento islamista radicale». Aggiunge che l’indicazione arriva da non meglio specificate «informazioni personali» e che, inoltre, l’uomo voleva far precipitare il Boeing. «È comunque presto per trarre conclusioni definitive». Anche l’ambasciatore israeliano negli Emirati, Yossi Shelley, invita alla prudenza. «Troppo presto per stabilire il movente».
Il giorno prima del volo che poteva finire in una strage, se non fosse stato per l’abilità del pilota ferito di sbloccare la porta della cabina, Netanyahu aveva lanciato un avvertimento. «Abbiamo indicazioni che, in vista delle prossime elezioni, i nostri nemici cercheranno di attaccarci». Il ministro della Difesa, Israel Katz, ieri ha ricordato queste parole, invitando a prenderle molto sul serio.
I passeggeri, tornati a Tel Aviv, hanno raccontato che il co-pilota omanita, una volta immobilizzato, diceva: «Uccidetemi, uccidetemi». Fonti dell’intelligence israeliana stanno parlando, in anonimato, coi media locali e internazionali. Riferiscono due circostanze. La prima: sui profili social l’aggressore, la cui identità è ancora coperta, discuteva di uccidere gli ebrei. «Fino al termine dell’inchiesta non si può dire niente di definitivo, ma appare essere una persona disposta ad uccidersi e a far cadere l’aereo, a dimostrazione che aveva accolto l’ideologia jihadista».
Al momento, però, dicono le stesse fonti, non sono emersi legami con l’Iran, il nemico numero uno dello Stato ebraico. Anche se in serata Channel 14, citando un «alto funzionario emiratino», riporta che la pista di un coinvolgimento iraniano «si sta rafforzando».
È stato il presidente americano il primo a intravedere un filo che conduce a Teheran. «Sulla base di quello che sto sentendo, direi che c’è», ha detto ieri Trump ai giornalisti, senza indicare quali elementi glielo facciano pensare. «Se l’Iran è coinvolto, sarà colpito molto duramente». Emissari statunitensi fanno parte del team allargato degli inquirenti, che include, oltre a sauditi ed emiratini, degli investigatori del Mossad e dello Shin Bet.
Il primo ufficiale, dopo un breve ricovero in Arabia Saudita, ieri mattina è stato trasferito ad Abu Dhabi. In queste ore l’uomo, che lavora alla Flydubai da circa otto mesi, viene interrogato, il suo telefonino è analizzato, la sua famiglia e i suoi contatti sono passati al setaccio. Anche il pilota aggredito è stato portato negli Emirati.
Tutte le ipotesi restano aperte. Il procuratore generale degli Emirati, Hamad Saif Al Shamsi, ha costituito una squadra speciale per stabilire «le circostanze e i moventi» dell’accaduto. L’indagine dovrà verificare esplicitamente tre possibilità: se l’azione fosse collegata ad attività o finalità terroristiche, se vi fosse stata una pianificazione precedente oppure se il primo ufficiale avesse ricevuto direttive da altre persone. L’Oman — con cui Israele non ha relazioni diplomatiche formali — non ha ancora fornito una propria versione dei fatti.
Rimane il mistero dell’arma usata e come l’aggressore sia riuscito a eludere i controlli di sicurezza dello scalo di Dubai, da cui il Boeing 737 è decollato alle 7.05 di mercoledì. Le autorità stanno esplorando due possibiltà: o ha evitato il metal detector, oppure per colpire il pilota, ferendolo alle mani e alla testa, si è servito dell’ascia in dotazione all’equipaggio. «Nelle cabine dei voli commerciali ce n’è una che si trova di solito dietro il sedile del co-pilota, tenuta in una custodia che non è chiusa a chiave», spiega al New York Times Marco Chan, pilota in pensione che insegna alla Kingston University di Londra. «L’equipaggio è addestrato a usarla per rompere la fusoliera in casi di emergenza».