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Brasile, un’onda rossa per Lula. Ma sulla corsa di Bolsonaro Jr, l’ombra di ingerenze Usa

(reuters)

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Oggi il primo turno delle presidenziali. L’interesse di Trump mentre i Maga finanziano la campagna della destra
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SAN PAOLO – «È un’elezione senza precedenti. Siamo al bivio tra democrazia e fascismo. Mai prima abbiamo sofferto un’ingerenza dagli Usa come sta accadendo ora». Sono le 9,30 a San Paolo e Silvia Oliveira regge un’enorme bandiera con i volti di Luiz Inácio Lula da Silva nelle diverse fasi della sua vita. La passeggiata sull’Avenida Paulista, prevista ieri come ultimo atto elettorale del presidente e candidato del Partito dei Lavoratori, era stata vietata dal sindaco di destra Ricardo Nunes e spostata nella più stretta Rua Augusta.

Osservata dall’alto, è tutta una pioggia di magliette, berretti rossi e numeri 13. Il 13 è il numero di Lula, che oggi, a 80 anni, cerca un quarto mandato contro Flávio Bolsonaro, 45 anni, candidato dell’estrema destra del Partido Liberal (PL) e figlio di Jair, condannato per il tentato golpe del 2022. Il 22 è invece da sempre il numero della famiglia Bolsonaro.

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SAN PAOLO – «È un’elezione senza precedenti. Siamo al bivio tra democrazia e fascismo. Mai prima abbiamo sofferto un’ingerenza dagli Usa come sta accadendo ora». Sono le 9,30 a San Paolo e Silvia Oliveira regge un’enorme bandiera con i volti di Luiz Inácio Lula da Silva nelle diverse fasi della sua vita. La passeggiata sull’Avenida Paulista, prevista ieri come ultimo atto elettorale del presidente e candidato del Partito dei Lavoratori, era stata vietata dal sindaco di destra Ricardo Nunes e spostata nella più stretta Rua Augusta.

Osservata dall’alto, è tutta una pioggia di magliette, berretti rossi e numeri 13. Il 13 è il numero di Lula, che oggi, a 80 anni, cerca un quarto mandato contro Flávio Bolsonaro, 45 anni, candidato dell’estrema destra del Partido Liberal (PL) e figlio di Jair, condannato per il tentato golpe del 2022. Il 22 è invece da sempre il numero della famiglia Bolsonaro.

Il popolo della sinistra di Lula è una folla variopinta: anziani con i berretti rossi e la stella bianca, bambini con i volti dipinti, drag queen con le parrucche, coppie gay, moltissime donne e hipster con magliette che riportano la radice quadrata di 169: ancora una volta, il 13. Dagli altoparlanti esce una colonna sonora tutta a tema Lula: «La sovranità non si negozia», è il ritornello che si canta a squarciagola. Dai carrelli degli ambulanti arriva il fumo della carne e dei formaggi grigliati. I venditori foraggiano il pubblico con le caipirinhas. «Da 24 anni voto Lula, non smetterò certo oggi». Lígia, una signora sulla sessantina, non esagera: risale a 24 anni fa la prima vittoria del leader.

L’atmosfera cambia quando la polizia militare si mette a passeggiare tra la folla. Il gesto viene interpretato come una provocazione: iniziano fischi e spintoni. L’arrivo del presidente viene ritardato e la folla tracima sulla vicina Avenida Paulista, bloccando, nonostante i divieti, l’arteria principale della città. Lula arriva con due ore di ritardo, camicia verde chiaro e cappello Panama. La primavera capricciosa della città gli concede un raggio di sole. Il silenzio elettorale impedisce i discorsi, ma basta la bandiera del Corinthians per esaltare la folla.

La tensione di San Paolo è solo un assaggio di ciò che può accadere nelle prossime settimane in Brasile. Gli ultimi sondaggi attribuiscono un vantaggio a Lula (45% contro 43%) nel primo turno che si celebra oggi e un pareggio tecnico tra i due candidati al 46% il prossimo 25 ottobre. Entrambi gli sfidanti paventano uno scenario di assalto al potere da parte del rivale in caso di vittoria risicata al secondo turno.

La sinistra teme, in particolare, mosse a sorpresa dell’amministrazione Usa: ambienti Maga hanno direttamente finanziato la campagna Bolsonaro, i giudici che hanno condannato Jair sono stati sanzionati da Trump e i due maggiori cartelli della droga sono stati designati organizzazioni terroristiche dall’amministrazione Usa: un pretesto già usato in Venezuela per un intervento militare contro Nicolás Maduro. Sotto la pressione Usa sono stati sconfitti negli ultimi mesi i leader della sinistra in Cile, Colombia, Ecuador e Perù. L’Argentina aveva preceduto il fenomeno.

Mentre Lula passeggiava a San Paolo, Flávio Bolsonaro chiudeva la campagna nell’interno dello Stato, in una motocarreata di circa 20 chilometri tra Santa Bárbara d’Oeste e Americana: un omaggio alle motociate del padre Jair. Da Washington Donald Trump ha fatto sapere venerdì di «seguire con interesse».

Ben 160 milioni di persone sono dunque chiamate alle urne. Il voto è obbligatorio e avviene esclusivamente attraverso terminali elettronici. Per questo l’astensione è sempre bassa – intorno al 20% – e i risultati finali arrivano nel giro di poche ore. Si eleggeranno 27 governatori, 513 deputati federali, 54 senatori (su un totale di 81) e 1059 deputati statali e distrettuali. Ma in gioco c’è una partita geopolitica molto più ampia.

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