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Parolin: “Per fermare le guerre uscire dalla logica del dominio e porre fine alle disuguaglianze”

(reuters)

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Il segretario di Stato della Santa Sede: “A Gaza, in Ucraina e in Iran la gente soffre. Kiev ha il diritto di difendersi, per la pace si torni ai valori umani fondamentali”
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NEW YORK – "Uscire da una logica del dominio". Sarebbe il primo passo da compiere, secondo il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, per fermare le guerre che minacciano l’umanità intera.

(agf)

Il mondo vive un momento di profonda instabilità e conflittualità, che sembra riportarci agli orrori del secolo scorso. Che impressioni ha ricavato durante la sua missione all’Assemblea Generale dell’Onu, perché ci troviamo in queste condizioni e come potremmo venirne fuori?

"Le Nazioni Unite rimangono ancora un foro dove ogni Paese, piccolo o grande che sia, può far sentire la sua voce, ma ho l’impressione che, in molti casi, queste voci non facciano altro che ribadire la propria posizione, spesso intransigente, senza nessuna apertura alle posizioni dell’altro. In fin dei conti, si tratta di quella crisi del multilateralismo che, purtroppo, caratterizza oggi i rapporti interazionali. E ciò dà adito a u…

NEW YORK – "Uscire da una logica del dominio". Sarebbe il primo passo da compiere, secondo il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, per fermare le guerre che minacciano l’umanità intera.

(agf)

Il mondo vive un momento di profonda instabilità e conflittualità, che sembra riportarci agli orrori del secolo scorso. Che impressioni ha ricavato durante la sua missione all’Assemblea Generale dell’Onu, perché ci troviamo in queste condizioni e come potremmo venirne fuori?

"Le Nazioni Unite rimangono ancora un foro dove ogni Paese, piccolo o grande che sia, può far sentire la sua voce, ma ho l’impressione che, in molti casi, queste voci non facciano altro che ribadire la propria posizione, spesso intransigente, senza nessuna apertura alle posizioni dell’altro. In fin dei conti, si tratta di quella crisi del multilateralismo che, purtroppo, caratterizza oggi i rapporti interazionali. E ciò dà adito a un diffuso pessimismo, che mi pare si respirava anche negli ambienti dell’Onu. In positivo, segnalo che ho sentito insistenti richiami al ritorno ai principi del diritto interazionale, quali la prevenzione delle guerre, la composizione pacifica dei conflitti attraverso la diplomazia e il dialogo, la protezione dei diritti umani, lo sviluppo integrale di tutti, la promozione del bene comune. Credo che ciò possa avvenire a due condizioni: da una parte, di fronte alla crescente prevalenza di interessi egoistici che soppiantano l’impegno collettivo a costruire in mondo più giusto e pacifico, valgono le parole di Papa Leone XIV nella lettera enciclica Magnifica Humanitas, dove sostiene che una vera riforma del sistema multilaterale richiede una ripresa dei valori umani fondamentali. La seconda condizione è la riaffermazione della volontà politica di ogni protagonista della vita interazionale, che è sempre stata alla base del funzionamento del sistema multilaterale".

Il multilateralismo è in crisi ed è stato apertamente criticato dal presidente Trump. Quali sono i rischi per l’umanità di questa tendenza e quali potrebbero essere i rimedi?

"La crisi del multilateralismo non è un fenomeno recente; essa si manifesta nella difficoltà a raggiungere un consenso e a offrire risposte comuni efficaci. A ciò si aggiungono l’aggravarsi delle emergenze umanitarie già in corso e la comparsa di nuove emergenze. Vedo nella perdita della fiducia reciproca la causa principale di tale situazione. Affrontare tali criticità è un compito complesso, che è stato al centro di vari interventi durante la settimana di Alto livello dell’81.ma sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Le proposte spaziano dalla riforma del Consiglio di Sicurezza a una revisione più ampia del funzionamento delle Nazioni Unite. Non pretendo di offrire una risposta esaustiva a una questione tanto complessa. Bisogna, in ogni caso, tenere conto che il mondo di oggi è profondamente mutato rispetto al periodo post-bellico del secolo scorso, quando sorsero le organizzazioni interazionali per prevenire il ripetersi delle guerre e tutelare gli interessi collettivi, stabilendo un foro in cui ogni Nazione avesse una voce e venisse ascoltata. Oggi l’equilibrio delle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale è venuto meno; i grandi progressi economici e gli sviluppi tecnologici - come, per esempio, l’intelligenza artificiale - non offrono soltanto all’umanità un potenziale senza precedenti, ma, nello stesso tempo, la pongono davanti a nuove sfide imprevedibili, che richiedono risposte aggiornate. Inoltre, con l’affermarsi di grandi imprese transnazionali e di altri attori non statali, gli Stati non sono più gli unici poli di influenza. Solo un processo di riforma continua, capace di valutare l’efficacia delle strutture attuali alla luce delle mutate circostanze, può dare vita a un multilateralismo rinnovato e adeguato alle sfide geopolitiche odierne”.

Cosa pensa di quanto accade in Iran e a Gaza, e quali soluzioni per la pace propone la Santa Sede?

"Una convinzione che ho più volte richiamato, anche nel mio intervento all’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite di pochi giorni fa, è che le disuguaglianze, l’esclusione, la negazione dei diritti fondamentali e la mancata capacità di riconoscere l’altro come fratello e non come rivale, restano tra le cause profonde dei conflitti; ed è per questo che è necessario innanzitutto uscire da una "logica del dominio". In quella stessa occasione ho toccato anche la situazione della regione del Golfo. Fino ad oggi i vari colloqui tra gli attori interessati non sono ancora giunti a una soluzione durevole, e guardo con attenzione ai contatti indiretti, nella speranza che possano aprire uno spiraglio, pur nella consapevolezza di quanto il momento resti fragile. È una situazione che continua a destare grande apprensione, soprattutto per il prezzo che ne paga la popolazione civile; per questo la Santa Sede non si stanca di richiamare tutte le parti a preferire la via del dialogo e del negoziato a quella della forza".

A Gaza continuano gli scontri. Come giudica quanto sta accadendo?

"A Gaza la situazione umanitaria resta estremamente difficile per due milioni di palestinesi che necessitano di tutto. Negli ultimi anni si sono succedute varie iniziative diplomatiche, con il proposito di individuare soluzioni politiche adeguate. La soluzione che la Santa Sede continua a sostenere è quella dei due Stati, per garantire sia al popolo palestinese che a quello israeliano il diritto a vivere in pace nella propria terra. Qualche giorno fa a Gaza City è stata riaperta la scuola del Patriarcato Latino, accogliendo oltre 1.000 studenti: un vero miracolo tra le macerie e un segnale di speranza che la Chiesa vuole offrire a tutti, in Medio Oriente come altrove, per curare le ferite della guerra e ricostruire pazientemente la fiducia reciproca".

La guerra continua ormai da oltre quattro anni in Ucraina. La Santa Sede ritiene che Kiev abbia il diritto di difendersi e vada aiutata, e quale soluzione di lungo termine suggerite, anche attraverso i colloqui che avete condotto?

"Dopo più di quattro anni di guerra in Ucraina il numero delle vittime continua a crescere. È un’autentica tragedia! La situazione dell’intero Paese è molto preoccupante, aggravata dalla prospettiva dell’imminente inverno. Certamente, non si può negare ad un popolo il diritto di difendersi - in questo senso la dottrina della Chiesa è chiara - ma la Santa Sede sottolinea la necessità di mettere fine alle ostilità, per cui incoraggia ogni iniziativa intesa a raggiungere un cessate-il-fuoco immediato, completo ed effettivo. In questo senso, anche nei recenti colloqui condotti con le due Parti, essa ha ribadito la sua disponibilità ad aiutare in qualunque modo possa essere ritenuto utile. Un altro punto che alla Santa Sede sta particolarmente a cuore è la stretta osservanza del diritto umanitario internazionale, di fronte all’intensificarsi di attacchi con missili e droni che causano ingenti danni alle infrastrutture civili e provocano la morte di persone innocenti. Non vanno infine sottovalutate le iniziative di carattere umanitario, che, oltre al valore che rivestono in sé stesse, possono facilitare una composizione pacifica del conflitto. Mi riferisco, ad esempio, allo scambio di prigionieri o al ritorno dei bambini, questioni sulle quali la Santa Sede si è impegnata e resta aperta a continuare a farlo. Una soluzione di lungo termine non può prescindere da un rinnovato impegno per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Occorre ricostruire condizioni che permettano ai popoli di vivere in una pace giusta e duratura, senza il timore di nuove aggressioni".

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