GERUSALEMME – «Da più di 170 anni, le mura spesse del Patriarcato latino di Gerusalemme assorbono e custodiscono la Storia. Le tensioni che si muovono attorno a questa città unica al mondo, le guerre, le speranze, i diversi poteri che fuori da qui si sono susseguiti e si sono combattuti. Ma gli ultimi tre anni, anche per questi mattoni che di Storia ne hanno vista tanta, sono stati particolarmente intensi. Lo stesso vale per chi li abita e della comunità cattolica che questo luogo chiama “casa” determina direzione e priorità, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca dei Latini di Gerusalemme.
Sono passati tre anni dal 7 ottobre 2026: dove siamo oggi?
«Dispiace dirlo, ma mi pare che non abbiamo fatto molto strada. Non siamo ancora usciti da quel giorno in un certo senso. Entrambe le popolazioni sono dentro questo trauma profondo, irrisolto. Siamo bloccati».
Nelle conversazioni di questi anni, una volta lei mi ha detto che “Il problema è che nessuno dei due guarda negli occhi l’a…
GERUSALEMME – «Da più di 170 anni, le mura spesse del Patriarcato latino di Gerusalemme assorbono e custodiscono la Storia. Le tensioni che si muovono attorno a questa città unica al mondo, le guerre, le speranze, i diversi poteri che fuori da qui si sono susseguiti e si sono combattuti. Ma gli ultimi tre anni, anche per questi mattoni che di Storia ne hanno vista tanta, sono stati particolarmente intensi. Lo stesso vale per chi li abita e della comunità cattolica che questo luogo chiama “casa” determina direzione e priorità, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca dei Latini di Gerusalemme.
Sono passati tre anni dal 7 ottobre 2026: dove siamo oggi?
«Dispiace dirlo, ma mi pare che non abbiamo fatto molto strada. Non siamo ancora usciti da quel giorno in un certo senso. Entrambe le popolazioni sono dentro questo trauma profondo, irrisolto. Siamo bloccati».
Nelle conversazioni di questi anni, una volta lei mi ha detto che “Il problema è che nessuno dei due guarda negli occhi l’altro. O se lo guarda, non vede la persona ma sempre il nemico”. È ancora così?
«Anche qui, non vedo grandi cambiamenti: la situazione è ancora quella da parte di entrambi. Certo, ci sono dentro alle comunità realtà diverse, ma sono una piccola minoranza, non fanno opinione pubblica. Non vedo emergere un pensiero che dica “fermiamoci, dove stiamo andando, cosa sta accadendo”. E questa è una cosa molto dura da osservare».
Cosa si deve fare perché questa non diventi la nuova normalità?
«Noi non vogliamo che questa sia la nuova normalità. Ma per impedirlo abbiamo bisogno che accada qualcosa che renda conveniente o necessario cambiare. E di leadership capaci di aiutarci a pensare, che ci aprano gli occhi su quello che sta accadendo».
Un cambio potrebbe arrivare presto: israeliani e palestinesi vanno entrambi alle urne da qui a fine novembre…
«Non so se da questi voti potremo davvero capire dove stiamo andando. Ma certo saranno un momento importante di verifica su dove le attuali leadership hanno portato i loro popoli».
Tre anni dal 7 ottobre 2023, ma anche tre anni dalla guerra a Gaza: lei è stato testimone diretto di ciò che è accaduto lì, perché è potuto entrare in maniera indipendente ed è in costante contatto con la comunità cristiana. Com’è la situazione?
«Dal punto di vista della guerra va un po’ meglio: non è finita ma non siamo la guerra a tappeto come prima. Dal punto di vista della vita ordinaria e della situazione umanitaria forse anche è peggio di prima: tutte le domande che durante la guerra a tappeto non potevi porti, adesso vengono fuori. La ricostruzione non è cominciata, le condizioni di vita non sono migliorate, anzi per certi aspetti sono anche peggiorate: siamo alla vigilia dell’inverno e le piogge per tutti quelli che vivono nelle tende saranno un problema enorme».
Però avete riaperto la scuola della parrocchia: un segno di speranza…
«Riaprire era un segno importante da dare. Il segno che nonostante tutte le difficoltà, noi vogliamo ricominciare: non molliamo. C’è stata molta gioia quel giorno, tutti piangevano».
L’abbiamo sentita ripetere questa frase spesso in questi tre anni: noi non molliamo. Anche a Taibeh, l’unico villaggio cristiano rimasto in Cisgiordania, ha usato queste parole…
«La West Bank è il luogo dove in questo momento si decide dove stiamo andando. Noi non vogliamo entrare in questioni politiche, ma come comunità siamo qui e dobbiamo fare di tutto per costruire la nostra vita qui. Per difenderla e costruirla in tutti i suoi aspetti, anche di vita ordinaria. Non si vive da soli e si deve poter vivere con gli altri».
Ci ha detto che qui manca il guardarsi negli occhi come umanità. Ma parte dell’umanità invece ha guardato a voi, al Patriarcato, alla Parrocchia di Gaza alla Cisgiordania, da vicino: ci sono state le piazze piene in Europa e negli Stati Uniti, ma ci sono state anche le donazioni che vi sono arrivate da tutto il mondo, in particolare per Gaza. Che segno è questo?
«Questo mi ha colpito molto. Abbiamo ricevuto tantissima solidarietà da moltissime persone: alcune offerte sono state commoventi. Non ricordo da quale Paese dell’Africa qualcuno ha mandato un dollaro. Altri molto di più, ma le donazioni sono arrivate davvero da tutto il mondo: questo dimostra che attorno a ciò che è accaduto qui — il 7 ottobre prima, la guerra a Gaza poi — c’è stato un risveglio di coscienze. Credo sia un segnale importante».
Non sempre colto dai governi: le piazze in questi mesi si sono spinte molto più avanti di chi le rappresenta.
«Diciamo che a livello istituzionale c’è stata molta più timidezza».