Il miracolo di Kiev è l’ostinata difesa della normalità quotidiana. Lavoro, scuola, attività del tempo libero: tutto continua a funzionare nonostante la guerra. Una forma di resistenza civile, resa possibile dal fatto che per oltre quattro anni e mezzo gli attacchi dal cielo sono arrivati quasi esclusivamente di notte e hanno permesso di proseguire la routine del giorno. Anche nei blackout dello scorso inverno, la solidarietà è stata più forte del gelo: i condomini popolari hanno allestito feste intorno ai falò per scacciare il freddo e le tenebre. Adesso questo incantesimo fatto di orgoglio e capacità organizzativa sta venendo oscurato dalle esplosioni dei nuovi micidiali droni a reazione.
Da cinque settimane i bombardamenti non conoscono pause e vanno avanti durante le 24 ore. Neppure le visite di autorità straniere, come ieri quella del cancelliere tedesco Friedrich Merz, ottengono una tregua. Morte e distruzione piovono senza sosta nella capitale e nelle altre città, preparando un…
Il miracolo di Kiev è l’ostinata difesa della normalità quotidiana. Lavoro, scuola, attività del tempo libero: tutto continua a funzionare nonostante la guerra. Una forma di resistenza civile, resa possibile dal fatto che per oltre quattro anni e mezzo gli attacchi dal cielo sono arrivati quasi esclusivamente di notte e hanno permesso di proseguire la routine del giorno. Anche nei blackout dello scorso inverno, la solidarietà è stata più forte del gelo: i condomini popolari hanno allestito feste intorno ai falò per scacciare il freddo e le tenebre. Adesso questo incantesimo fatto di orgoglio e capacità organizzativa sta venendo oscurato dalle esplosioni dei nuovi micidiali droni a reazione.
Da cinque settimane i bombardamenti non conoscono pause e vanno avanti durante le 24 ore. Neppure le visite di autorità straniere, come ieri quella del cancelliere tedesco Friedrich Merz, ottengono una tregua. Morte e distruzione piovono senza sosta nella capitale e nelle altre città, preparando un inverno da incubo. A Kiev la chiusura dei due grandi ponti che attraversano il fiume Dnipro ha fatto capire all’intera cittadinanza quanto saranno duri i prossimi mesi. I russi li hanno attaccati per quattro giorni di fila: i pilastri che sostengono le corsie dove passano automobili e metropolitane sono stati lesionati dai droni speciali che fondono i tralicci. Una manciata di armi low cost — 115 mila euro ad esemplare — hanno spezzato in due la città, lasciando oltre un milione e mezzo di persone senza collegamenti: per dare un’idea, è come se fosse impossibile muoversi tra Roma Nord e Roma Sud. «Siamo in una situazione drammatica», ha dichiarato senza mezzi termini il sindaco Vitali Klitschko, l’ex campione di pugilato abituato a incassare colpi pesanti. Prima dell’estate i sondaggi nazionali indicavano come a Kiev la volontà di proseguire il conflitto fosse superiore rispetto al resto del Paese; adesso il terrore per i raid ininterrotti, l’elettricità che va e viene, le difficoltà di muoversi stanno seminando interrogativi cupi sul futuro prossimo.
Anche in questo caso, l’offensiva del Cremlino punta a ottenere risultati multipli. Cerca di sfruttare al massimo il vantaggio offerto dalla superiorità dei suoi droni jet — da metà luglio ne hanno lanciati 7700 — e dalla carenza di missili contraerei provocata dall’interruzione degli aiuti americani. Il blocco dei ponti ha un effetto deprimente sulla popolazione: treni e metropolitane circolano con difficoltà, il traffico automobilistico è in tilt. Questo rende problematici pure i trasporti militari diretti al fronte nella zona di Kharkiv e nelle regioni a nord del Donbass. Inoltre si irrobustiscono i timori su una manovra russa dalla Bielorussia in direzione di Chernihiv, che spaccherebbe le linee difensive.
Infine c’è l’aspetto industriale: i danni subìti in questi mesi dalle fabbriche belliche e civili sono straordinari, perché l’assenza di scudi protettivi ha lasciato tutti gli impianti alla mercé degli incursori. Nella capitale, la filiera che produce armamenti hi-tech è stata il bersaglio prioritario. La censura impone il silenzio sugli obiettivi distrutti, ma le informazioni che trapelano descrivono uno scenario allarmante. Soltanto gli stabilimenti costruiti nelle regioni occidentali — più lontane e quindi alla portata di un numero inferiore di ordigni russi — stanno reggendo meglio l’ondata di bombardamenti. L’incognita maggiore riguarda le infrastrutture energetiche ucraine. Dal 30 settembre l’intensità dei raid è cresciuta, evidenziando una strategia chiara: oltre a demolire le turbine degli impianti termici e idroelettrici, Mosca punta ad abbattere gli elettrodotti che portano corrente dai Paesi confinanti e — cosa molta più pericolosa — isolare le tre centrali nucleari che erogano il 60 per cento dell’elettricità. Il paradosso è che sul terreno le brigate di Putin non fanno passi avanti e l’assedio alle città-fortezza del Donetsk resta impantanato, mentre la controffensiva dell’Operazione Vivaldi ha messo in crisi i russi nella zona di Lyman. Nonostante questo, il Cremlino stringe ancora di più la morsa di fuoco e oscurità che da 1684 giorni incombe sulla popolazione ucraina.