✕

“Pensavamo che a Sinwar bastassero soldi e potere”: così Israele ignorò gli allarmi del 7 Ottobre

L’intelligence era sicura che Hamas non volesse lo scontro diretto a Gaza, perciò sottovalutò 13 segnali raccolti nelle ore precedenti all’attacco. “Nella Striscia attivarono 45 sim israeliane”. Ma già dal 2021 era stato trovato il piano dei miliziani. La strategia di Netanyahu e il “gap culturale” contribuirono al fallimento di un intero sistema.
4 minuti di lettura

La colpa è della konseptzia. È una parola ebraica, letteralmente significa “concezione”, ma in Israele assume un valore più articolato. La konseptzia è un insieme di presupposti fallaci, una teoria distorta ma dominante, che impedisce la lettura lucida delle informazioni a disposizione. Nel 1973 la convinzione generale dell’intelligence israeliana era che l’Egitto non avrebbe attaccato senza prima aver acquisito sufficiente capacità aerea. L’Egitto invece attaccò, fu la guerra dello Yom Kippur. Lo Stato nato per garantire la sicurezza degli ebrei dopo l’Olocausto si era fatto cogliere di sorpresa. Cinquant’anni dopo è accaduto di nuovo.

Il 7 Ottobre è il fallimento di un intero sistema. Il premier Benjamin Netanyahu, lo Stato maggiore delle forze armate, il Comando sud, le agenzie di spionaggio, hanno rinchiuso se stessi dentro un’unica camera dell’eco. Per anni. «Eravamo certi che Hamas non cercasse lo scontro diretto, perché non ne aveva la forza, e che intendesse piuttosto consolid…

La colpa è della konseptzia. È una parola ebraica, letteralmente significa “concezione”, ma in Israele assume un valore più articolato. La konseptzia è un insieme di presupposti fallaci, una teoria distorta ma dominante, che impedisce la lettura lucida delle informazioni a disposizione. Nel 1973 la convinzione generale dell’intelligence israeliana era che l’Egitto non avrebbe attaccato senza prima aver acquisito sufficiente capacità aerea. L’Egitto invece attaccò, fu la guerra dello Yom Kippur. Lo Stato nato per garantire la sicurezza degli ebrei dopo l’Olocausto si era fatto cogliere di sorpresa. Cinquant’anni dopo è accaduto di nuovo.

Il 7 Ottobre è il fallimento di un intero sistema. Il premier Benjamin Netanyahu, lo Stato maggiore delle forze armate, il Comando sud, le agenzie di spionaggio, hanno rinchiuso se stessi dentro un’unica camera dell’eco. Per anni. «Eravamo certi che Hamas non cercasse lo scontro diretto, perché non ne aveva la forza, e che intendesse piuttosto consolidare la sovranità nella Striscia con il denaro del Qatar», spiega a RepubblicaTamir Hayman, dal 2018 al 2021 direttore di Aman, il servizio segreto militare. «Pensavamo che stesse preparando la Terza Intifada, in Cisgiordania o dal Libano, ma non da Gaza».

Un’errata persuasione collettiva, che per almeno sette anni causa l’accantonamento, o la minimizzazione, dei dati acquisiti dal poderoso apparato d’intelligence dello Stato ebraico. E che ancora nell’imminenza dell’attacco provoca l’ultima, fatale, sottovalutazione: 13 informazioni raccolte tra il 4 e il 7 ottobre 2023, che andavano tutte nella stessa direzione, non fanno scattare l’allarme. «Durante la notte prima del massacro, gli ufficiali in servizio ne presero in considerazione solo tre», afferma Hayman. «Per ogni elemento fu fornita una spiegazione alternativa, vennero inquadrati come parte della routine di Hamas».

Le immagini delle esercitazioni fatte da Hamas a Gaza tra il 2021 e il 2022 

La più clamorosa di queste informazioni, che si somma alle segnalazioni inascoltate delle osservatrici dell’Idf nella base di Kissufim e nella postazione “Pascal 76”, che si affaccia sul quartiere est di Gaza City, riguarda l’attivazione di 45 schede sim israeliane nella Striscia, a partire dal 5 ottobre. Servono ai terroristi per documentare, in streaming, l’assalto ai kibbutz. «Era già accaduto due volte che prendessero le sim, perciò gli analisti hanno ritenuto che si trattasse di un’esercitazione», spiega Hayman.

Neppure gli altri elementi — l’apertura dei centri operativi sotterranei di Hamas, un’intercettazione in cui si parla del caricamento dei lanciatori di razzi, i movimenti sospetti dell’unità droni — convincono la catena di comando israeliana a intervenire. «La valutazione fatta in quelle ore dal generale Yaron Finkelman, responsabile del Comando sud, assieme agli 007, era che Hamas stesse al massimo preparando un’incursione piccola», afferma Amos Harel, giornalista di Haaretz e autore del libro “6.29 — Anatomia di un fallimento”. «Le alternative ipotizzate erano l’esercitazione militare e i preparativi difensivi per un possibile raid dell’Idf».

Netanyahu, quindi, non viene svegliato per così poco. A protezione dell’intero settore rimangono i 767 soldati previsti dall’ordinaria turnazione e tre carri armati. «Anche lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna guidato allora da Ronen Bar, fece un errore di calcolo», sostiene Harel. «Nella convinzione che nessuno avrebbe attaccato, non voleva rischiare di provocare la reazione missilistica di Hamas consigliando allo Stato maggiore di mandare rinforzi, per precauzione, lungo il confine».

Un abbaglio collettivo indotto anche dalle mosse dissimulatorie di Hamas. Nel settembre 2023 organizza proteste alla barriera per chiedere più permessi di lavoro in Israele per i gazawi e un flusso finanziario più consistente rispetto ai 30 milioni mensili che già riceveva dal Qatar: l’illusione della stabilizzazione, che non è mai stato il vero obiettivo di Yahya Sinwar. Il quale è capace di restringere a una cerchia di sole sette persone la condivisione dei dettagli operativi del “Diluvio di Al Aqsa”, cominciato alle 6.29 della mattina e conclusosi col massacro di 1.200 persone e 251 sequestrati. Eppure gli israeliani quel piano l’hanno avuto in anticipo.

Le immagini delle esercitazioni fatte da Hamas a Gaza tra il 2021 e il 2022 

Già nel 2016 l’allora ministro della Difesa Avigdor Lieberman trasmette a Netanyahu e al capo di Stato maggiore, Gadi Eisenkot, oggi candidato dell’opposizione, un memorandum segreto di undici pagine dove si avverte che Hamas progetta di inviare le forze speciali Nukhba oltre la barriera «per attaccare le comunità israeliane e prendere ostaggi». Alcuni estratti del memorandum sono stati pubblicati da Yedioth Ahronoth.

Il 10 maggio del 2021 da Gaza lanciano sette razzi su Gerusalemme per costringere Israele a ritirare le forze di polizia dalla Spianata delle Moschee. Scoppia un conflitto che dura undici giorni. «Fu un segnale stupefacente», ammette Hayman, «confutava la nostra teoria che Hamas non volesse rischiare la stabilità della Striscia per la Cisgiordania».

Circa un anno dopo gli 007 militari recuperano un documento di Hamas di 40 pagine, che chiamano “Jericho Wall”. Risale all’agosto del 2021 ed è, per tabulas, il piano di assalto ai kibbutz: si prevede una salva iniziale di razzi, uso di droni, brecce nella barriera, incursioni coi parapendii e motociclette, rapimenti di massa. Il documento è visionato dal New York Times, che ne fa oggetto di un lungo articolo nel 2023.

«C’erano dieci versioni di quel piano e sei di quelle sono state recuperate dagli apparati israeliani», sottolinea Harel. «Era tutto scritto lì, se fosse stato preso sul serio le cose sarebbero andate diversamente. Le responsabilità sono da addebitare a tutte le istituzioni coinvolte, a cominciare da Netanyahu». E non certo perché il primo ministro ha ignorato gli allarmi per poi avere una scusa per radere al suolo Gaza, come vuole una popolare teoria complottista. Netanyahu seguiva la politica del divide et impera: con Hamas saldo nella Striscia, l’Autorità palestinese rimaneva priva di forza, e lo Stato palestinese una chimera. Si illudeva pure di poter normalizzare i rapporti con l’Arabia Saudita senza risolvere la questione palestinese.

«È al governo da 19 anni, è il padre della strategia che ha permesso l’arrivo a Hamas dei soldi, e lui che non ha impedito le crescenti capacità missilistiche delle brigate Qassam, rassicurando gli israeliani che tutto fosse a posto».

Le immagini delle esercitazioni fatte da Hamas a Gaza tra il 2021 e il 2022 

Trascinato dalla sua hybris, “Mr. Security” non si accorge che la sua strategia sta fallendo. Che la leadership di Hamas a Doha non governa ciò che accade a Gaza. E che il sistema, poggiandosi sui bias cognitivi della konseptzia, non è in grado di anticipare le mosse del nemico. Non sorprende, dunque, che Netanyahu si opponga alla costituzione di una Commissione d’inchiesta indipendente e smentisca la telefonata col presidente degli Emirati Arabi Mohammed Bin Zayed che, secondo fonti israeliane, lo chiama a fine settembre 2023 per avvertirlo che Sinwar sta preparando qualcosa.

«Si è creato un gap culturale», spiega Michael Milshtein, analista ed ex capo del Dipartimento per gli affari palestinesi di Aman. «Abbiamo perso la capacità di capire il linguaggio del nemico, anche quando ci parla in modo chiaro». Milshtein si riferisce alla serie tv “Il Pugno dei liberi”, prodotta da Hamas per replicare a “Fauda”, e agli addestramenti «molto pubblicizzati» del triennio 2021-2023, dove i miliziani si muovono in scenari bellici ricostruiti e uguali ai kibbutz.

«Il generale in pensione Roni Numa, a cui è stata affidata l’indagine per stabilire come sia stato trattato il “Jericho Wall”, racconta spesso di come, nell’intelligence, ancora oggi in tanti sono convinti che sia una buona idea sostituire gli arabisti con un software stt, speech to text, che trascrive automaticamente le intercettazioni».

A riprova del gap, dopo il 7 ottobre la direzione dell’intelligence militare ha istituito una sezione per insegnare la cultura islamica, ha ricostituito la rete humint (human intelligence) dell’Unità 504 e ripristinato il lavoro su fonti aperte sul modello dell’unità Hatzav, smantellata nel dicembre 2021. Serve tutto, per correggere la konseptzia.

Leggi i commenti