SAN PAOLO – Era una mappa totalmente tinta di rosso, quella dell’America Latina fino al dicembre del 2023. Se la si osserva oggi — con un Brasile orientato a eleggere un governo di estrema destra — la cartina è una colata di blu, il colore della destra. Le eccezioni sono pochissime: Uruguay, Messico, Cuba e Venezuela, dove però il rosso non è altro che l’eredità sbiadita dell’intervento statunitense.
Lo ha teorizzato Marco Rubio annunciando l’agenda estera dell’Esecutivo di Donald Trump: l’attenzione di Washington sarebbe stata guidata dal principio dell'America First, con il fine esplicito di osteggiare i governi non affini in tutto il continente. È la dottrina ribattezzata “Donroe” — un calco della storica Dottrina Monroe riletta in chiave Trump, che riafferma l'America Latina come un'esclusiva sfera d'influenza statunitense — e finora si può dire che sia stata un successo.
Ricordiamo alcuni eventi: lo scorso 3 gennaio un intervento militare statunitense ha portato alla cattura…
SAN PAOLO – Era una mappa totalmente tinta di rosso, quella dell’America Latina fino al dicembre del 2023. Se la si osserva oggi — con un Brasile orientato a eleggere un governo di estrema destra — la cartina è una colata di blu, il colore della destra. Le eccezioni sono pochissime: Uruguay, Messico, Cuba e Venezuela, dove però il rosso non è altro che l’eredità sbiadita dell’intervento statunitense.
Lo ha teorizzato Marco Rubio annunciando l’agenda estera dell’Esecutivo di Donald Trump: l’attenzione di Washington sarebbe stata guidata dal principio dell'America First, con il fine esplicito di osteggiare i governi non affini in tutto il continente. È la dottrina ribattezzata “Donroe” — un calco della storica Dottrina Monroe riletta in chiave Trump, che riafferma l'America Latina come un'esclusiva sfera d'influenza statunitense — e finora si può dire che sia stata un successo.
Ricordiamo alcuni eventi: lo scorso 3 gennaio un intervento militare statunitense ha portato alla cattura e alla conseguente destituzione di Nicolás Maduro in Venezuela. La vicepresidente Delcy Rodríguez ha preso il potere ad interim, implementando un’agenda totalmente dettata da Washington.
Pochi giorni dopo, il governo americano ha imposto il blocco totale del petrolio verso Cuba. Nei mesi successivi ha progressivamente sanzionato tutti i settori non ancora colpiti dell’economia cubana, strozzando, tra le altre cose, il turismo. L’isola soffre una crisi umanitaria senza precedenti dalla Rivoluzione di Fidel Castro, mentre le minacce di un intervento militare diretto — forse entro gennaio del prossimo anno — pendono come una pistola sul tavolo di ogni trattativa.
L'offensiva di Washington per conquistare alleati in America Latina si è sviluppata anche attraverso i processi elettorali. In Argentina, alla fine del 2025, gli Stati Uniti hanno concesso un prestito al governo di Javier Milei alla vigilia delle elezioni di metà mandato, una competizione che lo vedeva in forte difficoltà.
Di nuovo, in Honduras, gli Usa hanno sostenuto il candidato conservatore Tito Asfura, affermando di voler collaborare con lui nella lotta al narcotraffico. E ancora in Colombia, a metà anno, gli Stati Uniti hanno revocato il visto all'allora presidente Gustavo Petro sostenendo esplicitamente il suo rivale, Abelardo de la Espriella, la cui vittoria è poi arrivata con un margine ristretto.
Il salvadoregno Nayib Bukele — noto per le incarcerazioni di massa contro le gang della droga — è stato il grande precursore di questa ondata, nonché il primo leader latinoamericano a essere ricevuto alla Casa Bianca dopo l’insediamento di Trump. Sul tavolo, un accordo per farsi carico degli immigrati espulsi dall’Ice. Milei è giunto poco dopo come turbo-fenomeno capace di rivoluzionare l’Argentina. E già nella notte elettorale che lo ha portato alla vittoria a Buenos Aires, attorno a lui si erano radunati i leader della destra del futuro: Flávio Bolsonaro, ben lontano dall'essere ufficialmente candidato, si muoveva tra i vassoi di empanadas nel bunker elettorale.
La pressione americana sul Brasile è stata enorme. Il governo di sinistra di Luiz Inácio Lula da Silva ha subito nei primi mesi dell’amministrazione Trump la minaccia di dazi stratosferici sulle esportazioni. Il tycoon ha poi definito una “caccia alle streghe” il processo contro i responsabili del tentato golpe ai danni di Lula nel 2022, arrivando a sanzionare i giudici della Corte Suprema che hanno condannato Jair Bolsonaro. Infine, ha classificato come organizzazioni terroristiche i cartelli della droga brasiliani: il Comando Vermelho (CV) e il Primeiro Comando da Capital (PCC).
«Tale classificazione ha portato la lotta alla criminalità — così come le questioni legate alla sicurezza urbana e alla violenza — in primo piano nell'agenda politica. Si tratta di un tema che mobilita molti brasiliani e che ha creato un clima favorevole alla campagna di Flávio», ragiona Tatiana Vargas Maia, docente di Relazioni Internazionali presso l'Università Federale del Rio Grande do Sul.
Il Brasile è un bottino ghiotto per Trump. Sul piano della sicurezza, Bolsonaro è pronto ad aderire all’alleanza "Scudo delle Americhe": un accordo difensivo che contiene, tra le righe, uno scambio di protezione in cambio di intese commerciali favorevoli agli Usa. Senza contare che il Brasile detiene le seconde riserve al mondo di terre rare. Nessuno ha dubbi sul fatto che un cambio di governo a Brasilia andrà a scapito dell’Amazzonia, il polmone del mondo.
Se la pressione statunitense è evidente, sarebbe tuttavia riduttivo spiegare il fenomeno solo attraverso questo fattore. Pesa la crescente influenza delle chiese evangeliche, apertamente schierate a destra e verso cui converge gran parte dell’elettorato cattolico; pesano anche una naturale alternanza politica e una cronica stagnazione economica. «Credo che abbia giocato un ruolo determinante anche un sentimento anti-incumbent in America Latina, ovvero una sfiducia generale verso chi detiene il potere», spiega Thomas Traumann, politologo brasiliano. «Dal dopo pandemia la vita non ha fatto che diventare più cara, complici anche le guerre in Ucraina e Iran. Molti dei governi in carica erano di sinistra e sono stati travolti dal cambiamento, anche se in Uruguay è accaduto il contrario».
In Brasile la rivoluzione è già cominciata: comunque vada il secondo turno, in cui la destra bolsonarista appare favorita, i sovranisti controllano già la maggioranza alla Camera e hanno esteso la loro influenza al Senato. Avranno da subito i numeri per mettere in discussione la condanna di Jair Bolsonaro. E sarà solo l’inizio.