PARIGI – Penso, manifesto, dunque sono. Al liceo Descartes di Antony, periferia di Parigi, la massima filosofica Cogito ergo sum sembra essersi trasformata nello slogan di una generazione che ha cominciato a discutere, organizzarsi e rivendicare i propri diritti. Tre studenti dell’ultimo anno raccontano cosa li ha spinti a mobilitarsi. «È un accumulo di cose», spiega una ragazza che, come gli altri, chiede l’anonimato visto il clima molto teso. «La nostra scuola cade a pezzi», dicono, pensando non solo agli edifici ma a tutto quel che manca. Professori assenti e non sostituiti, classi da 35 studenti, a volte 39, meno fondi per i corsi di recupero e il tutoraggio. «Avevamo creato strumenti per aiutare chi non ha genitori in grado di seguirli a casa. Adesso stanno togliendo anche quelli», spiega un professore presente all’incontro. Al Descartes l’infermiera è presente solo parzialmente. Gli attacchi di panico sono diventati così frequenti che alcuni insegnanti hanno ricevuto una formazi…
PARIGI – Penso, manifesto, dunque sono. Al liceo Descartes di Antony, periferia di Parigi, la massima filosofica Cogito ergo sum sembra essersi trasformata nello slogan di una generazione che ha cominciato a discutere, organizzarsi e rivendicare i propri diritti. Tre studenti dell’ultimo anno raccontano cosa li ha spinti a mobilitarsi. «È un accumulo di cose», spiega una ragazza che, come gli altri, chiede l’anonimato visto il clima molto teso. «La nostra scuola cade a pezzi», dicono, pensando non solo agli edifici ma a tutto quel che manca. Professori assenti e non sostituiti, classi da 35 studenti, a volte 39, meno fondi per i corsi di recupero e il tutoraggio. «Avevamo creato strumenti per aiutare chi non ha genitori in grado di seguirli a casa. Adesso stanno togliendo anche quelli», spiega un professore presente all’incontro. Al Descartes l’infermiera è presente solo parzialmente. Gli attacchi di panico sono diventati così frequenti che alcuni insegnanti hanno ricevuto una formazione di primo soccorso psicologico.
Il divieto dei cellulari nei licei, deciso dal governo a settembre, ha avuto un effetto inatteso. «Prima eravamo tutti sui nostri telefoni. Togliendoli, abbiamo cominciato a parlarci». E parlando sono venuti fuori i problemi comuni. Negli ultimi risultati dei test Ocse Pisa si registra per la Francia un nuovo arretramento in matematica e comprensione del testo. Per gli studenti il punto è soprattutto quello delle diseguaglianze: «Ci considerano il futuro del Paese, ma non ci danno i mezzi per studiare». A pesare è anche Parcoursup, la contestatissima piattaforma per l’accesso all’università: «Alla fine c’è un algoritmo che ci classifica».
All’ultimo blocco, venerdì scorso, hanno partecipato circa trecento studenti su 1.300. «È la prima volta che succede». Per ore, raccontano, il clima è rimasto pacifico, con musica, cartelli, professori a solidarizzare. Poi sono arrivati gruppi esterni, con giovani che hanno tirato mortai pirotecnici, lacrimogeni e cariche. «Sembrava una battaglia medievale», osserva uno studente. «Non facevano parte del nostro liceo, non sappiamo chi fossero», osserva una ragazza che accusa anche i media. «In tv si vedono venti minuti di scontri e solo due minuti dedicati alle nostre rivendicazioni».
«Vogliamo restare pacifici - ripetono - ma pacifici non significa passivi». Uno dei tre studenti è stato ricevuto insieme ad altri giovani dal ministro dell’Istruzione. Ne è uscito ancora più scettico: «Prima ci dicono che ci ascoltano, poi creano una piattaforma per dirci di nuovo che ci ascoltano. Ma noi vogliamo sapere cosa cambia davvero». Una ragazza dice di essersi sentita «strumentalizzata» dalla presenza molto visibile di alcuni deputati della France Insoumise: «Non è stata Lfi a dirci di fare i blocchi e non vogliamo essere pedine della campagna elettorale» precisa la sua amica. Eppure la politica, nel senso più largo, è entrata davvero nel liceo. —