Vera Politkovskaja: “Se mia madre fosse viva oggi sarebbe in galera in Russia”
di Fabio TonacciSe mia madre fosse viva sarebbe in carcere. Perché non si sarebbe fermata, sarebbe andata in Ucraina a raccontare l’ennesima guerra di Putin. Sarebbe andata fino in fondo. Come sempre. E il potere russo l’avrebbe arrestata, come fa con ogni spirito libero». Il 7 ottobre 2006 Vera Politkovskaja aveva 26 anni, era incinta e ricevette la notizia che sua madre Anna era stata assassinata mentre rientrava a casa. Vent’anni dopo, i mandanti dell’omicidio della grande giornalista russa non sono stati trovati, perché non sono stati cercati. «Prima o poi, si saprà la verità. Ci vorrà tempo, succederà».
Come ha raccontato a sua figlia Anna la nonna che non ha mai conosciuto?
«Vedeva che il 7 ottobre di ogni anno succedeva qualcosa di strano in famiglia, a 8 anni mi chiese perché. Non è che mi sono messa lì a fare un monologo, le ho spiegato un po’ di cose. Oggi sa tutto quello che le serve sapere sui suoi parenti, anche sul carattere della nonna, peraltro molto simile al suo».
In che cosa l…
Se mia madre fosse viva sarebbe in carcere. Perché non si sarebbe fermata, sarebbe andata in Ucraina a raccontare l’ennesima guerra di Putin. Sarebbe andata fino in fondo. Come sempre. E il potere russo l’avrebbe arrestata, come fa con ogni spirito libero». Il 7 ottobre 2006 Vera Politkovskaja aveva 26 anni, era incinta e ricevette la notizia che sua madre Anna era stata assassinata mentre rientrava a casa. Vent’anni dopo, i mandanti dell’omicidio della grande giornalista russa non sono stati trovati, perché non sono stati cercati. «Prima o poi, si saprà la verità. Ci vorrà tempo, succederà».
Come ha raccontato a sua figlia Anna la nonna che non ha mai conosciuto?
«Vedeva che il 7 ottobre di ogni anno succedeva qualcosa di strano in famiglia, a 8 anni mi chiese perché. Non è che mi sono messa lì a fare un monologo, le ho spiegato un po’ di cose. Oggi sa tutto quello che le serve sapere sui suoi parenti, anche sul carattere della nonna, peraltro molto simile al suo».
In che cosa le ricorda sua madre?
«I nervi che aveva la mamma si notano subito in Anna. Neppure lei accetta le mezze misure, è curiosa della vita. E, in generale, non una persona facile».
Ha ereditato anche il principio guida di Anna Politkovskaja, quello per cui se assisti a un’ingiustizia non puoi girarti dall’altra parte?
«Purtroppo sì... dico purtroppo perché sono la mamma».
«Mentre scriveva era assente, anche quando era presente». Sono parole sue. Da figlia ha mai provato gelosia nei confronti del giornalismo, delle persone e delle battaglie a cui sua madre dedicava tanta parte di sé?
«Mai. Si può parlare di gelosia quando si ha la sensazione di non aver ricevuto abbastanza, ma finché io e mio fratello non siamo cresciuti, ci ha dato tutta se stessa».
La descrive ostinata, difficile e poco accomodante. Com’è stato crescerle accanto?
«Discutere con lei era difficilissimo, provare ad avere ragione ancora di più. Ma per fare il mestiere che faceva lei, come lo faceva lei, non poteva essere una persona diversa. È stata una bella scuola di vita».
Per sua madre era più doloroso lottare da sola contro il potere o non essere creduta?
«Senza dubbio la seconda. Diceva sempre che lavorava per la gente comune, non per il potere. Quando investi tutto te stesso in ciò che fai ma gli altri non ti credono, provi una grande tristezza».
Cosa la faceva amareggiare?
«Quando cominciò a occuparsi del sequestro e della strage al teatro Dubrovka, dell’utilizzo del gas e quant’altro, le dissero che voleva fare carriera sulle ossa dei morti. Durante la guerra in Cecenia, i russi non volevano credere a quanto scriveva, le dicevano “sei tu che esageri”, “stai trascendendo”, “sono stati fatti errori ma non è tutto così nero come lo dipingi tu”... Più di vent’anni dopo, è assodato che non stava esagerando».
Cos’è che aveva capito in anticipo della Russia di Putin?
«Che il potere illimitato nelle mani di una sola persona può portare a conseguenze terribili come quelle che stiamo vivendo».
Oggi sarebbe in Russia o avrebbe scelto di emigrare all’estero?
«Se fosse stata viva quando è iniziata la guerra in Ucraina, avrebbe di sicuro trovato un modo per andare là per raccontarla. Se poi fosse tornata sana e salva a casa, l’avrebbero messa in carcere».
Nel libro “Una madre” edito da Rizzoli lei dice di rifiutarsi di credere che il suo sacrificio sia stato inutile, ma aggiunge che niente vale più della vita di una persona. Oggi, pensa che ne sia valsa la pena?
«Non sono mai riuscita a rispondere con lucidità a questa domanda, perché sono sua figlia».
Quanto è responsabile la società russa per ciò che è diventato il sistema di Putin?
«Una quota di responsabilità i russi ce l’hanno. Rattrista vedere che le persone per cui lei aveva lavorato una vita intera, a distanza di così tanti anni dalla sua morte, la stiano dimenticando e continuino a vivere secondo lo stesso canovaccio».
C’è in Russia qualcuno che ne ha raccolto davvero l’eredità?
«Non mi pare».
Che fase sta vivendo il suo Paese?
«Una fase che la Russia ha già vissuto, il Periodo dei torbidi».
La crisi dinastica e politico-sociale che, all’inizio del diciassettesimo secolo, portò all’ascesa dei Romanov. Ma non vede proprio alcuna speranza?
«Nel mondo non c’è niente di eterno, per fortuna. Non sono sicura che ci sarò ancora quando le cose in Russia saranno migliorate al punto da pensare di tornarci. Spero che lo possà fare mia figlia».
Se potesse fare una domanda a sua madre, cosa le chiederebbe?
«Come cavolo hai fatto a capire tutte quelle cose?». Sorride. «Vorrei sapere come ha fatto, armata solo della penna, a cogliere il carattere e la personalità di uno come Putin, riuscendo a prevedere con tanta precisione il ruolo che avrebbe avuto per la Russia».
Dopo le minacce subite da lei e da sua figlia, siete costrette a vivere lontano dal vostro Paese, in località segrete in Europa. Almeno qui vi sentite al sicuro?
«Non vivo nella paura, almeno cerco di non farlo. Perché anche qui in Europa i servizi segreti russi si muovono come se fossero a casa loro e svolgono tranquillamente le loro operazioni speciali. Se scavaste bene nelle loro attività trovereste tante sorprese. Di conseguenza una persona come me, con la mia storia e con le mie radici, non si può sentire sicura in nessun luogo del mondo. Perché sono consapevole che se vorranno farmi qualcosa di male, saranno in grado di trovarmi ovunque io sia. Anche qui, in Europa».