ROMA – Che ne è di quegli oltre ventimila bambini e adolescenti ucraini rapiti e deportati in Russia a partire dal 24 febbraio del 2022? Sono lì, come un groppo che fa sussultare la gola, il corpo e la coscienza dell’Europa. Un groppo trattenuto e un soprassalto emotivo e morale che fatica a manifestarsi e, dunque, resta confuso tra le tante espressioni di sdegno, comprese quelle quanto mai motivate che fanno aggrottare le nostre fronti e i nostri pensieri. Tanto più che, a determinare quell’inquietudine è un soggetto che ha connotato di sé l’epoca più recente, non a caso definita “il tempo dei bambini” (Walter Benjamin): dall’immaginario fantastico alla pedagogia sovversiva, dalla produzione pubblicitaria alla guerra. Ecco, la guerra. Da decenni abbiamo appreso che in gran parte dei conflitti contemporanei operano - ammazzano e vengono ammazzati - i “bambini-soldato”. Le stime dicono che dal 2005 al 2022 ne sono stati reclutati 105mila, in particolare in Africa e in Asia. Qui e ora, …
ROMA – Che ne è di quegli oltre ventimila bambini e adolescenti ucraini rapiti e deportati in Russia a partire dal 24 febbraio del 2022? Sono lì, come un groppo che fa sussultare la gola, il corpo e la coscienza dell’Europa. Un groppo trattenuto e un soprassalto emotivo e morale che fatica a manifestarsi e, dunque, resta confuso tra le tante espressioni di sdegno, comprese quelle quanto mai motivate che fanno aggrottare le nostre fronti e i nostri pensieri. Tanto più che, a determinare quell’inquietudine è un soggetto che ha connotato di sé l’epoca più recente, non a caso definita “il tempo dei bambini” (Walter Benjamin): dall’immaginario fantastico alla pedagogia sovversiva, dalla produzione pubblicitaria alla guerra. Ecco, la guerra. Da decenni abbiamo appreso che in gran parte dei conflitti contemporanei operano - ammazzano e vengono ammazzati - i “bambini-soldato”. Le stime dicono che dal 2005 al 2022 ne sono stati reclutati 105mila, in particolare in Africa e in Asia. Qui e ora, in questo lembo di Europa, che è il nostro, i bambini hanno dovuto conoscere la doppia condizione di vittime e di prede. Qui e ora, sembrano rinnovarsi le Croniche medievali delle crociate e delle imprese di conquista oltremare, che vedevano bambini rapiti e ridotti in schiavitù, trascinati di contrada in contrada, venduti o barattati. Oggi tutto questo accade in una sorta di semioscurità, nelle pieghe del panottico universale.
I bambini ucraini deportati assumono, così, le sembianze incerte e tremolanti - quasi una ripresa fuori fuoco - di un’altra immagine dell’orrore di questo secolo, in bilico tra leggenda nera e stigma maledetto: quella dei neonati rapiti dai rom. Ma in questo caso, così contemporaneo, è tutto vero, tutto documentato e circostanziato: i dati di questa vicenda e le relative testimonianze sono lì a dimostrare, inequivocabilmente, che l’esercito di una delle massime potenze mondiali ha operato come una banda di saccheggiatori o una truppa di conquistadores.
Nei territori occupati e in quelli prossimi al fronte, Kherson e Kiev tra gli altri, le forze armate russe catturano minori sottraendoli alle case e alle famiglie e trasferendoli nelle regioni russe dell’interno, dove subiranno procedure di manipolazione e di russificazione. In alcuni racconti riportati dalla Radio Svizzera Italiana si può leggere: «Sono stato sei mesi in un campo di rieducazione. Ogni mattina dovevamo cantare l’inno russo e salutare la bandiera. Ci insegnavano che gli ucraini sono nazisti». E ancora: «Mi hanno portata via da mia madre. Ci costringevano a scrivere cartoline di ringraziamento ai soldati russi per averci liberati»; «Poi sono venuti a prendermi e mi hanno mandato in Crimea occupata. Ci dicevano che l’Ucraina avrebbe smesso di esistere, che non servivamo a nessuno e che a casa nessuno ci aspettava. Quando mi sono rifiutato di cantare l’inno mi hanno chiuso in una cella di due metri per due. Hanno sostituito il mio certificato di nascita ucraino con uno russo».
L’obiettivo è, palesemente, la spersonalizzazione dei minori rapiti e la loro collocazione coatta nella della società russa. A questo punto il linguaggio evangelico suggerirebbe di ricorrere al termine “scandalo” per definire quello che è il massimo oltraggio nei confronti dei fanciulli. Ma lo scandalo, che nella sua radice etimologica richiama una pietra di inciampo, non accade. C’è, piuttosto, una reazione timida e pallida, se misurata con il metro dello spazio ottenuto nel sistema dei media e nel sentimento delle pubbliche opinioni. In questo caso, la più bolsa polemica politica indicherebbe nel “doppio standard” la ragione di tanta insensibilità, da attribuirsi alla deferenza filorussa e alla sudditanza psicologica verso Vladimir Putin così diffuse dalle nostre parti. Ma qui interviene qualcosa di ulteriore e di difficilmente spiegabile. Vediamo.
La Russia respinge le accuse di deportazioni, salvo ammettere «trasferimenti organizzati di minori ucraini, compresi bambini, per ragioni di sicurezza». Come ha scritto Nello Scavo su Avvenire, la Federazione russa contesta la cifra di oltre ventimila minori rapiti - indicata dalle Nazioni Unite, dal Consiglio d’Europa e dall’Unicef - sostenendo che gli elenchi contengano ripetizioni, dati incompleti e persone già maggiorenni. Una precisazione che suona peggio di una confessione, dal momento che non nega il dato di fondo: i bambini come bottino di guerra.
Ma perché una simile infamia sembra, nonostante tutto, sopportabile? Perché solo il cardinale Matteo Maria Zuppi e il Vaticano paiono occuparsene? È come se le dimensioni smisurate della guerra non potessero contenere il formato pediatrico delle vittime infantili, se non cancellandole. E ancora: è come se la potenza bellica messa in campo, pressochè interamente affidata alle tecnologie più sofisticate, tendesse a rimuovere il “fattore umano” sia degli assassini (i velivoli senza pilota) sia degli assassinati (ridotti a numeri di un bilancio neutro): e, dunque, a ignorare biografie e vissuti e, in particolare, quella condizione speciale rappresentata dall’innocenza assoluta di quei corpi bambini. Non ragione di scandalo, come si diceva, ma favolistica che allude all’irrealtà. Ma ciò comporta il rischio che, se quel groppo in gola non si traduce in un grido e in un atto di protesta, si finisca con il soffocare nell’indifferenza.