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Mistero peste: dopo una settimana Mosca non ha ancora spiegato cosa ha ucciso la ricercatrice

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Il timore è che il Cremlino abbia imposto il silenzio per nascondere un programma di sviluppo di armi biologiche nel laboratorio in Siberia dove è morta la 28enne
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LONDRA – La morte di una donna che lavorava in un laboratorio di studi sulla peste in Russia rimane un mistero e l’Occidente continua a chiedersi se Mosca nasconde qualcosa. Più di una settimana dopo il decesso di Daria Shilipova, la ricercatrice di 28 anni impiegata nel laboratorio di Irkutsk, in Siberia, le autorità non hanno ancora identificato l’agente patogeno che l’ha uccisa. Secondo l’agenzia di sanità pubblica, l’autopsia ha smentito la versione circolata inizialmente anche su fonti russe che indicava un possibile contagio di peste provocato dalla rottura accidentale di una provetta. “Ma se questo è stato escluso”, si chiede Maria van Kerkhove, direttrice del dipartimento epidemie e pandemie dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità, “di che cosa è morta?”

Il timore è che il Cremlino abbia imposto il silenzio per nascondere un programma di sviluppo di armi biologiche nel laboratorio al centro della vicenda. Un’ipotesi che suscita preoccupazioni per le analogie con la pandemia…

LONDRA – La morte di una donna che lavorava in un laboratorio di studi sulla peste in Russia rimane un mistero e l’Occidente continua a chiedersi se Mosca nasconde qualcosa. Più di una settimana dopo il decesso di Daria Shilipova, la ricercatrice di 28 anni impiegata nel laboratorio di Irkutsk, in Siberia, le autorità non hanno ancora identificato l’agente patogeno che l’ha uccisa. Secondo l’agenzia di sanità pubblica, l’autopsia ha smentito la versione circolata inizialmente anche su fonti russe che indicava un possibile contagio di peste provocato dalla rottura accidentale di una provetta. “Ma se questo è stato escluso”, si chiede Maria van Kerkhove, direttrice del dipartimento epidemie e pandemie dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità, “di che cosa è morta?”

Il timore è che il Cremlino abbia imposto il silenzio per nascondere un programma di sviluppo di armi biologiche nel laboratorio al centro della vicenda. Un’ipotesi che suscita preoccupazioni per le analogie con la pandemia del Covid, per la quale, sei anni dopo i primi casi nella città di Wuhan in Cina, non è ancora chiaro se l’infezione si sia sviluppata in un locale mercato di animali o in un laboratorio di ricerche sul virus trasmesso dai pipistrelli. La Russia è uno dei pochi Paesi al mondo in cui esistono piani per la guerra batteriologica. L’incertezza sulla morte della giovane ricercatrice, commentano fonti dell’intelligence americana interpellate dal New York Times, non significa necessariamente che il laboratorio di Irkutsk fosse coinvolto in ricerche di questo tipo: l’enigma potrebbe avere anche altre ragioni. Ma in assenza di spiegazioni valide, il dubbio è legittimo.

Uno studio presentato a Mosca all’inizio del 2026 indica che la dottoressa Shilipova era impegnata in esperimenti con antibiotici e altri farmaci, scrive il quotidiano newyorchese, in grado di avere effetto sul batterio che provoca la peste polmonare, considerata il tipo di peste più pericolosa perché trasmissibile da persona a persona. Endemica in Siberia e in altre regioni del mondo, la malattia è curabile se trattata tempestivamente. Le autorità russe affermano che la “paziente”, come definiscono la donna, era vaccinata contro i microrganismi sui quali lavorava. Sostengono anche che nessuna delle centinaia di persone con le quali era entrata in contatto, successivamente sottoposte a test, è risultata contagiata dal virus della peste, e che la quarantena imposta a ospedali e altre comunità della zona è stata soltanto una misura preventiva.

Ma molte domande restano senza risposta. Dov’era la dottoressa nei giorni prima di sentirsi male ed essere ricoverata? Su che cosa stava esattamente lavorando? In che modo la malattia è progredita? La versione ufficiale è che sia morta per una polmonite di origini “sconosciute”, ma gli esperti osservano che un Paese come la Russia, dotato di moderni test tecnologici, dopo sette giorni dovrebbe avere avuto la risposta sulla causa del decesso, per esempio attraverso una sequenza del genoma. Invece Mosca insiste a dire che non conosce la risposta, facendo credere a qualcuno che invece la sappia e non voglia raccontare tutto. Una pratica, quella di censurare la verità su disastri naturali o di altro genere, di cui il Cremlino ha dato spesso prova in passato, dall’incidente alla centrale nucleare di Cernobyl in poi. La “glasnost”, ovvero la trasparenza nelle informazioni, introdotta dalle riforme di Gorbaciov negli anni Ottanta aveva aperto uno squarcio in questo muro del silenzio. Ma sotto Putin è stato ricostruito come prima.

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