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La trattativa con Putin per ottenere la tregua sulla pelle degli alleati

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Il deal economico tra la Casa Bianca e il Cremlino offre al russo una via di uscita. Ma in gioco ci sono le democrazie europee
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La passione di Donald Trump per i business in cui si intrecciano affari di Stato e interessi personali può riuscire a fermare le armi? Nessuno crede che sia in grado di costruire la pace, ma c’è speranza che apra almeno la strada per una tregua. Il deal sull’esportazione di diesel russo, voluto dalla Casa Bianca per risollevare i sondaggi sul voto di Midterm, risponde in pieno a una questione sollevata da Vladimir Putin. Una settimana fa, nel Forum di Valdai, lo Zar ha definito “assurda” l’ipotesi di una moratoria sugli attacchi contro le centrali elettriche e le navi del grano ucraine in cambio della sospensione dei raid contro raffinerie e petroliere russe. «Le sanzioni - ha detto Putin - mi impedirebbero comunque di esportare il nostro greggio».

Ecco che l’ultimo accordo supera parzialmente questo limite e va a inserirsi nella ripresa dei negoziati, con la delegazione di Kiev attesa in Florida per preparare una tornata di colloqui e i partner europei che studiano “nuove idee”. La r…

La passione di Donald Trump per i business in cui si intrecciano affari di Stato e interessi personali può riuscire a fermare le armi? Nessuno crede che sia in grado di costruire la pace, ma c’è speranza che apra almeno la strada per una tregua. Il deal sull’esportazione di diesel russo, voluto dalla Casa Bianca per risollevare i sondaggi sul voto di Midterm, risponde in pieno a una questione sollevata da Vladimir Putin. Una settimana fa, nel Forum di Valdai, lo Zar ha definito “assurda” l’ipotesi di una moratoria sugli attacchi contro le centrali elettriche e le navi del grano ucraine in cambio della sospensione dei raid contro raffinerie e petroliere russe. «Le sanzioni - ha detto Putin - mi impedirebbero comunque di esportare il nostro greggio».

Ecco che l’ultimo accordo supera parzialmente questo limite e va a inserirsi nella ripresa dei negoziati, con la delegazione di Kiev attesa in Florida per preparare una tornata di colloqui e i partner europei che studiano “nuove idee”. La realtà della situazione ucraina è drammatica: nella capitale la corrente è già razionata, a Odessa e nelle altri città i blackout sono ripresi, e tutti sono consapevoli di avere davanti un inverno da incubo.

Il Cremlino però sta vedendo svanire le prospettive di un successo sul terreno: le difese del Donetsk stanno resistendo e la controffensiva ucraina a Lyman ha compromesso i piani d’assalto. Per vincere entro il 2027 Putin ha una sola opzione: ordinare la mobilitazione e mandare al fronte per la prima volta non i volontari delle province remote ma i figli della borghesia che sostiene il suo potere. È un rischio politico colossale, che dal 2022 ha evitato con scrupolo perché conosce quale sarebbe l’impatto di migliaia di bare dei caduti sul suo consenso.

Sotto molti aspetti, Zelensky si trova in una condizione speculare: il suo esercito ha bisogno di soldati che la demografia ucraina non permette di trovare e la caccia quotidiana nelle strade ai renitenti alla leva è sempre più impopolare. I robot terrestri con cui si cerca di lenire questa carenza non promettono effetti a breve termine e c’è la convinzione che la chiamata alle armi degli under 25 manderebbe al massacro l’ultima generazione. Al di fuori delle dichiarazioni bellicose, entrambi potrebbero cercare una pausa negli scontri.

Il percorso per una vera pace è molto più complesso. Richiede una formula per la gestione del Donbass, territorio a cui entrambi i contendenti non intendono rinunciare. E soprattutto mancano le garanzie di sicurezza che tutelino Kiev da nuove aggressioni militari e ibride russe. Questo ostacolo finora appare insuperabile, perché Donald Trump non è disposto a impegnarsi nella protezione dell’Ucraina e non nasconde l’ostilità verso Zelensky.

Allo stesso tempo, la strategia del business della Casa Bianca manifestata sin dal vertice di Anchorage del Ferragosto 2025 mette Putin davanti a un’alternativa alla guerra a oltranza: oggi lo Zar è in qualche modo prigioniero della macchina bellica che lui stesso ha creato e che domina l’industria nazionale, spingendolo lungo un sentiero che porta verso lo scontro diretto con la Nato nel Baltico. La prospettiva di investimenti e intese preferenziali con gli States che riportino le materie prime al centro dell’economia russa offre invece al Cremlino uno scenario che incrementerebbe il consenso interno, oltre a riconoscere il suo status internazionale.

Si tratta di un incentivo che può generare una pace dai caratteri instabili, che renderebbe incerto il domani dell’Ucraina e verrebbe pagata soprattutto dall’Europa, schiacciata dall’asse economico tra Washington e Mosca. Già oggi sono le nazioni della Ue a farsi carico del costo del conflitto, permettendo da sole assieme alla Gran Bretagna la resistenza di Kiev. Nella nuova partita che si sta aprendo in queste ore, l’intesa tra Trump e Putin non mette però in gioco soltanto il futuro economico dell’Europa, ma qualcosa di ancora più importante: la sopravvivenza dei nostri sistemi democratici.

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