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Il Columbus Day non riguarda solo Colombo. Riguarda gli italo-americani

Dalla parata sulla Fith Avenue a New York al 12 ottobre celebrato in Italia: al centro non solo un navigatore controverso, ma una comunità
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“America! We discovered it. We named it. We built it!”, America, noi l’abbiamo scoperta, battezzata, costruita: l’antico proverbio italo-americano celebra Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci e la fatica, nei campi, nelle fabbriche e miniere, nelle città dei 6 milioni di emigranti sbarcati dal nostro paese negli Usa, fra Ottocento e Novecento. La spacconata ironica contiene una fiera e dolorosa domanda di cittadinanza, “abbiamo fatto tutto questo e ancora ci trattate da intrusi?”. È qui la distanza etica e di identità fra la parata con grancassa e striscioni sulla Fifth Avenue a New York, e il nostro 12 ottobre, tre caravelle nei temi scolastici, un francobollo, i busti di marmo con i piccioni delle piazze. Per gli italiani Colombo è navigatore da libro di storia, per gli italo-americani delle generazioni passate un avvocato difensore. Il genovese, oggi accusato di razzismo in America, è stato invece a lungo paladino contro la discriminazione per i “Wop”, i senza documenti insultati c…

“America! We discovered it. We named it. We built it!”, America, noi l’abbiamo scoperta, battezzata, costruita: l’antico proverbio italo-americano celebra Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci e la fatica, nei campi, nelle fabbriche e miniere, nelle città dei 6 milioni di emigranti sbarcati dal nostro paese negli Usa, fra Ottocento e Novecento. La spacconata ironica contiene una fiera e dolorosa domanda di cittadinanza, “abbiamo fatto tutto questo e ancora ci trattate da intrusi?”. È qui la distanza etica e di identità fra la parata con grancassa e striscioni sulla Fifth Avenue a New York, e il nostro 12 ottobre, tre caravelle nei temi scolastici, un francobollo, i busti di marmo con i piccioni delle piazze. Per gli italiani Colombo è navigatore da libro di storia, per gli italo-americani delle generazioni passate un avvocato difensore. Il genovese, oggi accusato di razzismo in America, è stato invece a lungo paladino contro la discriminazione per i “Wop”, i senza documenti insultati con disprezzo.

Il 12 ottobre del 1492 Colombo sbarca nelle Bahamas, al servizio della corona spagnola, e assurge a padre simbolico d’America. Prima degli italiani lo adotta la giovane repubblica Usa, avida di un albero genealogico libero dall’odiosa monarchia britannica. Tocca quindi agli immigrati, Europa del Sud e America Latina, trovare nel cattolico ligure un campione contro l’odio dei protestanti Wasp, “Noi eravamo qui prima di voi” è messaggio in filigrana.

A New Orleans, il 14 marzo 1891, la folla ebbra assalta il carcere e lincia undici italiani innocenti, per vendicare il capo della polizia David Hennessy, ucciso in circostanze misteriose. La brutalità impone all’Italia di richiamare i diplomatici, mentre Theodore Roosevelt, futuro presidente, gongola “Ottima cosa!”, persuaso che “gli italiani siano peggiori dei negri”. Nel 1892, il presidente Benjamin Harrison proclama festa nazionale per i 400 anni dal viaggio della Nina, Pinta e Santa Maria, come riconciliazione dopo la strage. Le associazioni italiane, i Knights of Columbus, fra cui militava John Kennedy, fino alla potente National Italian American Foundation, Niaf, consolidano il culto e l’abile F.D. Roosevelt evoca Colombo alla Casa Bianca negli anni Trenta. Muratori, portuali, meccanici, famiglie che imparavano l’inglese dai figli sfilano dietro un italiano al quale l’America riconosce la grandezza negata in fabbrica e dai poliziotti.

John Kennedy adotta la politica della dignità e a Newark, New Jersey, il 12 ottobre 1962, invita a ricordare, insieme al navigatore, gli americani di origine italiana, governatori, parlamentari, soldati, cittadini, finalmente riconosciuti dal primo presidente cattolico.

Presto, tuttavia, nella statua a Columbus Circle, Manhattan, tanti vedono un oppressore, non un liberatore. Già nel 1977 una conferenza alle Nazioni Unite propone di sostituire Columbus Day con La Giornata dei Popoli Indigeni e nel 2020, durante le mobilitazioni seguite all’uccisione di George Floyd, cittadino inerme finito da poliziotti criminali, statue di Colombo furono abbattute, mutilate, quella di Baltimora affogata nel porto, mentre il presidente Donald Trump non manca di incensare l’ammiraglio alla Casa Bianca.

Chi parla di eccessi “woke”, politicamente corretti, ignora gli archivi storici, testimoni fedeli. Nelle sue lettere Colombo organizza, senza scrupoli, il racket degli schiavi in Spagna e Michele de Cuneo, compagno della seconda spedizione, racconta nel 1495, in tono tranquillo, della deportazione di centinaia di indigeni e delle violenze sessuali sulle indigene. Nel 1500, il commissario della corona Francisco de Bobadilla raccoglie un rapporto di sevizie feroci, Colombo è arrestato a Hispaniola, rimandato in Spagna in catene, con i fratelli Bartolomeo e Diego, i monarchi Ferdinando e Isabella lo liberano, senza ridargli il governo delle Americhe. Bartolomé de las Casas, arrivato nei Caraibi nel 1502, annota nella “Storia delle Indie” crudeltà più atroci: non si tratta dunque della nostra sensibilità XXI secolo, Colombo era inviso ai coevi.

In Italia la funzione di riscatto collettivo non è scattata, genovese sì ma al soldo della Spagna, e Colombo non sarà infine un Garibaldi o un Mazzini. Genova lo celebra, scuole e monumenti lo ricordano, dal 2004 esiste perfino una giornata nazionale, ma senza il bisogno di stringersi al suo nome per sentirsi italiani. Sulla Fifth Avenue sfilano i figli di chi è stato umiliato perché italiano e per rispettarli non occorre assolvere Colombo: Robert Allegrini, presidente della Niaf, lo comprende con intelligenza affermando “Sosteniamo con orgoglio il Columbus Day perché celebra l’orgoglio italo-americano”, non un controverso marinaio, una comunità antica, coraggiosa, generosa.

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