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Elezioni Israele, i timori del popolo di Eisenkot per un testa a testa inatteso nei sondaggi

Fino a poche settimane fa il “fronte del cambiamento” sembrava sicuro di mettere fine al regno di Netanyahu. Ma quella certezza è svanita
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PETAH TIKVA – Ilana lo voterà perché «è una persona pulita e ama Israele». Sharon e Oren, moglie e marito, «perché ha pagato il prezzo più alto per questo Paese» (un figlio morto a Gaza, ndr). Per Nimrod «cuore, coraggio e leadership sono ciò che serve per cambiare pagina: e lui li ha». Per lui tutti sono pronti a ingoiare il boccone più amaro per un elettore ebreo israeliano: un’alleanza – in che forma poi si vedrà – con i partiti arabi. Il tutto, con un unico scopo: assicurarsi che i trent’anni di potere di Benjamin Netanyahu finiscano il 27 ottobre.

L’eroe dell’altro Israele si chiama Gadi Eisenkot, ha 66 anni, è l’ex capo di Stato maggiore delle forze armate (Idf) e il leader di Yashar! (letteralmente “dritto”, ma anche “retto”), la lista più importante fra quelle del fronte del cambiamento che fra due settimane si presenterà alle urne proponendo una fase nuova per questo Paese, provato da tre anni di guerre ininterrotte e da un attacco terroristico, quello del 7 ottobre 2023, che…

PETAH TIKVA – Ilana lo voterà perché «è una persona pulita e ama Israele». Sharon e Oren, moglie e marito, «perché ha pagato il prezzo più alto per questo Paese» (un figlio morto a Gaza, ndr). Per Nimrod «cuore, coraggio e leadership sono ciò che serve per cambiare pagina: e lui li ha». Per lui tutti sono pronti a ingoiare il boccone più amaro per un elettore ebreo israeliano: un’alleanza – in che forma poi si vedrà – con i partiti arabi. Il tutto, con un unico scopo: assicurarsi che i trent’anni di potere di Benjamin Netanyahu finiscano il 27 ottobre.

L’eroe dell’altro Israele si chiama Gadi Eisenkot, ha 66 anni, è l’ex capo di Stato maggiore delle forze armate (Idf) e il leader di Yashar! (letteralmente “dritto”, ma anche “retto”), la lista più importante fra quelle del fronte del cambiamento che fra due settimane si presenterà alle urne proponendo una fase nuova per questo Paese, provato da tre anni di guerre ininterrotte e da un attacco terroristico, quello del 7 ottobre 2023, che ne ha modificato in profondità la società.

A guardarlo da vicino, per essere l’uomo che guida l’assalto a un fortino che sta in piedi da tanto tempo, Eisenkot è sorprendentemente tranquillo. Parla con un tono che a tratti sfiora la noia, si ripete, e non usa nessuno dei trucchi di cui il rivale è maestro: niente silenzi studiati, sguardi ironici, frasi a effetto. Ma è proprio questo che la gente accorsa qualche giorno fa a Petah Tikva, la quarta città più grande di Israele, base della media borghesia di centro, cerca: «Una persona di cui fidarsi», mi spiega Michal, arrivata da Tel Aviv. Come molte delle persone in sala, questa donna di 60 anni ha passato gli ultimi tre anni a manifestare: per chiedere lo stop alla riforma giudiziaria del governo, prima, e la liberazione degli ostaggi, poi. Di quella energia, di quella forza, di quella rabbia, a Petah Tikva non c’è quasi nulla: traspare piuttosto la stanchezza di una parte di società che non ce la fa più. A questo Israele Eisenkot promette una commissione di inchiesta sul 7 ottobre, la fine dei privilegi per gli ultra-religiosi, lo stop all’estremismo in Cisgiordania: non parla di un futuro lontano, di accordi con i palestinesi, tanto meno di pace. Alla maggior parte di Israele, oggi, va bene così: a votare per la sua coalizione (nella veste dei Democratici di Golan) ci saranno anche tanti di quelli che in passato formavano il cosiddetto “fronte della pace”. E oggi sono, anche loro, stanchi.

I sondaggi riflettono tutto questo: un mese fa l’opposizione aveva il vento in poppa e un numero di seggi sufficiente per candidarsi alla formazione del nuovo governo, con o senza il sostegno dei partiti arabi, espressione del 20% della popolazione che ha origine palestinese. Oggi non è più così: le rilevazioni raccontano di un testa a testa, con Yashar! e il Likud di Netanyahu a contendersi lo scettro di partito più votato.

La questione non riguarda solo Eisenkot: lunedì sera a Tel Aviv sono arrivati Naftali Bennett e Yair Lapid, seconda gamba della sua alleanza. Ad accoglierli più musica, più luci e più bandiere di quelle che hanno salutato il leader: ma non certo una folla. «Il blocco del cambiamento avrebbe dovuto arrivare all’appuntamento sostenuto da un movimento di massa. Presenza, slancio, forza, capacità di dettare l’agenda: un treno su cui la gente vuole salire. I partiti di centrosinistra ne avevano già uno pronto: le centinaia di migliaia di persone che avevano partecipato alle proteste attendevano un segnale, ma quel segnale non è arrivato. Sia Eisenkot che Bennett-Lapid si sono rifugiati nel copione standard: attenersi alla linea stabilita, giocare sul sicuro, puntare sugli elettori indecisi, evitare qualsiasi parola o azione che potesse scatenare l’ostilità del web», scriveva qualche giorno fa Nahum Barnea su Yedioth Ahronot, invitando l’opposizione a cambiare marcia per non restare schiacciata dalla macchina della propaganda di Netanyahu.

Barnea sa bene che proprio in questo scenario, una campagna giocata in difesa più che in attacco, parlando più dell’avversario che dei programmi, si nasconde – da anni – la forza del premier uscente. Non è che detto che questa volta basti per ammaliare un Paese che non è lo stesso del 2022, quando andò alle urne l’ultima volta: ma di certo basta a preoccupare chi, a questo voto, sembrava destinato ad arrivare da trionfatore.

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