Zelensky sfida Trump: “Riprendiamo gli attacchi alle raffinerie russe”. Colpito l’impianto di Ryazan
di Gianluca Di Feo“La tregua è finita, ne abbiamo avuto abbastanza”. Volodymyr Zelensky sfida Donald Trump e riprende gli attacchi contro le raffinerie russe. La scorsa notte è stato colpito l’impianto di Ryazan: i droni ucraini hanno provocato un incendio visibile a decine di chilometri di distanza. E anche i media di Mosca hanno dato grande enfasi al raid, definendolo una provocazione diretta contro la Casa Bianca.
Kiev aveva interrotto le incursioni contro gli stabilimenti petroliferi russi dopo l’annuncio del presidente Usa, che ha presentato una tregua in occasione dell’accordo con Vladimir Putin per l’esportazione di diesel negli Stati Uniti: la prima deroga all’embargo petrolifero dal 2022. Per tre giorni i comandi ucraini hanno sospeso i bombardamenti sulle raffinerie mentre il Cremlino ha proseguito la distruzione delle centrali elettriche, provocando blackout in numerose città e soprattutto nella capitale, dove la corrente viene razionata. In particolare, nella notte tra martedì e mercoledì b…
“La tregua è finita, ne abbiamo avuto abbastanza”. Volodymyr Zelensky sfida Donald Trump e riprende gli attacchi contro le raffinerie russe. La scorsa notte è stato colpito l’impianto di Ryazan: i droni ucraini hanno provocato un incendio visibile a decine di chilometri di distanza. E anche i media di Mosca hanno dato grande enfasi al raid, definendolo una provocazione diretta contro la Casa Bianca.
Kiev aveva interrotto le incursioni contro gli stabilimenti petroliferi russi dopo l’annuncio del presidente Usa, che ha presentato una tregua in occasione dell’accordo con Vladimir Putin per l’esportazione di diesel negli Stati Uniti: la prima deroga all’embargo petrolifero dal 2022. Per tre giorni i comandi ucraini hanno sospeso i bombardamenti sulle raffinerie mentre il Cremlino ha proseguito la distruzione delle centrali elettriche, provocando blackout in numerose città e soprattutto nella capitale, dove la corrente viene razionata. In particolare, nella notte tra martedì e mercoledì ben trentadue missili balistici sono stati lanciati contro Kiev senza che l’intelligence statunitense desse l’allarme agli ucraini. Gli ordigni hanno centrato tre centrali, lasciando senza energia 600 mila persone. Il portavoce del Cremlino Peskov ha commentato: “Non c’è nessuna tregua”.
Dopo tre giorni, Zelensky ha detto basta: “Sono consapevole – ha dichiarato in un’intervista al Financial Times – che se un accordo come quello sul diesel paralizza l’Ucraina sul campo di battaglia, senza lasciarci rispondere alle aggressioni, la domanda sarà: quando arriverà la prossima intesa (ndr con Mosca)? Oggi riguarda il diesel, poi sarà sicuramente sul gas”. Ha contestato il blocco delle connessioni Starshield, la versione militare di Starlink che sarebbe stata poi riattivata questa mattina: “Non si è trattato di un guasto tecnico, è stato un atto deliberato che crea seri problemi ai nostri militari”. E ha posto una condizione per fermare di nuovo gli attacchi alle raffinerie: “Gli Stati Uniti ci devono dare più missili Patriot per difendere le nostre città. E’ il minimo”.
L’impianto preso di mira la scorsa notte è uno dei più grandi della Russia, in grado di lavorare oltre 15 milioni di tonnellate di greggio l’anno: a Ryazan si producono anche 3 milioni e mezzo di tonnellate diesel, oggetto dell’intesa con il Cremlino voluta dalla Casa Bianca per risollevare i sondaggi in vista del voto di midterm. L’infrastruttura appartiene al colosso privato Lukoil, al centro di un progetto di privatizzazione che stando alle rivelazioni della stampa Usa coinvolgerebbe anche figure vicine al presidente statunitense. Un elemento che pare sottolineare il senso di sfida trasmesso dal raid.
Le notizie su un secondo attacco contro la raffineria di Rostov sembrano invece infondate: è stato colpita cinque giorni fa - prima della tregua - e da allora le fiamme non sono state domate. Ieri notte il rogo avrebbe fatto esplodere un’altra cisterna di combustibile. Gli ucraini hanno invece bersagliato con missili l’aeroporto militare di Borisoglebsk, rivendicando di avere incenerito sei cacciabombardieri Sukhoi SU34: sono i jet che sganciano le bombe plananti, responsabili della strage a Kramatorsk che la scorsa settimana ha ucciso nel sonno 33 civili, tra cui cinque bambini.