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La svolta di Bukele firmata Trump: da leader di culto dell’estrema destra a “moderato”

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Il presidente del Salvador cerca di imporre un’immagine più democratica: ora vuole liberare almeno la metà degli oltre 90mila detenuti nelle sue carceri
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Nayib Bukele ha deciso di cambiare pelle. Non ama essere il mostro come viene dipinto all’estero. Vuole dimostrare di avere anche un volto democratico. Al presidente del Salvador non basta più essere un punto di riferimento, un vero mito per la stragrande maggioranza dei leader della destra estrema che si ritrovano al potere in America Latina. Il suo esempio ha fatto scuola. Tutti lo ammirano, tutti promettono di seguire la sua ricetta. Linea dura per liberare le strade dalla violenza. Semplice e pratica. Una garanzia nelle elezioni: chi lo dice ha la vittoria in tasca.

Svolta insolita, sospetta. Una vera sorpresa. Serve a offrire un’immagine diversa, moderna, lontana da quella del dittatore che governa con il pugno di ferro, abolisce i diritti umani e civili, cancella anche le più elementari garanzie costituzionali per rimette ordine in un Paese dominato dalle bande della criminalità. Dopo quattro anni e mezzo di buio pesto accende un lumicino nel buio delle sue galere dove sono stip…

Nayib Bukele ha deciso di cambiare pelle. Non ama essere il mostro come viene dipinto all’estero. Vuole dimostrare di avere anche un volto democratico. Al presidente del Salvador non basta più essere un punto di riferimento, un vero mito per la stragrande maggioranza dei leader della destra estrema che si ritrovano al potere in America Latina. Il suo esempio ha fatto scuola. Tutti lo ammirano, tutti promettono di seguire la sua ricetta. Linea dura per liberare le strade dalla violenza. Semplice e pratica. Una garanzia nelle elezioni: chi lo dice ha la vittoria in tasca.

Svolta insolita, sospetta. Una vera sorpresa. Serve a offrire un’immagine diversa, moderna, lontana da quella del dittatore che governa con il pugno di ferro, abolisce i diritti umani e civili, cancella anche le più elementari garanzie costituzionali per rimette ordine in un Paese dominato dalle bande della criminalità. Dopo quattro anni e mezzo di buio pesto accende un lumicino nel buio delle sue galere dove sono stipati 90 mila detenuti. Prigionieri, non imputati. Vuole liberarne almeno la metà. Pochissimi condannati, il resto in attesa di giudizio. Gente accusata di far parte delle maras solo perché ha un tatuaggio sul corpo, denunciata da qualcuno a sua volta arrestato, finito nei registri della polizia sulla base di segnalazioni anonime, oppure perché il suo nome è spuntato fuori tra i dati raccolti dai Servizi Segreti.

La “prigione modello”

Nella campagna di Trump sullaremigrazione, Bukele ha offerto subito il suo gioiellino. Si chiama Cecot, mega prigione distesa su 23 ettari di terreno isolato, circondato da muri alti dieci metri in calcestruzzo, totalmente schermato contro interferenze e telefoni, luce artificiale 24 ore al giorno, vigilato da 800 poliziotti e soldati. Un campo di concentramento. Ci sono finiti anche centinaia di immigrati irregolari arrestati dall’Ice e deportati. Un vero incubo. Appelli, proteste, ricorsi ai Tribunali distrettuali Usa. Alla fine, questo immenso e durissimo carcere speciale è diventato un problema anche per la Casa Bianca. Marco Rubio ne ha parlato con lo stesso Bukele. Hanno affrontato la lotta contro le “influenze straniere maligne” nella regione. Il Segretario di Stato gli ha detto che il suo stato di emergenza in vigore dal 2022, prorogato ogni due mesi, sta producendo più guasti che benefici. Lo ha invitato ad allentare la morsa. “Libera qualcuno”, gli ha suggerito.

Il giallo della Commissione

Bukele ha seguito il consiglio. Martedì scorso ha rivelato l’esistenza di una Commissione governativa che opera parallelamente al sistema giudiziario e alla Procura Generale. Segretissima. Nessuno lo sapeva. Ma il presidente del Salvador è stato costretto a rivelarlo perché uno dei suoi fratelli (ne ha quattro), Ibrahim, considerato il consigliere più influente e ben inserito nella cerchia ristretta del capo, si è lasciato sfuggire qualcosa sui social all’inizio di aprile scorso. Un giornalista lo aveva notato e quando Bukele ha fatto una conferenza stampa gli ha chiesto lumi su questo nuovo organismo giuridico praticamente illegale. Il padrone del Salvador ha ammesso la sua esistenza. Ma ha subito chiarito che “non è soggetta alla giurisdizione della magistratura o della Procura Generale”, come prevede invece la Costituzione, ma rappresenta una sorta di “terza forma” della Giustizia.

Ibrahim era entrato nei dettagli. Aveva spiegato che era composta da giudici, pubblici ministeri, membri dell’esecutivo tra cui anche la first lady, Gabriele Bukele. Alla domanda del giornalista che gli chiedeva altre conferme, il presidente ha spiegato: “Credo che mio fratello intendesse dire che non abbiamo alcun interesse a mettere un prigione nessuno che sia innocente”. Quindi ha annunciato la probabile scarcerazione di “circa il 50 per cento” delle persone detenute. “Stiamo valutando i casi per offrire la liberazione anticipata a un gran numero di prigionieri che sono effettivamente colpevoli”, ha aggiunto, “che meritano di essere in carcere, ma viste le condizioni del nostro Paese, forse si può fare un’eccezione per molti di loro”.

Un Bukele magnanimo. Secondo lui, la Commissione intende favorire i detenuti che hanno avuto solo contatti minimi con le gang. Ma si smentisce da solo. Per quattro anni ha difeso la sua politica repressiva con le maras. Affermava che “il margine di errore” negli arresti “non superava l’1 per cento”. Era drastico: “Non usciranno mai”, prometteva nel giugno scorso quando festeggiava l’inizio del suo settimo anno al potere.

La sospensione dei diritti costituzionali

Per mantenere l’impegno ha modellato l’intero impianto istituzionale. Dal marzo 2022 il suo governo ha approvato la sospensione di quattro diritti costituzionali, tra cui quello alla difesa. Nei fatti impedito a gran parte dei detenuti di conoscere persino chi fosse il proprio avvocato. Un anno dopo il Parlamento ha approvato la riforma del Codice penale, del Codice di procedura, di quello processuale e della legge contro il Crimine Organizzato. Sono così nati i maxi processi nei quali fino a tremila imputati vengono giudicati in contemporanea perché accusati di appartenere alle pandillas Barrio 18 o MS-13, le due bande più potenti e spietate del Salvador.

Non sono necessarie prove. Basta che ti trovi nel posto sbagliato al momento sbagliato e ti arrestano perché sei passato nel quartiere dove agiscono queste gang. Se ti beccano rischi di restare dentro fino a 7 anni prima di finire davanti a un giudice. Organismi internazionali e nazionali hanno documentato almeno 5 mila detenzioni arbitrarie. Lo stesso ministro della Giustizia e Sicurezza Pubblica Gustavo Villatoro ha riconosciuto all’inizio di ottobre che in quasi quattro anni di “Stato d’emergenza” sono state liberate 8 mila persone sulle 90 mila detenute. Una su dieci. Il resto aspetta. Gli avvocati che tentano una difesa dei loro assistiti sono disperati. “Ho fatto tutto il possibile”, si sfogava con El Pais un legale, “tutto quello che la legge ti consente per dimostrare l’innocenza dei miei clienti. Ma è inutile, non c’è niente da fare”. Altri hanno gettato la spugna. “Ho dovuto rinunciare a difenderli”, ammetteva amareggiato un secondo avvocato, “il dado è tratto, saranno tutti condannati. Non conosco un giudice che abbia avuto il coraggio di assolvere qualcuno. Preferisco attendere la condanna, poi presenterò il ricorso con le mie motivazioni”.

Solo Bukele può decidere chi esce e chi resta dentro. Il clima resta basato sul terrore. Con il largo consenso della popolazione. E’ disposta a rinunciare ai diritti in cambio della sicurezza. Su 1.226 casi esaminati da una nota organizzazione forense solo due erano stati arrestati con un ordine di cattura emesso dal Tribunale. Gli altri sono prigionieri da quattro anni e sperano nel verdetto della nuova Commissione imposta dagli Usa. Come Antonio M.A., incappato in una vera trappola. Era andato in commissariato per vedere se aveva qualche precedente, anche solo una segnalazione. Aveva la coscienza a posto. Puro scrupolo. Ne hanno approfittato per identificarlo, hanno messo i suoi dati nel data base e lo hanno arrestato come collaboratore della mara Salvatrucha. Ma è falso. Basta uno di tre elementi a incastrarti: un verbale della polizia con il tuo nome, la denuncia di un testimone protetto, la testimonianza dell’agente che ti ha arrestato. Poi sparisci inghiottito dal Cecot.

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