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Gaza, gravidanze a 40 anni: “La guerra ci ha tolto i figli, ma saremo di nuovo madri”

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La guerra ha ucciso oltre 20mila minori palestinesi. Per superare il lutto, molte donne stanno provando ad avere di nuovo un bambino: gravidanze tardive tra mille difficoltà, povertà e senza cure adeguate. “Farle partorire, in queste condizioni, è difficilissimo”, spiega la dottoressa Kamel
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Quel giorno la scuola dell’Unrwa era piena, molte famiglie si erano accampate nel cortile esterno, tra teli di plastica e bracieri. I bambini di Dalia Al-Qassas facevano su e giù, correndo e giocando. Era l’aprile del 2024, una giornata calda di primavera. L’esercito israeliano fece irruzione nell’area, i bombardamenti furono intensi e «indiscriminati. Un proiettile di artiglieria cadde nell’aula dove eravamo: due mie figlie rimasero uccise. Walid, che all’epoca aveva sette anni, si salvò per miracolo», racconta oggi Dalia proteggendo con la mano sinistra la pancia rotonda. Un anno dopo, il 2 luglio del 2005, Walid uscì con la sorella Reem per comprare dei biscotti ripieni di datteri. «Li desideravano tanto, e anche se erano molto costosi il papà decise di dare loro dei soldi». Verso le cinque del pomeriggio, un missile lanciato da un drone colpì entrambi.

Dalia oggi ha 41 anni ed è incinta di tre mesi, un’età atipica p…

Quel giorno la scuola dell’Unrwa era piena, molte famiglie si erano accampate nel cortile esterno, tra teli di plastica e bracieri. I bambini di Dalia Al-Qassas facevano su e giù, correndo e giocando. Era l’aprile del 2024, una giornata calda di primavera. L’esercito israeliano fece irruzione nell’area, i bombardamenti furono intensi e «indiscriminati. Un proiettile di artiglieria cadde nell’aula dove eravamo: due mie figlie rimasero uccise. Walid, che all’epoca aveva sette anni, si salvò per miracolo», racconta oggi Dalia proteggendo con la mano sinistra la pancia rotonda. Un anno dopo, il 2 luglio del 2005, Walid uscì con la sorella Reem per comprare dei biscotti ripieni di datteri. «Li desideravano tanto, e anche se erano molto costosi il papà decise di dare loro dei soldi». Verso le cinque del pomeriggio, un missile lanciato da un drone colpì entrambi.

Dalia oggi ha 41 anni ed è incinta di tre mesi, un’età atipica per diventare madri a Gaza, una società conservatrice in cui prima della guerra molte ragazze mettevano su famiglia presto, anche prima dei 20 anni. L’eccidio dei minori palestinesi – almeno 20mila uccisi nel conflitto – sta cambiando le cose, e la società. Rimaste orfani dei loro figli, molte donne ultraquarantenni sfidano l’età, la povertà, la mancanza di cure pur di provare a «riempire il vuoto».La dottoressa Areej Kamal, 30 anni, lavora come medico di base in uno dei pochi centri sanitari dell’Unrwa rimasti aperti. «Prima della guerra, era molto raro accogliere una donna incinta di 40 anni o più. Registravamo un caso al mese, a volte meno. Ora ne vediamo diversi in un solo giorno», racconta. «Consideriamo le gravidanze a questa età ad alto rischio perché necessitano di cure mediche specializzate che qui a Gaza semplicemente non sono possibili».Dalia ha deciso di provarci lo stesso anche se la sua salute è precaria. Ha il diabete gestazionale, dovrebbe prendere un farmaco per tenerlo sotto controllo ma costa 20 shekel e non può permetterselo, ha la pressione alta, ha avuto un aborto un anno fa. Ma gli Al-Qassas almeno hanno un appartamento in cui vivere, seppure fatiscente.

Dina Al Agha, suo marito e la loro bambina neppure quello. Sopravvivono in una tenda disordinata e sporca, infestata di insetti e topi, nel campo sfollati di Al Salam wa Al Mahabba, a Nuseirat, nel centro della Striscia. Abitavano in un appartamento nella zona orientale di Al Bureij, ma quell’area adesso è off limits perché al di là della linea gialla, il confine invisibile imposto dall’Idf ai palestinesi a suon di proiettili, che si è portato via anche il suo Murad, 13 anni. Era il 25 agosto 2025, il ragazzino era uscito a raccogliere legna con tre amici. «Un carro armato si è avvicinato e ha sparato colpi di artiglieria. I loro corpi sono stati dilaniati», racconta Dina, che ha 42 anni ed è incinta da 30 settimane. Il primogenito, Kazem, era stato ucciso durante un’incursione israeliana ad Al-Bureij nel 2020. Aveva 11 anni.

«Ho provato una sofferenza opprimente dopo averli persi entrambi, non c’è giorno in cui non pianga pensando a loro. Murad era il mio bambino dolce e affettuoso, andava a prendere la legna per venderla e raccogliere soldi anche durante la carestia. Sento che solo un altro figlio tra le braccia potrebbe iniziare a lenire quella ferita». Vuole arrivare al traguardo, Dina, nonostante tutto, il ferro basso, un’infezione allo stomaco che le aveva procurato anemia e problemi di alimentazione, la vita in tenda che rende tutto più complicato: «Ho costantemente paura di perdere il bambino».A tre anni dall’inizio della guerra e dodici mesi dopo il cessate il fuoco, il sistema sanitario di Gaza resta al collasso. L’84% delle strutture è stato distrutto o danneggiato, dice l’Oms. Portare avanti una gravidanza in queste condizioni è un’impresa: ci sono donne che fanno anche chilometri a piedi per riuscire a ottenere almeno un’ecografia.

Uno studio della London School of Hygiene & Tropical Medicine e dell’Università Al-Quds di Gaza City, pubblicato a giugno dall’Oms, certifica che il tasso di mortalità tra le donne che erano incinte all’8 ottobre 2023 è stato di 948 decessi ogni 100 mila gravidanze, mentre prima della guerra era 30 ogni 100 mila. Con il conflitto, il rischio di aborti o di morti di parto è triplicato, rivela uno studio dell’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite. Secondo la dottoressa Kamal quello che spinge così tante donne ultraquarantenni a cercare una nuova maternità, nuova vita, non è solo il lutto, il desiderio in qualche modo «di compensarlo». Ci sono anche altri motivi. Le pressioni familiari: la vita da sfollati cancella la privacy e riduce l’autonomia e il potere decisionale delle ragazze. Un altro fattore è «emerso più di recente», racconta: «Alcuni uomini rimasti vedovi dopo aver perso la moglie in guerra hanno deciso di risposarsi. Le nuove compagne sono spesso donne più mature, eppure la coppia desidera comunque avere figli, anche in età avanzata. Lo vedono come un modo per dare stabilità al nuovo matrimonio».

Da quando ha saputo che è di nuovo incinta, il marito di Dalia si prende molto cura di lei, continua a dirle di non affaticarsi, fa tutto quello che può per portare a casa più soldi. Sogna il giorno in cui partorirà. Lei resta concentrata sul suo obiettivo, preservare il più possibile il suo corpo dall’inferno intorno: «Prima di morire, Walid mi aveva chiesto di dargli un fratellino con cui giocare. Questo era anche il suo desiderio».

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