L’emittente americana Cnn è venuta conoscenza di nuovi piani di attacco all’Iran preparati dal Pentagono, che implicherebbero anche l’uso di quella che viene definita “la madre di tutte le bombe”, la Gbu-43 Massive Ordnance Air Blast (Moab), un ordigno da 15 milioni di dollari, il più potente dell’arsenale non nucleare degli Stati Uniti. Fu messa a punto dall’Air Force nel 2002, durante la guerra in Iraq, e usata solo una volta, nel 2017, contro una rete di tunnel sotterranei dell’Isis in Afghanistan. Gli americani hanno già usato bombe da 14 tonnellate contro gli impianti nucleari iraniani, costruiti sotto le montagne, ma la Moab ha un effetto visivo di maggiore impatto. Sarebbe questa la ragione di un suo eventuale impiego, dicono le fonti alla Cnn: consegnare a Trump una operazione spettacolare per chiudere la guerra. Vinta o persa, poco importa: il presidente Usa ha già detto e deciso che «l’Iran verrà sconfitto molto presto e il prezzo del petrolio andrà giù come un sacco». La Cn…
L’emittente americana Cnn è venuta conoscenza di nuovi piani di attacco all’Iran preparati dal Pentagono, che implicherebbero anche l’uso di quella che viene definita “la madre di tutte le bombe”, la Gbu-43 Massive Ordnance Air Blast (Moab), un ordigno da 15 milioni di dollari, il più potente dell’arsenale non nucleare degli Stati Uniti. Fu messa a punto dall’Air Force nel 2002, durante la guerra in Iraq, e usata solo una volta, nel 2017, contro una rete di tunnel sotterranei dell’Isis in Afghanistan. Gli americani hanno già usato bombe da 14 tonnellate contro gli impianti nucleari iraniani, costruiti sotto le montagne, ma la Moab ha un effetto visivo di maggiore impatto. Sarebbe questa la ragione di un suo eventuale impiego, dicono le fonti alla Cnn: consegnare a Trump una operazione spettacolare per chiudere la guerra. Vinta o persa, poco importa: il presidente Usa ha già detto e deciso che «l’Iran verrà sconfitto molto presto e il prezzo del petrolio andrà giù come un sacco». La Cnn dice anche che i piani prevedono attacchi alle centrali elettriche iraniane, sempre in un’ottica di guerra lampo: colpire rapidamente, dichiarare vittoria e riportare altrettanto rapidamente i soldati americani a casa.
Le indiscrezioni passate ai media potrebbero essere una operazione di propaganda per mettere pressione agli iraniani, ma anche così raccontano la difficoltà dell’amministrazione Trump di trovare una via di uscita dalle guerre in Medioriente: quella con l’Iran in cui l’America è direttamente coinvolta, e che ha mandato in tilt il mercato energetico globale con la chiusura di Hormuz, e quella gemella tra gli Houthi e il principale alleato Usa nel Golfo, l’Arabia saudita, che rischia di paralizzare anche il Mar Rosso.
Riad è sotto pressione. L’aeroporto è stato bersagliato diverse volte, molte compagnie aeree hanno sospeso i voli. Le navi saudite nel Mar Rosso vengono prese di mira da missili e droni degli Houthi. Il forum degli investimenti che ogni anno porta nel Paese il gotha del business internazionale, la cosiddetta Davos del deserto, si terrà in parte da remoto.
Sul terreno, le milizie sostenute dai sauditi soffrono. Dopo la galoppata di conquista sulla costa occidentale dello Yemen, i miliziani filoiraniani assediano da giorni Taiz, la terza città del Paese, più di un milione di persone, roccaforte del governo deposto. La sua caduta blinderebbe il controllo Houthi di Bab el Mandeb e aprirebbe la strada ai miliziani per arrivare ad Aden, la città in cui è riparato l’esecutivo riconosciuto internazionalmente. Ieri i miliziani hanno attaccato con missili balistici il palazzo presidenziale, ci sono stati cinque morti. Il primo ministro al-Zindani era nell’edificio.