BRUXELLES – Dove trovare altri 70 miliardi di euro per aiutare l’Ucraina? Da venerdì sera è questo l’interrogativo più intricato che i 27 leader dell’Unione europea hanno iniziato a porsi. Il presidente ucraino, Volodomyr Zelensky, infatti, proprio seduto al tavolo del Consiglio europeo tre giorni fa ha chiesto questa cifra aggiuntiva di finanziamento per affrontare il 2027. Una richiesta che ha gettato nell’imbarazzo molti dei capi di Stato e di Governo dell’Unione. Tanto che tre di loro, quelli di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, hanno immediatamente dichiarato che non parteciperanno a questo ulteriore prestito.
Il punto è che quei soldi al momento non sono disponibili. «Non sappiamo dove trovarli», ha spiegato un alto funzionario del Consiglio europeo. Anche perché solo pochi mesi fa l’Ue aveva già provveduto ad uno stanziamento di 90 miliardi nei prossimi due anni. Quindi per il 2027 è stato già stabilito un impegno per 45 miliardi. Ma non basta. E la presidente della Commi…
BRUXELLES – Dove trovare altri 70 miliardi di euro per aiutare l’Ucraina? Da venerdì sera è questo l’interrogativo più intricato che i 27 leader dell’Unione europea hanno iniziato a porsi. Il presidente ucraino, Volodomyr Zelensky, infatti, proprio seduto al tavolo del Consiglio europeo tre giorni fa ha chiesto questa cifra aggiuntiva di finanziamento per affrontare il 2027. Una richiesta che ha gettato nell’imbarazzo molti dei capi di Stato e di Governo dell’Unione. Tanto che tre di loro, quelli di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, hanno immediatamente dichiarato che non parteciperanno a questo ulteriore prestito.
Il punto è che quei soldi al momento non sono disponibili. «Non sappiamo dove trovarli», ha spiegato un alto funzionario del Consiglio europeo. Anche perché solo pochi mesi fa l’Ue aveva già provveduto ad uno stanziamento di 90 miliardi nei prossimi due anni. Quindi per il 2027 è stato già stabilito un impegno per 45 miliardi. Ma non basta. E la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha ammesso che «esiste un divario rispetto alle esigenze precedenti che va coperto». Un gap provocato anche dalla mancata consegna degli aiuti da parte degli alleati extracomunitari, compresa la Gran Bretagna. Solo la Norvegia ha rispettato gli impegni. Senza contare che ovviamente nessuno pensa di poter fare affidamento sugli Stati Uniti di Donald Trump.
Una prima soluzione temporanea sarebbe allora quella di anticipare alla fine di quest’anno il finanziamento di 45 miliardi. Questo consentirebbe di dare respiro alle casse di Kiev e prendere un po’ di tempo per rinviare la scelta e studiare nel frattempo il modo per arrivare a trasferire questi altri 70 miliardi. Ma anche solo l’anticipo richiederà uno sforzo dei 24 (Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca non hanno già partecipato a questo prestito pur non bloccandone l’attivazione) che non sarà affatto semplice.
L’altra strada è quella di utilizzare i beni russi congelati. L’idea è stata infatti immediatamente sollevata durante il summit della scorsa settimana. Da alcuni partner, come la Germania, e dalla stessa presidente della Commissione von der Leyen. Ma l’ipotesi al momento non appare praticabile: «Non c’è la maggioranza qualificata necessaria». A partire dal Belgio che non vuole ancora sentire parlare di scongelare i duecento miliardi di euro detenuti dalla società Euroclear che ha sede a Bruxelles e che quindi risponde al diritto belga. E se ci fosse in futuro una sentenza internazionale che dispone la restituzione di quegli asset, la responsabilità sarebbe del Belgio.
Il “buco” da 70 miliardi negli aiuti a Kiev, però, va in qualche modo trovato. E anche la strada di un nuovo debito comune, stavolta appare lastricata di perplessità. Soprattutto per quei paesi che nel 2027 saranno chiamati al voto: Spagna (già il prossimo mese), Francia, Italia, Grecia e Polonia. Spiegare agli elettori le ragione su cui si fondano i finanziamenti consegnati all’Ucraina sta diventando sempre più difficile. Inoltre un confronto del genere mentre si discute il nuovo bilancio pluriennale dell’Unione equivale a generare un altro corto circuito: per i paesi cosiddetti “frugali” giustificare nello stesso tempo i prestiti all’Ucraina e i tagli al bilancio a scapito della coesione cara agli altri partner e della competitività europea può diventare arduo.