Volodymyr Zelensky raddoppia la sfida e scatena una notte di fuoco contro San Pietroburgo: un monito sia a Vladimir Putin, sia a Donald Trump. Un’ondata di droni ucraini si è abbattuta sulla città dove il nuovo Zar è nato e ha costruito il suo sistema di potere. Dozzine di obiettivi sono stati colpiti, con roghi che hanno oscurato il cielo. Incendiati anche i terminal petroliferi che - come sottolineano i media vicini al Cremlino - dovrebbero servire per le esportazioni di diesel autorizzate dalla Casa Bianca nel tentativo di risollevare i consensi in vista del voto di midterm. Il messaggio a Washington è esplicito: siamo in grado di impedire le vendite di carburante in qualsiasi momento.
L’attacco contro l’antica capitale è stato il più pesante di sempre: la popolazione è stata svegliata dalle esplosioni, con l’orizzonte spezzato dalle colonne di fumo, ritrovandosi spesso senza corrente e senza Internet. Contrariamente a Mosca, la metropoli ha difese contraeree molto meno robuste e h…
Volodymyr Zelensky raddoppia la sfida e scatena una notte di fuoco contro San Pietroburgo: un monito sia a Vladimir Putin, sia a Donald Trump. Un’ondata di droni ucraini si è abbattuta sulla città dove il nuovo Zar è nato e ha costruito il suo sistema di potere. Dozzine di obiettivi sono stati colpiti, con roghi che hanno oscurato il cielo. Incendiati anche i terminal petroliferi che - come sottolineano i media vicini al Cremlino - dovrebbero servire per le esportazioni di diesel autorizzate dalla Casa Bianca nel tentativo di risollevare i consensi in vista del voto di midterm. Il messaggio a Washington è esplicito: siamo in grado di impedire le vendite di carburante in qualsiasi momento.
L’attacco contro l’antica capitale è stato il più pesante di sempre: la popolazione è stata svegliata dalle esplosioni, con l’orizzonte spezzato dalle colonne di fumo, ritrovandosi spesso senza corrente e senza Internet. Contrariamente a Mosca, la metropoli ha difese contraeree molto meno robuste e ha un enorme punto debole: avvistare i droni che arrivano dal mare è quasi impossibile. Gli ordigni ucraini non usano le connessioni satellitari per trovare la rotta e quindi non sono condizionati dal blocco del sistema Starshield, che non sarebbe ancora stato del tutto ripristinato: sono pilotati dall’intelligenza artificiale che riconosce il terreno e li guida fino agli obiettivi. Spesso sfiorano le onde del Baltico per sfuggire ai radar e non passano soltanto sopra la Bielorussia: nella notte tra sabato e domenica un drone - si ritiene ucraino - è entrato nello spazio aereo lituano. Una coppia di Eurofighter italiani schierati lì nella missione Nato è decollata per intercettarlo ma - stando ai media locali - non avrebbe aperto il fuoco perché le condizioni meteo impedivano di valutare il rischio di danni. Il velivolo telecomandato sarebbe poi comunque esploso in aria, provocando una pioggia di frammenti che ha sfiorato un auto in movimento.
Molto più drammatica la situazione a San Pietroburgo, tra blackout elettrici e il crollo di Internet. Con una sorta di contrappasso, gli ucraini hanno inflitto alla città di Putin gli stessi danni che Kiev subisce da anni. Gli incursori hanno distrutto due sottostazioni elettriche, lasciando senza energia per alcune ore interi quartieri. Hanno colpito un gigantesco magazzino logistico della società Ozon, “l’Amazon russa”. Hanno incendiato un data center di VK, la società digitale che gestisce l’alternativa sovrana ai social network. È stato lesionato pure il ponte Obukhovsky della Western Air Speed Diameter, l’autostrada sopraelevata che collega il nord e il sud della città superando i canali zaristi: è una rappresaglia per il bombardamento dei viadotti che attraversano il fiume Dnipro a Kiev.
L’attacco più importante però riguarda il terminal petrolifero: il trampolino di lancio delle esportazioni di carburanti verso l’Atlantico. Anche i carichi di diesel con cui Trump spera di far calare il prezzo del gasolio sul mercato Usa devono partire da questi moli. Almeno due depositi sono andati in fiamme: le griglie protettive installate dopo il raid di giugno - scattato mentre Putin presiedeva il Forum Valdai - non sono servite a fermare l’impatto dei droni. I tg e i social legati al Cremlino hanno dato enfasi all’attacco, descrivendo tutti i danni: lo hanno paragonato ai bombardamenti tedeschi del 1943. È l’ultima linea comunicativa, che tenta di giustificare gli assalti senza quartiere contro l’Ucraina come necessari per la difesa della patria e - secondo l’interpretazione di alcuni analisti - vuole creare le premesse per la mobilitazione generale. Va notato che il raid su San Pietroburgo ha provocato pochi feriti leggeri mentre quelli russi sulle città ucraine a settembre hanno ucciso 328 civili e ne hanno feriti 2105. È il dato ufficiale dell’Onu: il bilancio di ottobre si annuncia già di gran lunga più pesante.