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Gressani: “Le violenze di piazza fanno il gioco di Trump e Putin”

(reuters)

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L’analista di geopolitica e direttore della rivista “Le Grand Continent”, teme che dietro agli scontri nelle città ci sia, oltre al malcontento, anche la propaganda straniera. “Usa e Russia hanno il comune interesse a indebolire i Paesi europei. Non è escluso che stiano soffiando sul fuoco”
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PARIGI – «La Francia è diventata il laboratorio incandescente della politica europea» avverte Gilles Gressani, direttore della rivista Le Grand Continent, inquadrando le rivolte di questi giorni ma paventando anche il rischio di interferenze straniere, amplificate attraverso i social, nella convergenza di interessi tra Trump e Putin.

Le immagini delle violenze hanno fatto il giro del mondo. È la fotografia della Francia di oggi?

«Parigi e la Francia sono da sempre luoghi in cui si spettacolarizza la politica. Ma oggi sono diventate il vero laboratorio incandescente della politica europea. Mi ha colpito la richiesta del sindaco socialista della circoscrizione Pargi centro di introdurre il coprifuoco e perfino di mobilitare l’esercito. Che una simile domanda arrivi dal cuore storico della socialdemocrazia parigina mostra quanto queste violenze possano provocare una fortissima reazione a destra, alimentando una domanda di ordine e sicurezza».

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PARIGI – «La Francia è diventata il laboratorio incandescente della politica europea» avverte Gilles Gressani, direttore della rivista Le Grand Continent, inquadrando le rivolte di questi giorni ma paventando anche il rischio di interferenze straniere, amplificate attraverso i social, nella convergenza di interessi tra Trump e Putin.

Le immagini delle violenze hanno fatto il giro del mondo. È la fotografia della Francia di oggi?

«Parigi e la Francia sono da sempre luoghi in cui si spettacolarizza la politica. Ma oggi sono diventate il vero laboratorio incandescente della politica europea. Mi ha colpito la richiesta del sindaco socialista della circoscrizione Pargi centro di introdurre il coprifuoco e perfino di mobilitare l’esercito. Che una simile domanda arrivi dal cuore storico della socialdemocrazia parigina mostra quanto queste violenze possano provocare una fortissima reazione a destra, alimentando una domanda di ordine e sicurezza».

Gilles Gressani 

Marine Le Pen sembra uscirne rafforzata.

«Le Pen ha interesse a presentarsi come l’unica vera alternativa al sistema, lasciando che il centro e una parte della sinistra si ritrovino nello stesso campo. Ma può diventare anche il partito dell’austerità, destinato a imporre sacrifici e tagli di bilancio. Chi resta all’opposizione finisce per raccogliere i consensi della protesta. È già successo in Italia dopo Monti, quando hanno vinto Cinque Stelle e Lega, o dopo Draghi quand’è arrivata Giorgia Meloni».

La Francia attraversa una duplice crisi, tra la nuova emergenza del carovita e la crisi del debito?

«La crisi del costo della vita è stata alimentata dalla guerra in Iran, dichiarata unilateralmente da Trump. Siamo in un contesto geopolitico favorevole ai tentativi di cambio di regime in Europa, perseguiti dall’amministrazione Usa e convergenti con gli interessi della Russia di Putin. Non è un fenomeno esclusivamente francese. Abbiamo visto mobilitazioni e disordini, seppure di dimensioni diverse, in Belgio, Italia e Albania. C’è una dimensione europea della radicalizzazione attraverso i social con una dimensione quasi ludica nella spettacolarizzazione della violenza. Si gioca alla distruzione come se non si stesse realmente distruggendo. Vediamo persone che saccheggiano negozi e contemporaneamente si filmano mentre lo fanno. Questa nuova agorà digitale, frammentata, politicizza persone prima astensioniste o disinteressate. Si è visto anche in Germania, dove un’affluenza elevata ha coinciso con un rafforzamento dell’estrema destra».

Questa radicalizzazione può essere sfruttata dall’esterno?

«Esiste una convergenza con i tentativi di Mosca e Washington di modificare gli equilibri politici europei. Ma anche Trump e Putin hanno le loro fragilità. Il trumpismo rischia di scontrarsi con le midterm e la Russia attraversa una fase di difficoltà. Proprio perché entrambi potrebbero avere meno tempo del previsto, è possibile un’accelerazione dei tentativi di destabilizzazione in Europa».

Trump sostiene che dietro le rivolte ci sono immigrati e chiede di chiudere le frontiere.

«Non ci sono dati sufficienti per sostenere questa interpretazione. È probabile che molti giovani coinvolti siano semplicemente francesi di seconda o terza generazione. Ma queste immagini alimentano la narrativa di JD Vance: un Occidente minacciato dall’immigrazione e dall’Islam, che dovrebbe difendersi attraverso quella che viene chiamata, con un eufemismo, “remigrazione”. Per la prima volta Washington e Mosca sostengono contemporaneamente l’estrema destra tedesca. È qualcosa che deve provocarci le vertigini. E non lo fanno per rendere gli europei più forti e autonomi, ma più dipendenti, più sudditi, più vassalli. Eppure pochissimi leader europei hanno il coraggio di dirlo. Lasciamo ai nostri avversari il monopolio del racconto».

Quando parla di ingerenze, pensa a un intervento diretto per amplificare le rivolte francesi?

«Ci sono forme di ingerenza esplicite, come le iniziative del Dipartimento di Stato Usa per finanziare think tank e organizzazioni vicine all’agenda Maga in Europa. E poi c’è la questione della scatola nera delle piattaforme digitali. Non sappiamo fino a che punto le rivolte francesi siano state spontanee, orchestrate o amplificate algoritmicamente. È una possibilità da indagare, senza anticipare conclusioni. L’Ue avrebbe gli strumenti per costringere le piattaforme, ma una parte della Commissione e degli Stati europei continua a evitare questo confronto. È una forma di vassallaggio volontario. Se le nostre democrazie non dimostrano di sapersi difendere, non possiamo stupirci se la difesa dello Stato di diritto smette di convincere gli elettori».

Dopo dieci anni, siamo al crepuscolo di Macron?

«La parola che emerge più spesso nei sondaggi sulle aspettative dei francesi è “cambiamento”. La conclusione di un doppio mandato presidenziale è sempre un momento delicato. Ma questa volta la fine del ciclo politico interno coincide con una crisi geopolitica straordinaria. Il problema è come rispondere alla legittima domanda di cambiamento senza trasformarla in una domanda di cambio di regime. Il paradosso è che oggi l’unico elemento di stabilità del sistema politico francese è proprio Macron. Il problema è cosa succederà quando non ci sarà più. Chi prenderà il suo posto rischia di ritrovarsi rapidamente nella stessa tempesta».

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