SAN PAOLO (Brasile) – A São Félix do Xingu, nello Stato amazzonico del Pará, ci sono 2,7 milioni di bovini e 65 mila abitanti: 40 mucche ogni essere umano. È il Comune con più capi di bestiame del Brasile. Al primo turno delle presidenziali, il 4 ottobre, Flávio Bolsonaro ha raccolto lì il 72,3% dei voti, contro il 23,5% di Lula. Vogliono più terra e meno alberi: la posta in gioco, nel ballottaggio di domenica, è il futuro della più grande foresta tropicale del pianeta.
Il successo del figlio dell’ex presidente Jair nell’Amazzonia brasiliana è uno degli aspetti più sorprendenti delle elezioni. Bolsonaro ha vinto in 5 dei 9 Stati dell’Amazzonia. E anche nel Pará, conquistato da Lula col 49,9%, Bolsonaro ha superato il 70% in diversi Comuni agricoli e minerari. Eppure, durante i 4 anni di Lula la deforestazione amazzonica è crollata del 71%, da 11.594 km2 del 2022 a 3.335. È il minimo dall’inizio delle rilevazioni satellitari nel 1988. Con Jair Bolsonaro, invece, la distruzione della fo…
SAN PAOLO (Brasile) – A São Félix do Xingu, nello Stato amazzonico del Pará, ci sono 2,7 milioni di bovini e 65 mila abitanti: 40 mucche ogni essere umano. È il Comune con più capi di bestiame del Brasile. Al primo turno delle presidenziali, il 4 ottobre, Flávio Bolsonaro ha raccolto lì il 72,3% dei voti, contro il 23,5% di Lula. Vogliono più terra e meno alberi: la posta in gioco, nel ballottaggio di domenica, è il futuro della più grande foresta tropicale del pianeta.
Il successo del figlio dell’ex presidente Jair nell’Amazzonia brasiliana è uno degli aspetti più sorprendenti delle elezioni. Bolsonaro ha vinto in 5 dei 9 Stati dell’Amazzonia. E anche nel Pará, conquistato da Lula col 49,9%, Bolsonaro ha superato il 70% in diversi Comuni agricoli e minerari. Eppure, durante i 4 anni di Lula la deforestazione amazzonica è crollata del 71%, da 11.594 km2 del 2022 a 3.335. È il minimo dall’inizio delle rilevazioni satellitari nel 1988. Con Jair Bolsonaro, invece, la distruzione della foresta aveva accelerato.
Secondo MapBiomas, nel 2025 i pascoli occupavano nell’Amazzonia brasiliana 50,8 mln di ettari, una superficie grande come la Spagna. Altri 8,6 milioni erano destinati all’agricoltura. E quasi il 99% della superficie disboscata è finita in campi e allevamenti. La terra senza alberi diventa pascolo, piantagione o investimento immobiliare. E produce reddito. È a questi interessi che guarda Flávio. In un comizio a Marabá, nel Pará, ha detto «potrete coltivare, allevare bestiame e fare quello che volete, sulla vostra terra», promettendo una regolarizzazione senza precedenti. Gli ostacoli ambientali, dice, sono ideologici e vanno eliminati. Nel suo programma ci sono la revisione delle competenze degli organi di controllo ambientale e il rilascio automatico delle licenze se gli uffici non rispondono rapidamente.
I due maggiori donatori privati della campagna di Bolsonaro sono imprenditori dell’agribusiness del Mato Grosso. Elói Vitório Marchett — soia, sementi e allevamento — e Nelson José Vigolo, presidente del colosso Bom Jesus. Per gli indigeni, è semplicemente un incubo. Bolsonaro ha promesso di non riconoscere loro altri territori, cioè bloccherebbe i 286 procedimenti di “demarcazione” in corso come aveva fatto suo padre Jair; Lula ne ha riconosciuti una ventina. È lo strumento fondamentale di protezione per gli indigeni contro l’occupazione illegale, il disboscamento e le miniere.
Il paradosso dell’Amazzonia è politico. Se diventerà presidente, le politiche di riduzione delle emissioni e gli incentivi ai biocarburanti e alle rinnovabili potrebbero essere bloccati. Da senatore, è stato l’unico a votare contro la legge sul cambiamento climatico, e come Trump e Milei guarda con favore al fracking, ora sospeso in Brasile. Ma salvare il polmone verde dell’umanità limita le possibilità di crescita economica non solo dei latifondisti ma anche dei piccoli contadini e allevatori che alle urne vedono in Bolsonaro il riscatto.