✕

Tra i giovani ultraortodossi che rifiutano l’esercito e spaccano Israele in due

Il cimitero ebraico sul monte degli Ulivi di Gerusalemme / Foto Fabio Bucciarelli 

Ascolta l'audio

Un tempo erano pochissimi oggi sono 1,4 milioni: la loro esenzione dal servizio di leva è un tema caldo della campagna elettorale
3 minuti di lettura

GERUSALEMME – La faglia più profonda della società israeliana attraversa la famiglia ultraortodossa dei Miller esattamente nel mezzo. La divide senza romperla, perché i fratelli Yosef e Shlomo da anni discutono, si confrontano, talvolta alzano la voce, leggono l’uno all’altro i passi della Torah che ritengono essere la fonte delle loro opposte ragioni, ma, alla fine, si rispettano. Uniti dalla fede, separati dallo Stato. O, meglio, dall’idea di come ci debbano stare, nello Stato. Yosef, che ha 38 anni, la mattina dopo il 7 ottobre ha contattato gli uffici dell’esercito chiedendo di essere arruolato. Shlomo, invece, che di anni ne ha 30, nella rubrica del suo telefono, rigorosamente senza connessione alla Rete («voglio avere meno tentazioni e meno distrazioni»), conserva un numero speciale, registrato come Tzeva Shachor, “Colore Nero”, che è la ragione per cui, lui, il militare non lo ha fatto e non lo farà.

Yosef …

GERUSALEMME – La faglia più profonda della società israeliana attraversa la famiglia ultraortodossa dei Miller esattamente nel mezzo. La divide senza romperla, perché i fratelli Yosef e Shlomo da anni discutono, si confrontano, talvolta alzano la voce, leggono l’uno all’altro i passi della Torah che ritengono essere la fonte delle loro opposte ragioni, ma, alla fine, si rispettano. Uniti dalla fede, separati dallo Stato. O, meglio, dall’idea di come ci debbano stare, nello Stato. Yosef, che ha 38 anni, la mattina dopo il 7 ottobre ha contattato gli uffici dell’esercito chiedendo di essere arruolato. Shlomo, invece, che di anni ne ha 30, nella rubrica del suo telefono, rigorosamente senza connessione alla Rete («voglio avere meno tentazioni e meno distrazioni»), conserva un numero speciale, registrato come Tzeva Shachor, “Colore Nero”, che è la ragione per cui, lui, il militare non lo ha fatto e non lo farà.

Yosef Miller, rabbino della Yashiva Derekh Heiem durante la preghiera a Yavneh / Foto Fabio Bucciarelli 

La coscrizione obbligatoria per gli ultraortodossi, che dedicano gran parte della vita allo studio della Torah e del Talmud, è l’annosa vexata quaestio tra gli ebrei israeliani, esacerbata dalle tre guerre rimaste appese. Dunque tema caldo della campagna elettorale, non foss’altro perché gli haredi non sono più il manipolo di 400 studenti a cui Ben Gurion, dopo la fondazione di Israele, accordò l’esenzione. Oggi sono 1,45 milioni, rappresentano il 14,3 per cento della popolazione (la fecondità media è di 6,5 figli per donna) e sono raggruppati nelle tre tradizioni lituana, hassidica e sefardita. La metà di loro vive tra Gerusalemme, Bnei Brak e Beit Shemesh.

«Mi va bene fare il soldato», è la premessa di Yosef Miller, che ha appena finito di guidare la preghiera del pomeriggio nella yeshiva “Derekh Haim” di Gan Yavne, 300 studenti, una delle 18 scuole religiose hesder, dove si combina studio religioso, formazione tecnologica e servizio militare. «Mio fratello Shlomo vive isolato dalla cultura circostante, è questo è dannoso per il nostro credo». Sono nati e cresciuti nel quartiere Har Nof a Gerusalemme, da padre inglese e madre americana. «Dio vuole che le persone siano mescolate al mondo. Andare nell’esercito significa non solo rafforzare Israele come entità statuale, ma anche formare le persone, fraternizzare con i laici, fargli vedere che siamo brave persone, persone speciali».

Shlomo Miller nella Yashiva della Dispora del campus Monte Zion nella Gerusalemme Est occupata / Foto Fabio Bucciarelli 

La divisa dell’Idf, Yosef, in realtà non l’ha mai indossata. Nelle ore di panico dopo l’attacco di Hamas, nessuno ha saputo indirizzarlo all’ufficio giusto. E un amico lo ha dissuaso. «Mi ha detto che se avessi voluto davvero aiutare gli ebrei sarei dovuto rimanere nella yeshiva, perché insegnare lo sanno fare in pochi, il militare lo fanno in tanti». Lo ha trovato un argomento convincente. «Mio figlio però si sta arruolando e io sono orgoglioso, va sotto le armi per crescere, senza il timore di stare tradendo Dio».

Ora, prendete gli stessi argomenti, ribaltateli e avrete la versione di Shlomo. Che insegna in un’altra yeshiva, la conservatrice Toras Yisrael a Gerusalemme, yeshiva della Diaspora, fondata nel 1965 e trasferita sul Monte Sion, vicino alla Tomba di Davide, dopo la Guerra dei Sei Giorni. Dove si predica penitenza e renitenza. «So cosa sostiene mio fratello, in famiglia non parliamo d’altro», sorride Shlomo.

Si fa subito serio quando si mette a spiegare perché la teoria dell’erigere un muro tra sé e i secolarizzati, importata dagli ultraortodossi originari dell’Europa dell’est, nel 2026 sia ancora valida: «L’esercito e l’ideologia che lo circonda sono basati sull’idea che la Torah sia priva d’importanza e che gli ebrei debbano essere una nazione laica come le altre». La maggioranza degli ultraortodossi non si dichiara sionista, il concetto di Stato, Shlomo, non lo concepisce proprio. «Noi stiamo aspettando il Messia». Recita a memoria un passo del testo sacro secondo cui tutti gli ebrei dovranno venire, prima o poi, nella terra di Israele, ma non ne fa una questione di confini, né tantomeno di contrapposizione tra ebrei e palestinesi. «La religione ci insegna la convivenza, anche se so bene che la realtà è diversa». La realtà è quella del conflitto permanente, della leva obbligatoria per gli ebrei israealiani e di una società meno disponibile a tollerare esenzioni.

Studenti ultraortodossi studiano la Torah neIla Yashiva del centro accademico Lev di Gerusalemme / Foto Fabio Bucciarelli 

Ma Shlomo in rubrica ha “Colore Nero”. È una hotline che mette in connessione, solo a Gerusalemme, 110 mila ultraortodossi. «Se vengo fermato dalla polizia, e i poliziotti si accorgono che non ho risposto alla cartolina precetto, sono tenuti ad arrestarmi. Io compongo quel numero, parte l’allarme e tutta la comunità haredi si mette in moto. Tempo cinque minuti arrivano in diecimila e circondano gli agenti. Che a quel punto ci lasciano stare. È una forma di autodifesa da norme che non abbiamo stabilito noi».

Per Netanyahu è un problema, perché da una parte deve tenere a bada chi nella sua coalizione spinge per l’allargamento dell’arruolamento (lo prevede anche una sentenza della Corte Suprema del giugno 2024), dall’altra non può fare a meno dei 15 seggi che i sondaggi attribuiscono alle due liste haredi, Shas e Ebraismo della Torah Unito. Per cui si barcamena, rimanda la riforma sulla coscrizione e coltiva l’ambiguità. Come tre giorni fa, quando di fronte all’arresto all’aeroporto di Tel Aviv di 42 giovani haredi renitenti, che tornavano da un anno di studio negli Usa, ha detto: «Non è il modo giusto di trattarli». Sono 169 gli ultraortodossi arrestati quest’anno in operazioni mirate ai confini, a fronte dei 4.298 che, tra il 2025 e il 2026, si sono arruolati, la maggior parte nella brigata Hashmonaim e nel battaglione Netzah Yehuda.

«Quella di Netanyahu è una tattica fin troppo evidente», afferma il rabbino Karmi Gross, nato a Miami Beach e trasferitosi in Israele nel 1980, capo della yeshiva di Gan Yavne dove insegna Yosef. «Noi favorevoli alla leva, che siamo almeno il 30 per cento della comunità degli ultraortodossi, politicamente non ci sentiamo rappresentanti da nessuno».

Leggi i commenti